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Il vero volto del modello della sanità in Veneto che la Borgonzoni vuole importare in Emilia-Romagna

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Lucia Borgonzoni è candidata a governare una delle regioni meglio amministrate d’Italia. Per vincere la Lega le ha inventato lo slogan che in Emilia-Romagna è necessario un cambiamento. Nel senso che dopo cinquant’anni e passa di governi di centro-sinistra è ora di provare il leghismo. Di per sé però questo genere di “cambiamento” non è che sia proprio appetibile, soprattutto se le cose – come detto – vanno bene (per essere in Italia).

Il modello Veneto di Lucia Borgonzoni? Guarda alla Lombardia

Possono andare meglio? Senza dubbio. Ed ecco che alla Lega viene in mente di esportare in Emilia-Romagna il modello Veneto. Quello di Luca Zaia, ovviamente, perché meglio non parlare di chi c’era prima: il doge serenissimo Giancarlo Galan, di cui l’attuale “Presidente dei veneti” (come ama definirsi) è stato il vice. E non si capisce come mai si parli solo del Veneto e non della Lombardia, dove la Lega governa da decenni. E chissà perché si tratta di un modello che si può esportare solo in Emilia-Romagna, cioè dove le cose già funzionano, e non già in una qualsiasi delle regioni governate dal partito di Salvini.

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Una delle prime proposte di Lucia Borgonzoni è stata quella di applicare all’Emilia-Romagna il modello della sanità veneta con la trovata di tenere aperti gli ospedali anche di notte e nei festivi. Proposta per la quale la Borgonzoni è stata sbertucciata un po’ da chiunque. Ma alla fine agli elettori leghisti non interessa nemmeno che la sanità regionale funzioni o che gli ospedali siano già aperti anche di notte. Conta il fatto di aver introdotto nella narrazione della campagna elettorale che c’è qualcuno che le cose le fa meglio. E quel qualcuno, guarda caso, è della Lega.

Agli elettori dell’Emilia-Romagna forse interesserà poco, ma il Veneto non è proprio una regione perfetta. Le cose vanno bene sì, ma potrebbero andare meglio. Prendiamo proprio l’esempio della sanità. In Veneto mancano 1.300 medici, più di trecento solo per i servizi di Pronto Soccorso (quello che da sempre è aperto di notte, il sabato e la domenica). Zaia ha pensato di risolvere la questione aprendo le porte ai medici neolaureati che ancora non hanno terminato (o iniziato) il percorso di specializzazione. Alla fine il Veneto ha assunto 500 giovani medici non specializzati (320 per l’area del Pronto soccorso e 180 in quella della Medicina internistica). Si è lasciato intendere che questa fosse una situazione di emergenza, ma per alcuni si tratta invece di una condizione “cronica” che si protrae da almeno il 2010.

Le ombre del modello Veneto della sanità

Ma non finisce qui. Le associazioni di cittadini della provincia di Treviso (quella da cui Zaia iniziò la sua avventura politica) denunciano un costante aumento di ambulatori e cliniche private. Di converso i posti letto nella sanità pubblica sono continuati a diminuire. Da parte sua Zaia nega che la sanità veneta si stia spostando verso il privato. Eppure qualche settimana fa Luca Barutta, segretario dell’Anaao (il sindacato dei medici ospedalieri) di Belluno, ha dichiarato che «i dati Veneti del confronto schede ospedaliere 2019-2023 rispetto al 2013 – continua Barutta – mostrano inequivocabilmente una riduzione di posti letto di -816 unità (-4,29%) e un aumento dei letti a gestione privata accreditata +833 (+4,56%). Inoltre è netta la decurtazione di letti per pazienti post-acuti, -1533. La riduzione complessiva tra letti per acuti e post acuti è di 1414 (-6,67%)».

I pazienti post-acuti sono quelli meno costosi per la sanità privata. Una modalità questa, secondo Barutta, per creare un “alibi” per affidare sempre più la sanità ai privati, a scapito del pubblico. Secondo il segretario dell’Anaao bellunese è proprio quello che sta accadendo in Veneto dove «la privatizzazione della sanità pubblica in Veneto con Zaia e la Lega è raddoppiata in questi anni arrivando al 28% per l’attività specialistica ambulatoriale e al 24% per l’attività di ricovero (dati desumibili anche da documentazione regionale, quali Relazione Socio Sanitaria della Regione Veneto 2019, DGR 614/19, DGR 2168/19 ecc,)». E mentre in Emilia-Romagna la Borgonzoni guarda al Veneto sembra che Zaia invece abbia in mente un altro modello: «la realizzazione del modello sanitario della Lombardia di Formigoni dove la privatizzazione della sanità pubblica ha raggiunto livelli di allarme (oltre il 40%)». Anche il Comitato per la difesa della sanità pubblica dell’Alta Marca denuncia come la Regione stia «privatizzando pezzi sempre più ampi della sanità veneta, con il preciso obiettivo di fare spazio allo sviluppo della sanità privata, ridimensionando/impoverendo le strutture e i servizi pubblici, a partire dalle aree più periferiche». Il caso più recente ad esempio è l’affidamento per 5 mesi a una cooperativa del servizio di guardia pediatrica e ostetrico-ginecologica del Punto nascite di Vittorio Veneto (costo 748.000 euro).

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Anche il segretario provinciale della CGIL di Treviso Nicola Atalmi da tempo denuncia la privatizzazione del servizio sanitario operata togliendo risorse al pubblico come l’idea di appaltare ai privati il Pronto Soccorso (guarda caso la stessa che circola in un’altra regione dove la Lega è al governo): «invece di investire con adeguate assunzioni di personale e ridurre gli accessi non urgenti attraverso una rete territoriale di medicina la soluzione paradossale è quella di drenare ulteriormente risorse economiche dalla sanità pubblica e darli ai privati per un Pronto Soccorso, che tra l’altro andrà a gestire solo i casi meno gravi, codici verdi o bianchi». Casi meno gravi che sono anche quelli economicamente meno onerosi per chi fornisce il servizio. Il consigliere regionale di LEU Pietro Ruzzante si è occupato con un’interrogazione del caso dei medici perfusionisti dell’Azienda Ospedaliera di Padova chiedendo alla Giunta Zaia «di sostenere con adeguato e congruo sostegno finanziario l’attività svolta dai tecnici delle fisiopatologia cardiocircolatoria dell’Azienda Ospedaliera di Padova». Perché – si chiede Ruzzante –  «invece di spostare risorse verso la sanità privata, la Regione non può investire nella Sanità pubblica?». Perché una differenza sostanziale tra pubblico e privato c’è. La spiega il segretario dell’Anaao Barutta: «I cittadini devono sapere che l’affidamento/delega di un budget al privato accreditato da parte della Regione per l’erogazione di attività sanitarie comporta sempre una riduzione quantitativa importante dell’erogazione delle prestazioni da parte dello stesso che si deve garantire, all’interno del budget pubblico che la Regione gli assegna, il suo margine di profitto (non esiste il profitto nella gestione pubblica per normativa vigente che obbliga gli enti pubblici al pareggio di bilancio) corrispondente in genere a circa il 25% del valore economico del budget pubblico conferito (la percentuale sopracitata infatti va in utili e riserve finanziarie in favore dei gestori privati)».

 

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