Economia

L’economia italiana verso la recessione

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Ci vogliono tre trimestri di mancata crescita per certificare che l’economia di un paese è in recessione; l’ISTAT oggi certifica che nel terzo trimestre 2018 il PIL è sceso dello 0,1% nel terzo trimestre 2018 a causa della debolezza della domanda interna. Si tratta del primo calo dopo 14 trimestri di crescita mentre la variazione acquisita per l’anno scende così allo 0,9%, contro il +1,2% stimato dal governo nella Nota di Aggiornamento al Documento Economico Finanziario licenziato dai gialloverdi.

L’economia italiana verso la recessione

Rispetto al trimestre precedente tutti i principali aggregati della domanda interna registrano diminuzioni, con una riduzione dello 0,1% dei consumi finali nazionali e dell’1,1% degli investimenti fissi lordi. Le importazioni e le esportazioni sono cresciute rispettivamente dello 0,8% e dell’1,1%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha sottratto 0,3 punti percentuali alla crescita del Pil, con un contributo nullo per i consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private (ISP) e per la spesa delle Amministrazioni Pubbliche (AP) e negativo per 0,2 punti percentuali per gli investimenti fissi lordi. La variazione delle scorte ha fornito un contribuito nullo alla variazione del Pil, mentre l’apporto della domanda estera netta e’ risultato positivo per 0,1 punti percentuali.

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Contributi delle componenti al PIL (ISTAT)

I segnali di una recessione in arrivo erano chiari già dall’inizio di ottobre: il crollo del valore dei titoli di Stato da metà maggio in poi ha alzato il costo di finanziamento e eroso il capitale delle banche, che infatti già da giugno si sono ridotti i prestiti alle famiglie (-2%) e alle imprese (-8%). Con questi numeri l’ingresso nel 2019 sarebbe così debole e così a marcia indietro da rendere difficile anche solo un obiettivo di aumento del prodotto lordo dello 0,5% nell’intero anno. Il governo invece conta di ridurre il debito grazie a una crescita tre volte più rapida di così.

L’ISTAT e il terzo trimestre 2018

In particolare il segnale dell’arrivo di una recessione era stato la riduzione dei consumi a settembre, mentre lo stesso presidente facente funzioni dell’ISTAT Maurizio Franzini durante le audizioni sulla Manovra del Popolo aveva detto che l’indicatore anticipatore registrava un’ulteriore flessione e, dunque, preludeva alla persistenza di una fase di debolezza del ciclo economico.

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La frenata dei consumi (Il Sole 24 Ore, 8 novembre 2018)

Anche  l’ultima «Congiuntura flash» elaborata dal Centro studi di Confindustria segnalava proprio l’assottigliamento della nostra crescita. Gli indicatori, infatti, non mostravano un’inversione di tendenza. La produzione industriale recuperava appena (+0,1% in ottobre secondo le stime del Csc, -0,1% nel 3° trimestre), e la fiducia delle imprese peggiora, specie nel manifatturiero, con il calo degli ordini interni.

Le previsioni sui consumi

Soltanto tre giorni fa il Centro Europa Ricerche in uno studio realizzato per Confesercenti prospettava una fine anno preoccupante per i consumi, con la crescita prevista per il 2018 ferma all’1%, contro l’1,4% auspicato dal Documento di economia e finanza, ed una situazione di debolezza destinata a proseguire sino a tutto il 2020 con un calo medio della spesa annua pari a 5 miliardi di euro.

La nuova frana tocca praticamente tutti i settori commerciali e tutti i canali di vendita, dal piccolo dettaglio alla grande distribuzione organizzata. A patire di più sono i negozi di pelletterie e calzature che dal +2,3% dei primi nove mesi del 2017 nel 2018 perdono il 2,4%, seguiti a ruota da quelli che vendono abbigliamento (che passano da +0,8 a -1,8%). Pur restando in campo positivo rallentano anche telefonia ed informatica e perdono terreno i farmaci (-1,4%) ed i giocattoli (-1,4%). Poi continua la crisi di libri, giornali e riviste (che da -1,8% arrivano a toccare il -3,3%) ed anche gli alimentari frenano dimezzando la loro crescita (+0,7% anziché +1,4%).

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Andamento delle vendite dei comparti (La Stampa, 27 novembre 2018)

C’è un solo comparto in controtendenza, quello degli elettrodomestici. In soldoni si tratta di circa 900 milioni di euro di fatturato in meno, il 2% in meno rispetto ad un anno prima e circa 20mila negozi che hanno cessato l’attività. Anche i grandi gruppi pagano dazio. Tra gennaio e settembre la grande distribuzione organizzata è cresciuta appena dello 0,2% contro il +2% dell’anno passato.

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