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Di Maio va all’Ilva ma lascia fuori dalla porta gli ambientalisti

Luigi Di Maio e i suoi ministri tornano a Taranto dopo due mesi dall’ultima visita. Questa volta però al tavolo tecnico non sono stati invitati i rappresentanti delle associazioni ambientaliste e dei cittadini che due mesi fa avevano fatto fare una figuraccia al bisministro e vicepremier

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Oggi a Taranto c’è in visita mezzo governo: Luigi Di Maio, Barbara Lezzi, Giulia Grillo, Sergio Costa, Alberto Bonisoli e pure la ministra della Difesa Elisabetta Trenta (che ha già la grana degli F-35). È in programma un nuovo tavolo tecnico sull’ex-ILVA per fare il punto della situazione. L’ultima volta per il vicepremier e Capo Politico del M5S non era andata benissimo, motivo per cui questa volta le associazioni di cittadini rimarranno fuori.

Così Di Maio prova a rifarsi una verginità sull’ex Ilva di Taranto

Dopo gli annunci trionfali del settembre scorso, quando Di Maio fece sapere di aver “sventato” il fantomatico piano di vendita ad ArcelorMittal predisposto dal precedente governo dando l’ok al piano industriale di ArcelorMittal, Taranto rimane una spina nel fianco per il MoVimento 5 Stelle. E soprattutto l’acciaieria continua a rappresentare un pericolo per la salute dei cittadini. I pentastellati in campagna elettorale avevano promesso la chiusura dello stabilimento siderurgico e una rapida riconversione industriale. Ecco perché il MISE ha fatto sapere a Peace Link che oggi, a differenza dell’incontro del 24 aprile “non è previsto alcun incontro con le associazioni” dei cittadini che da anni si battono per la chiusura dell’ex-Ilva. Per loro, dicono dal Ministero, verrà organizzato a breve un incontro ad hoc.

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Oggi i ministri parleranno dell’eventualità di una chiusura dell’Ilva. Perché secondo l’azienda l’abolizione dell’immunità penale a partire dal 6 settembre 2019 (prevista nel Decreto Crescita approvato nei giorni scorsi alla Camera) mette a rischio l’investimento da 2,4 miliardi di euro (entro il 2023) da parte di ArcelorMittal. Secondo i nuovi proprietari dello stabilimento sono necessarie «le necessarie tutele legali fino alla completa attuazione del piano ambientale per evitare di incorrere in responsabilità relative a problematiche che gli attuali gestori non hanno causato». In parole povere senza l’immunità penale ArcelorMittal sostiene di non poter gestire l’impianto e quindi nemmeno di procedere alla bonifica ambientale.

Il M5S si prepara alla chiusura dell’Ilva

Mentre i comitati dei cittadini chiedono di annunciare pubblicamente i tempi e le modalità della chiusura progressiva delle fonti inquinanti Di Maio e i suoi ministri preparano il terreno alla possibilità che ArcelorMittal abbandoni Taranto. L’azienda ha già annunciato la cassa integrazione dal 1 luglio per 1400 dipendenti dello stabilimento di Taranto per 13 settimane.

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I sindacati accusano il ministro dello Sviluppo Economico non aver ancora convocato al Mise il tavolo specifico su ArcelorMittal a fronte della nuova crisi, tavolo che aveva assicurato dopo l’annuncio dell’azienda di ricorrere alla cassa integrazione. Da gennaio Di Maio però non ha più convocato riunioni per la verifica dell’accordo siglato nel settembre scorso. Un problema che non riguarda solo l’acciaieria tarantina ma le molte aziende “dimenticate” dal MISE.

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E se Arcelor lasciasse Taranto Di Maio si troverebbe a dover gestire una vera e propria crisi occupazionale. L’ex Ilva attualmente impiega 8.200 persone e la nuova proprietà si è assunta l’impegno di assumere 10.700 dei quasi quattordicimila dipendenti dell’Ilva entro il 2023. L’ambizioso piano a 5 Stelle è quello di riconvertire tutta l’area (una volta lasciata scappare ArcelorMittal) nell’arco di tre o al massimo cinque anni. Di Maio oggi ha parlato di  un progetto di riconversione dell’area della durata di dieci anni incentrata sul “turismo esperienziale”e sul lancio di nuovo piano di produzione industriale legato alle energie sostenibili. È chiaro a tutti che una volta che ArcelorMittal dovesse abbandonare Taranto non si troverebbe un altro acquirente disposto a prendere in mano l’acciaieria. E oltre alle richieste di danni da parte dei nuovi proprietari nei confronti dello Stato il rischio è quello di creare un buco nero in città, e di non portare  termine il processo di  bonifica. Con gravi conseguenze per la salute dei tarantini.

Tutte quelle riconversioni industriali annunciate e mai portate a termine

Il Piano B per il M5S è quello già annunciato durante la campagna elettorale: la riconversione industriale. Grillo immaginava all’epoca una riqualificazione come quella avvenuta nel bacino della Ruhr in Germania. Un cambiamento radicale della vocazione industriale di un territorio verso il settore dello sport, della ricerca e dell’università. Oggi a Taranto Di Maio ha parlato del piano di potenziare gli investimenti sull’ex Arsenale Militare per il quale ha annunciato che sono stati individuati i progetti che beneficeranno dello stanziamento da 90 milioni di euro. L’idea è quello di farlo diventare un polo turistico. Funzionerà? I precedenti al Sud non sono incoraggianti. Il Mattino oggi ricorda come la maggior parte dei progetti di riconversione industriale nel Mezzogiorno siano stati un fallimento.

Si va dal caso recente della riconversione dello stabilimento Whirlpool di Napoli al progetto di riqualificazione dell’ex Italsider a Bagnoli (Napoli). Lì la bonifica non è mai partita e la riconversione industriale è rimasta lettera morta. Anche per lo stabilimento Cirio ci vollero 40 anni. A febbraio scorso vennero trovate tracce di arsenico in dodici pozzi per l’uso agricolo nell’area dell’ex Saint-Gobain di Caserta. Anche in questo caso la riconversione industriale non è mai partita e la bonifica è rimasta ferma. A Termini Imerese dopo la chiusura dello stabilimento Fiat il piano di rilancio si è bloccato. Qui si parla di “reindustrializzazione”, in modo da garantire i livelli occupazionali (gli ex dipendenti Fiat sono circa 800) ma il progetto di rilancio della Blutec, che prevedeva la costruzione di auto ibride ed elettriche non è mai partito. I vertici aziendali sono finiti sotto inchiesta per malversazione e ancora oggi i lavoratori sono in cassa integrazione. E non finisce qui secondo lo Svimez lo stallo di questi ultimi sette anni su ILVA ha mandato in fumo 23 miliardi di prodotto interno lordo. Ovvero l’1,35% cumulato della ricchezza nazionale.

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