Economia

Procedura d’infrazione: cosa succede dopo la bocciatura della manovra

I prossimi passi verso la multa e le sanzioni. Il rischio di dover mettere a posto i conti a ridosso delle elezioni. Il pericolo sul debito. E l’atteggiamento dei leoni da tastiera che un tempo gridavano all’Italexit

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Cosa succede dopo la sentenza della Commissione Europea sulla Manovra del Popolo e la procedura d’infrazione in arrivo? L’Italia rischia l’imposizione di una serie di manovre correttive per ridurre l’indebitamento del valore di una decina di miliardi l’anno, oltre alla multa con deposito di 3,5 miliardi. Oppure una riduzione del debito pubblico che potrebbe essere monstre, ovvero con tagli di 40-50 miliardi l’anno. In ultimo Roma rischia il blocco degli impegni con l’Europa e lo stop ai fondi europei.

Procedura d’infrazione: cosa succede dopo la bocciatura della manovra

La palla però per adesso è nel campo di Bruxelles. La Commissione proporrà all’Ecofin di aprire la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia e i tempi, a differenza di quello che auspicavano i gialloverdi, saranno più ristretti come anticipato su neXt qualche tempo fa. Invece che a febbraio per poi slittare ad aprile-maggio, in assenza di significativi passi avanti nella trattativa tra Roma e Bruxelles la proposta potrebbe arrivare ai primi di dicembre e il voto di lì a pochi giorni. A quel punto arriverebbe l’apertura formale della procedura ai sensi dell’articolo 16.3 del Trattato, che verrebbe votata alla fine di gennaio. L’Italia potrebbe essere costretta a depositare lo 0,2% del PIL e quei soldi potrebbero diventare un argomento di campagna elettorale, costituendo il simbolo della dabbenaggine dei pentaleghisti secondo l’opposizione e la prova dei ricatti dell’Europa per i gialloverdi.

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La procedura per disavanzo eccessivo di Bruxelles: come funziona (Corriere della Sera, 5 novembre 2018)

I quali però hanno finora evitato di utilizzare toni apocalittici nei confronti dell’UE e anzi negli ultimi giorni sono diventati piuttosto accomodanti. Il motivo è facile da comprendere: la paura dello spread. In questi giorni il differenziale ha ripreso la corsa in attesa del pronunciamento (scontato) della Commissione Europea e il flop dell’asta dei BtP ha mandato un segnale importante a chi è al governo, tanto che un retroscena oggi dipingeva Salvini come pronto a rimandare reddito di cittadinanza e quota 100 per limitare l’impatto della Manovra del Popolo. Se lo spread arriva a 400 potrebbe essere necessaria la ricapitalizzazione di alcune banche – la prima vittima, Carige, verrà salvata dal Fondo Interbancario – e a quel punto per il governo ci sarebbero poche via d’uscita.

L’incubo infinito della procedura d’infrazione

Questo scenario può avverarsi nei prossimi giorni o nei prossimi mesi, a seconda dell’atteggiamento di Salvini e Di Maio e della convenienza a breve di Lega e M5S. Una volta sotto procedura la Commissione potrebbe concedere tre o sei mesi di tempo al governo italiano per rimettere a posto i conti. Entro aprile, ovvero a ridosso delle elezioni europee, o entro luglio se qualcuno crede così di poter superare l’ostacolo con i risultati elettorali (ma si tratta di una sciocchezza sesquipedale: tutti i “sovranisti” amici di Salvini, a cominciare da Austria e Ungheria, hanno affossato la manovra del popolo e chiesto alla Commissione di intervenire. L’unica rimasta a difendere il partito di Fico è Marine Le Pen, il che fa ridere ma è già drammatico di suo.

procedura per infrazione commissione europea
La procedura per infrazione della commissione europea (Il Messaggero, 24 ottobre 2018)

A quel punto per l’Italia, spiega Mario Sensini sul Corriere della Sera, scatterebbe l’obbligo, che vale per tutti e a maggior ragione per un Paese in infrazione, di ridurre il deficit strutturale dello 0,6%, circa 9 miliardi di euro all’anno.

Quali sono le conseguenze e i rischi principali che corre l’Italia? Il vero problema e causa della procedura, tuttavia, è il debito e la Ue potrebbe imporci una riduzione molto accelerata. Un taglio della parte eccedente il 60% del Pil di un ventesimo all’anno. Per l’Italia, che ha un debito del 130% del Pil, significherebbe una sforbiciata teorica di 63,7 miliardi di euro l’anno.

I conti pubblici sarebbero in ogni caso sotto il monitoraggio più stretto della Commissione, che potrebbe chiedere al governo un rapporto dettagliato ogni sei mesi. In ogni momento della procedura, inoltre, l’esecutivo comunitario ha il potere di proporre nuove raccomandazioni, anche per rimodulare i tempi di raggiungimento degli obiettivi. Dalla procedura si uscirebbe quando la riduzione del debito avesse raggiungo un passo «soddisfacente». Quanto meno qualche anno.

I leoni da tastiera e il rischio Italexit

La situazione potrebbe quindi precipitare ed è d’obbligo segnalare che questo sarebbe lo scenario perfetto per propugnare l’Italexit, ovvero l’uscita dell’Italia dall’euro che, in varie forme tartufesche e furbette, faceva capolino in entrambi i programmi elettorali dei partiti oggi al governo. Ma proprio oggi, tu guarda il caso, chi all’epoca stava sulle barricate contro la dittatura eurista ha improvvisamente compreso e còlto i benefici del dividendo dell’euro, se non altro quello mensile. Per questo la guerra al cuore dell’Europa è rimandata sine die, e con essa anche i toni barricaderi che hanno costituito la prima parte dell’offensiva mediatica nei confronti dell’Europa.

manovra del popolo deficit debito 1
Il valore del debito e della spesa per interessi prevista nei programmi di bilancio 2019 (Il Sole 24 Ore, 7 novembre 2018)

Adesso è il momento del low profile. Perché un’ulteriore impennata dello spread potrebbe mettere in difficoltà seriamente le banche italiane – il tetto è 400 – e costringere l’esecutivo a salvataggi disperati con ciclo di polemiche già inserito, visto quello che hanno detto Lega e M5S all’epoca del Monte dei Paschi di Siena. Uno scenario pericoloso per tutti, ma soprattutto per le poltrone.

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