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La Trattativa con l’Europa e il rischio che sia Conte a bruciarsi

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte “sta illustrando all’Europa le potenzialità dell’ampia agenda di riforme che riporterà il Paese a crescere, evitando il rischio di una terza recessione e aprendo all’Italia una prospettiva futura migliore”: la nota congiunta di Luigi Di Maio e Matteo Salvini ieri è servita a fornire l’appoggio politico necessario al premier per la trattativa che vuole condurre con l’Unione Europea per fermare la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. Ma è anche l’occasione per mettere a punto la strategia complessiva del governo gialloverde nei confronti di Bruxelles in una trattativa che pare difficile portare a casa in ogni caso.

Bravo Conte, cattivo Tria

Un segnale diplomatico piuttosto netto comunque c’è: nella nota i due citano ed elogiano Conte e non spendono una parola per Giovanni Tria, ministro dell’Economia che da fuori appare sempre più in disgrazia agli occhi dei partiti che compongono la maggioranza dopo i noti contrasti sui tecnici e sulle “manine” del ministero. La leggenda del Tria Salvatore quindi pare arrivata al capolinea per lo meno a Roma, dove la posizione dl ministro appare del tutto indebolita. La Stampa ha raccontato anche di una scena all’aeroporto di Bruxelles che potrebbe aver avuto un ruolo nelle decisioni di Di Maio e Salvini:

Il titolare dell’Economia, già in precedenza aveva infranto il «tabù» sulla linea del Piave del deficit. È stato lui stesso, infatti, a dichiarare apertamente nella conferenza conclusiva del G20 che il 2,4 per cento di deficit/Pil non è più intoccabile. Il tempo di rispondere a qualche domanda, e poi lo portano via con l’ascensore. Il ministro Tria conferma le indiscrezioni uscite sui giornali. «L’Europa vuole che abbassiamo il deficit – dice – è quello che interessa». Dovremo scendere dal 2,4 fino a quota 1,95 o 2 per cento? «Si – è la replica di Tria – queste sono le cifre. Ma molto possiamo fare in base alle misure che adotteremo e al modo come le adotteremo».

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Manovra del Popolo, stime a confronto (La Repubblica, 28 novembre 2018)

In teoria, ammesso e non concesso che il governo italiano sia già disposto a mollare su «quota 2,4%», inevitabilmente bisognerebbe intervenire proprio sulle misure principali della manovra, quelle politicamente più importanti. Che non a caso ieri non sono state inserite nel pacchetto di emendamenti presentati a Montecitorio, in attesa del passaggio al Senato o di un decreto legge ad hoc. Alla Commissione Europea interessa ridurre il livello del deficit italiano; ma interessa soprattutto evitare la prima picconata, per il momento tutt’altro che decisiva, alla riforma Fornero delle pensioni.

Insomma, la Trattativa con l’Europa ha già causato il rallentamento nella presentazione delle misure-simbolo della Manovra del Popolo, proprio mentre un leghista come Alberto Brambilla indica la via di Quota 104 per risparmiare soldi sulle pensioni (con una magia degna di Silvan): i minori costi, secondo il governo, potrebbero essere usati per abbassare il deficit o per aumentare la misera quota di investimenti presente nella keynesianissima Manovra del Popolo. In questo caso il numero-feticcio rimarrebbe identico e il Dinamico Duo Salvini-Di Maio potrebbe festeggiare un’altra volta dal balcone.

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Sono otto miliardi, signò, che faccio, lascio?

Dall’altra parte della barricata però non la pensano così. Jean Claude Juncker e Pierre Moscovici invece puntano l’obiettivo del 2%: il governo dovrebbe rimangiarsi 0,4 punti di deficit avvicinandosi così a quella soglia dell’1,9% che lo stesso Tria aveva concordato con Bruxelles prima che i balconi di Palazzo Chigi tremassero. Altrimenti, spiega oggi Federico Fubini sul Corriere della Sera, i due intendono proporre la procedura d’infrazione il 19 dicembre, con le relative richieste di correzione all’Italia. Dati i tempi di preparazione delle decisioni europee, questo calendario comporta che per evitare gli ingranaggi della procedura l’Italia debba accettare un accordo credibile al più tardi il 17 dicembre: poco più di dieci giorni per chiudere con un’incertezza che dura dal primo giorno di governo e ha fatto raddoppiare il costo di finanziamento del debito pubblico.

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I saldi attuali della Manovra del Popolo (Corriere della Sera, 25 novembre 2018)

La Commissione Europea pensa di avere il coltello dalla parte del manico per i brutti segnali arrivati dalle aste dei titoli di Stato, per la corsa dello spread che si è fermata solo quando sono arrivate le aperture alla Trattativa da parte di Roma e per le banche che continuano a mandare segni di preoccupazione per la tenuta del sistema. E poi c’è la recessione che non è più un’ipotesi senza numeri dopo il terzo trimestre 2018, dovuta alla guerra dei dazi ma anche alle specifiche difficoltà dei consumi nel Belpaese. Se a tutto ciò dovesse aggiungersi il credit crunch per le imprese la situazione potrebbe complicarsi per un governo che rischia molto nel muoversi, anche dal punto di vista della saldezza interna.

Trattare, trattare, trattare e poi rompere

Ma se tutto ciò dovrebbe contribuire a consigliare un atteggiamento il più accomodante possibile per i gialloverdi, non è detto che sia questo lo schema che hanno in testa Salvini e Di Maio. Perché oggi la Trattativa può contribuire  – e questo obiettivo sarà indubbiamente centrato – a rallentare la procedura d’infrazione nei confronti del paese e potrebbe convincere i primi ministri dell’Unione Europea a concedere tempo per favorire l’arrivo di un accordo che conviene a tutti. Ma non è detto che invece questo tempo non possa essere sfruttato soltanto in quanto tale: alla fine la rottura potrebbe arrivare lo stesso.

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La programmazione del governo prima e dopo il richiamo UE (Il Messaggero, 16 novembre 2018)

Ma a quel punto Salvini e Di Maio avrebbero guadagnato tempo e probabilmente anche cominciato a incassare il dividendo elettorale della Manovra del Popolo senza aver pagato dazio nelle trattative con l’Unione Europea. D’altro canto il famoso comunicato di fiducia e il mandato a trattare per Giuseppe Conte non è stato pubblicato da nessuno dei due sui social network, cosa che puntualmente succede quando si sentono in difetto oppure non vogliono lasciare il campo alle critiche. Esiste la concreta possibilità che il Dinamico Duo mandi avanti Conte a trattare con l’Europa e poi lo lasci con il cerino acceso in mano all’ultimo momento. Non sarebbe la prima volta, ma tanto Conte è lì proprio per questo.

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