Economia

Whirlpool e altri: le 158 crisi aziendali che Di Maio ha dimenticato al ministero

whirlpool crisi aziendali

Sono 158 le vertenze aperte al ministero dello Sviluppo Economico oltre a Whirlpool, che chiude il primo novembre 2019 nonostante i bannerini ridicoli che il MoVimento 5 Stelle ha fatto circolare in questi mesi per sostenere a pene di segugio che tutto fosse risolto.

Whirlpool e altri: le 158 crisi aziendali che Di Maio ha dimenticato al ministero

Mercatone Uno, Blutec, Pernigotti e Alitalia – che ieri ha ricevuto la promessa di incamerare altri 350 milioni di soldi pubblici – sono solo i nomi più famosi delle crisi aziendali lasciate aperte da Luigi Di Maio al suo successore Stefano Patuanelli: su Whirlpool aveva ad esempio detto che avrebbe fatto restituire i finanziamenti erogati nell’ambito dell’accordo dell’anno scorso ma questo non è possibile perché non sono legati ad un unico sito produttivo. In ultima istanza il governo era arrivato a promettere altri dieci milioni di euro affinché non se ne andasse da Napoli: ma per l’azienda non era sufficiente. Il resto è storia di una colossale presa per i fondelli dei lavoratori da parte del MoVimento 5 Stelle. Di Maio ha taciuto infatti per due mesi sul caso Whirpool pur essendo stato informato dall’azienda della volontà di vendere lo stabilimento di Napoli. Per settimane poi ha mentito gli operai che andavano sotto le finestre del Ministero a gridare «dai Di Maio non mollare». Ma lui aveva già mollato, solo che non lo aveva detto  a nessuno.

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Oggi si parla di un nuovo piano, il workers buyout, ovvero la fabbrica salvata dagli operai. Secondo Repubblica, che ne parla in un articolo a firma di Marco Patucchi, il progetto vedrebbe  lo Stato al fianco dei lavoratori, in particolare con Invitalia, l’agenzia nazionale per lo sviluppo dell’impresa.

Fonti dell’esecutivo sottolineano che la strada del “workers buyout” verrebbe imboccata qualora la Whirlpool confermasse la chiusura, il primo novembre, dei cancelli dell’impianto napoletano.

Eventualità molto concreta dopo il naufragio del vertice di palazzo Chigi, con il rifiuto del governo di prendere in considerazione la riconversione industriale proposta dalla multinazionale americana: ovvero il trasferimento della fabbrica al gruppo svizzero (ma a guida italiana) Prs che produrrebbe frigo-container e che sarebbe affiancato da un altro partner industriale italiano.

Dalla Whirlpool si fa notare che il primo novembre è “domani” e che la proposta di riconversione è sempre sul tavolo (nonostante siano circolate voci di un passo indietro di Prs).

In attesa di sapere come finirà questa storia – e mentre quello che non doveva mollare mai se ne è andato alla Farnesina… – i problemi dei siti industriali rimangono lì sul tavolo: l’ex Ilva, acquistata da Arcelor Mittal, ha mandato 1400 dipendenti dello stabilimento di Taranto in cassa integrazione mentre il M5S continua a litigare al suo interno sull’immunità.

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La Pernigotti, anche questa venduta come risolta, è in mano al gruppo turco Toksoz che vuole vendere il comparto gelati mentre gli acquirenti italiani che avevano promesso il salvataggio si sono nel frattempo ritirati in ordine sparso. Più di mille operai dell’ex Blutec si trovano senza cassa integrazione da quattro mesi e senza prospettive di rientro al lavoro, mentre sono 1800 quelli di Mercatone Uno con una cassa integrazione di 300 euro al mese.

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