Economia

Chi pagherà per la lite tra governo e UE

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Chi paga per la lite tra il governo e la Commissione Europea sulla Manovra del Popolo? Stamattina Matteo Salvini faceva sapere che la lettera firmata da Moscovici e Dombrovskis gli faceva venire voglia di “dare più soldi agli italiani”. Il dato di fatto è che da quando il governo si è insediato gli italiani ci hanno perso molti più soldi di quelli che Salvini potrebbe “dare”, come un sovrano assoluto che fa l’elemosina al popolo: è salita la spesa per interessi dei titoli piazzati sul mercato dal ministero dell’Economia, per chi investe in Borsa le perdite virtuali ammontano già a 300 miliardi di euro e le banche hanno già cominciato a far pagare alla clientela maggiori interessi sui nuovi prestiti.

Chi pagherà per la lite tra governo e UE

Per questo è importante precisare che a pagare per la lite tra governo e Unione Europea non saranno i politici che oggi dichiarano guerra a Bruxelles mentre si avvicinano le elezioni europee, ma i cittadini, le imprese e le banche che sono coinvolti, loro malgrado, nell’effetto domino scatenato dalla tempesta perfetta che si sta scatenando sui conti italiani e, di conseguenza, sullo spread. L’Autunno Caldo che pareva dimenticato dopo le dichiarazioni rassicuranti di Di Maio e Salvini sui vincoli europei è tornato prepotentemente d’attualità. E le prossime scadenze promettono ulteriori scintille:  dopo il declassamento di Moody’s, la settimana scorsa, venerdì è atteso il giudizio di Standard & Poor’s e il 2 novembre la pubblicazione degli stress test delle banche dell’Eba con il verdetto sulle banche italiane ammaccate dalla perdita di valore dei Btp che hanno in portafoglio.

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La procedura per infrazione della commissione europea (Il Messaggero, 24 ottobre 2018)

Al netto della procedura d’infrazione e dei rischi di una multa in arrivo (ma tra qualche mese, il tempo necessario per votare) così come della paventata (da Moody’s) patrimoniale che potrebbe rimettere a posto i conti in caso di emergenza, l’effetto spread sta contagiando l’intera economia italiana. E solo quella, visto che i rischi paventati di un contagio per l’intero Vecchio Continente, attraverso una nuova crisi dello spread come quella del 2011, ad oggi paiono difficili da realizzarsi: il problema, per ora, rimane soltanto italiano. E questo è lo scenario peggiore.

Le conseguenze su PIL, banche e consumatori

La prima conseguenza che si osserva è quella sul prodotto interno lordo. La Banca d’Italia stima per il terzo trimestre una crescita dello 0,1 per cento e il quarto sarà molto probabilmente uguale a zero. In queste condizioni sarà difficile per il governo centrare gli obiettivi di crescita stimati nella NADEF e nel DPB, e questo non è un argomento da sottovalutare visto che anche dalla crescita del PIL dipende il rapporto deficit/PIL. E se non si cresce quanto il governo ha previsto ciò non costituirà solo uno smacco per le previsioni del MEF ma anche un pericolo per il programma di governo, visto che l’esecutivo ha ammesso che in caso di minore crescita è pronto a tagliare la spesa, con una manovra pro-ciclica che tecnicamente contribuirebbe a peggiorare la situazione.

aumento dello spread
Gli effetti dell’aumento dello spread (La Repubblica, 20 ottobre 2018)

In cima a tutto lo spread: un aumento di 100 punti, a quota 400, porterebbe per il prossimo anno un peso di 2 miliardi in più alla spesa per interessi, con i 3 miliardi già totalizzati con quota 300 si arriva a 5 miliardi. Questi non sono soldi “dello Stato”, ma nostri: i prestiti vengono fatti in nome del popolo italiano e su di esso ricadono. Chi dice il contrario racconta balle. L’aumento dello spread porta a una riduzione del valore dei BtP, che oggi costituiscono parte del capitale delle banche italiane: se il capitale si riduce gli istituti di credito possono ricapitalizzare (ipotesi esclusa) oppure devono ridurre i prestiti a imprese e cittadini facendo tornare il paese nella spirale del credit crunch.

Il credit crunch e i suoi rischi

Secondo un’analisi di Antonio Forte del Cer citata oggi da Repubblica dal primo trimestre di quest’anno il Cet1 ratio, cioè l’indice di solidità del sistema, è sceso di 70 punti base. In parole povere significa che le banche, per ripristinare il livello di solidità, devono reintegrare il capitale di 7 miliardi oppure possono decidere di ridurre l’attivo, quindi anche i prestiti a famiglie e imprese, per 53 miliardi. Se le banche chiedono maggiori interessi per prestare alle imprese (o semplicemente negano il prestito), giocoforza talune di esse rinunceranno al credito e quindi a quello che volevano fare con i soldi presi in prestito: gli investimenti prima di tutto.

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I costi dello spread: le perdite virtuali su azioni e titoli di stato (Il Sole 24 Ore, 23 ottobre 2018)

Questo può portare a una caduta della produzione industriale e quindi del prodotto interno lordo, mentre una contrazione del credito nei confronti dei cittadini porterà a minori mutui per l’acquisto di case e/o a una contrazione dei consumi per far fronte alla stretta del credito o ai maggiori interessi da pagare sullo stesso. E così, mentre la politica probabilmente lucrerà sullo scontro con Bruxelles facendo il pieno di voti tra pro e contro Europa, c’è chi rimarrà con il cerino acceso in mano: noi.

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