Politica

Tutti i successoni della Lega e del centrodestra al governo delle regioni

Ieri a Roma la Lega ha incontrato i suoi amministratori locali. Lo slogan era “la Forza della Regione” perché nelle regioni italiane il centrodestra va fortissimo (ne governa 13 su 20). Ma se si va a vedere in cosa si traduce quell’azione di governo si hanno delle belle sorprese…

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«Gli italiani hanno apprezzato quello che abbiamo fatto al governo altrimenti non saremmo sopra al 30% dopo 6 mesi di opposizione. Ci stiamo preparando». Così ieri a Stasera Italia Matteo Salvini ribadiva per l’ennesima volta che è lui quello che una buona fetta degli italiani vorrebbe a Palazzo Chigi. Ma non ci sono solo i sondaggi e i risultati dell’azione di governo non sono certo la ragione per cui la Lega è stabilmente al di sopra del 30% nelle rilevazioni.

La vera forza della Regione della Lega

Perché se si pensa ai due provvedimenti simbolo della Lega della stagione gialloverdeQuota 100 e i Decreti Sicurezza – non si può certo dire siano stati un successo. La prima riguarda un numero decisamente esiguo di persone e non ha raggiunto il suo obiettivo principale: il ricambio generazionale tra pensionati e nuovi assunti. I secondi invece, con il corollario della farsa propagandistica dei “porti chiusi”, lungi dall’aumentare la sicurezza o bloccare l’invasione hanno riempito il paese di stranieri irregolari (quelli a cui è stata tolta la protezione umanitaria) e hanno messo nei guai parecchi lavoratori che si sono trovati indagati per il reato di blocco stradale (reintrodotto proprio da Salvini).

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Perché allora la Lega e il centrodestra vanno così bene nei sondaggi? Per scoprirlo forse è necessario fare qualche passo fuori dai palazzi romani e guardare invece alle sedi dei consigli regionali. In 13 regioni su 20 la presidenza è in mano ad un esponente della Lega (Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Umbria e Provincia Autonoma di Trento) o del centrodestra che governa assieme al partito di Salvini (Liguria, Sicilia, Abruzzo, Basilicata, Molise e Calabria). Il ragionamento di Salvini è questo: se la maggioranza delle regioni italiane è in mano al centrodestra, significa che gli italiani apprezzano il buongoverno leghista.

La Sardegna: laboratorio della Lega “salviniana” tutta propaganda e pochi fatti

Un concetto ribadito ieri durante un convegno con gli amministratori leghisti intitolato La Forza della Regione. Slogan che gioca appunto sulla “potenza” regionale leghista ma che richiama anche un’altra parola d’ordine della Lega, quella Rivoluzione del Buonsenso che era il motto della campagna elettorale del 2018 ma anche di quella di Lucia Borgonzoni per la conquista (fallita) dell’Emilia-Romagna. Salvini, quel politico che parla alla pancia dell’elettorato agitando paure irrazionali (e spesso inesistenti) si vuole al tempo stesso presentare come il moderato di turno, quello capace di organizzare, governare, gestire.

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I problemi iniziano, come è noto, quando è il momento di governare. Perché in Sardegna il Presidente Christian Solinas lungi dal risolvere il problemi della sua regione (la vertenza sul latte dei pastori, la questione della continuità territoriale) si è distinto per altri provvedimenti: quello che moltiplica le poltrone, quello che dà il via libera alla cementificazione delle coste oppure un curioso “salva nomine” per i dirigenti dell’Ente. Ciliegina sulla torta: la Sardegna è in esercizio provvisorio da ormai due mesi. Ma niente paura: Salvini ieri ci ha tenuto a ribadire che non si è dimenticato della Sardegna.

Il modello Veneto piace così tanto che arriva in Umbria

E non è una dichiarazione simbolica. La Sardegna rappresenta infatti uno snodo cruciale della strategia della Lega. Non solo perché è la prima regione “del Sud” ad essere governata dalla Lega, ma perché è proprio in Sardegna che Salvini ha fatto valere tutto il peso delle sue promesse sfruttando a fini propagandistici la sua posizione al Viminale e promettendo di risolvere “in 48 ore” la vertenza sul latte di pecora dei pastori sardi che stavano protestando in quei giorni. La Lega ha vinto in Sardegna, ma la vittoria è stata di Salvini. Così come ha vinto in Umbria e avrebbe dovuto vincere in Emilia-Romagna. Poco importa che a governare siano i vari Solinas e Tesei (o Borgonzoni).

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Il problema è che se il marchio Salvini si vende decisamente bene non altrettanto si può dire sull’affidabilità del prodotto. In Umbria la regione è in esercizio provvisorio, si appresta a corposi tagli per quanto riguarda il trasporto pubblico locale, dà solo le briciole alla Protezione Civile, fa un pasticcio sui fondi per i disabili mentre la sanità regionale sembra essere sempre più una questione “dei veneti” visto che in Regione sono arrivati l’ex assessore di Zaia Luca Coletto, il trevigiano Claudio Dario (già dirigente ASL in Veneto poi mandato a fare il Direttore Sanitario Trento da Fugatti) e la capo segreteria Maria Tessaro, padovana, classe ‘74.

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Chissà, sarà perché il Veneto di Luca Zaia è presentato continuamente come un modello di buongoverno. Eppure non è che quando era al governo Salvini abbia fatto molto per il Veneto. Quasi 900 giorni dopo il referendum sull’autonomia differenziata i veneti sono rimasti a bocca asciutta. Nel frattempo però Zaia negozia con lo Stato la cessione di 700 km di strade regionali all’ANAS, che così dovrà pagarne la manutenzione e aumenta i pedaggi sul tratto autostradale di cui è concessionaria una società di cui la Regione è socia al 50%. C’è poi la questione della sanità regionale, sempre più diretta verso il “modello Lombardia” (ovvero la privatizzazione) dove Zaia ha avuto la trovata di chiamare al Pronto Soccorso medici appena laureati. Senza dimenticare l’ambiente: Zaia che non sa come mai il MOSE non sia ancora in funzione durante l’alluvione di Venezia, Zaia che non sa che la sua maggioranza aveva approvato un taglio del parco dei Lessini, Zaia che festeggia i vigneti del Prosecco “patrimonio Uneco” mentre viene raso al suolo un bosco per far spazio alle vigne, la ferita d’asfalto e cemento della Pedemontana Veneta, quegli strani finanziamenti regionali ai cacciatori. Zaia ad ogni modo verrà rieletto nonostante tutto questo. E soprattutto nonostante Salvini.

Lo stile del “buongoverno” del centrodestra nelle altre regioni

Chissà se ci riusciranno fra qualche anno anche i suoi colleghi “governatori”. In Friuli-Venezia Giulia dove Massimiliano Fedriga per non essere da meno del “capo” ha proposto un muro al confine con la Slovenia per fermare i migranti mentre una sua legge regionale viene impugnata dal Governo Conte 2 dopo che ad avviare il procedimento fu la ministra (leghista) Stefani del Conte 1. In Lombardia il “buongoverno” si declina nella scelta della giunta guidata da Attilio Fontana di rinnovare senza gara il contratto a Trenord. Il tutto mentre il presidente della Lombardia è indagato per abuso d’ufficio per non aver denunciato di aver ricevuto una proposta corruttiva che aveva rifiutato. E se il Veneto è il “modello” perché ha “azzerato l’Irpef“in Trentino Maurizio Fugatti ha innalzato da 15mila a 20mila euro il limite per ottenere l’esenzione dall’addizionale regionale Irpef. Ma già che c’è ha pure ritoccato (al rialzo) lo stipendio dei sindaci.

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Anche in Piemonte i leghisti sognano l’aumento di stipendio per Presidente ed Assessori mentre tagliano i fondi per l’assistenza ai malati non autosufficienti. L’assessore regionale Icardi invece fa quello che si è soliti fare  nelle regioni di centrodestra: apre la sanità ai privati dichiarando di essere favorevole alla creazione di unità di Pronto Soccorso gestite da privati. Nelle altre regioni dove la Lega è forza di maggioranza ma non esprime il presidente le cose non vanno benissimo. La Basilicata è in esercizio provvisorio e la Regione è bloccata. In Sicilia idem, ma a quello si aggiungono i guai della giunta che si trova con quattro assessori indagati. In Abruzzo le opposizioni denunciano che la giunta (guidata dall’ex senatore di Fratelli d’Italia Marco Marsilio) si appresta a tagliare la spesa sanitaria (ma approva un “adeguamento” di stipendio dei direttori generali) mentre il governo si vede costretto ad impugnare la solita legge sulle case popolari considerata discriminatoria.