Fact checking

Come il dibattito sulle fake news sta andando in vacca (per motivi politici)

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Le fake news tornano al centro del dibattito politico. Si dirà che ci sono questioni “ben più importanti” di cui occuparsi. La risposta è sempre la stessa: ci si può occupare di fake news e al tempo stesso di altri problemi. A patto però di farlo in modo serio. Ovvero al contrario di come lo stanno facendo due importanti partiti italiani: il Partito Democratico e il MoVimento 5 Stelle. Entrambi più preoccupati dallo smentire le notizie urlando “fake news” che realmente interessati ad affrontare un aspetto importante della comunicazione (politica e non). Il risultato è che un argomento molto delicato come quello delle fake news e della misinformation diventa l’ennesimo terreno di scontro politico che non aiuta però a comprendere quale sia il punto cruciale della questione.

L’eterna ghirlanda brillante delle fake news

Un po’ a dire il vero è anche colpa del concetto di fake news, che si presta troppo facilmente a forme di manipolazione e strumentalizzazione. Come abbiamo scritto qualche tempo fa le fake news sono diventate un argomento di comodo per fare propaganda politica. Anche perché – e questo vale per qualsiasi partito politico – incredibilmente le fake news vengono inventate e discusse solo tramite l’Internet e i social network che così diventano un comodo capro espiatorio.
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Su neXtquotidiano abbiamo già scritto che l’argomento è tutt’altro che circoscritto (e circoscrivibile) ai siti di bufale o di notizie false ma riguarda tutti coloro che fanno informazione quindi anche e soprattutto i giornali. Senza escludere quelli di carta con qualche decennio di storia alle spalle. Per dirla con le parole di Franco Bechis da anni i giornalisti raccontano balle, e ora il problema sarebbe il Web? Esatto. Del resto anche il termine fake news non è poi così recente, il dizionario Merriam-Webster ne fa risalire l’etimologia alla fine del XIX° secolo, 125 anni fa (più o meno). Ma allora perché le fake news sono così importanti adesso? Prendiamo ad esempio un recente post su Facebook del Partito Democratico sull’argomento.

L’errore del PD che genera altre fake news

Il PD (che prima di parlare di misinformation dovrebbe leggere questo articolo) parte da un’inchiesta del New York Times che ha rivelato l’esistenza di un network di siti di “fake news” legato a Noi con Salvini e ad alcune pagine che fanno riferimento al MoVimento 5 Stelle. A simili risultati sono giunti anche David Puente e da Repubblica (che riprende in parte il pezzo di Puente) in un articolo di Carlo Brunelli e Tiziano Toniutti. Ad agosto Lorenzo Romani su Affari Italiani era stato il primo a parlare di un legame tra il tracking-code di Noiconsalvini.org e altri siti “pro M5S”. Cosa fa il PD? Fa “tre domande” che dimostrano che non ha assolutamente compreso (o meglio, fa finta di non aver capito) il punto degli articoli.

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Fonte: Partito Democratico via Facebook.com

Il PD chiede se quella rete di 19 siti dei quali fanno parte il sito ufficiale di Noi con Salvini, alcuni siti simpatizzanti del M5S (non siti ufficiali) e altri che parlano di alieni sia “coordinata da Salvini o Casaleggio”. A parte che la domanda corretta sarebbe “da Luca Morisi o dalla Casaleggio” (visto che è Morisi a gestire la comunicazione di Salvini e non Salvini stesso) questa domanda non ha senso. Perché nessuno parla di responsabilità dirette di Noi con Salvini o del M5S. Secondo Morisi la persona che ha aiutato a mettere in piedi il sito del partito salviniano era al tempo stesso webmaster di altri siti che poco o nulla hanno a che fare con il leader della Lega Nord.

Poche prove e moventi ancora da chiarire

L’unica traccia che lega questi siti è il codice AdSense utilizzato dal webmaster per tutti i siti. Una “prova” che però è tutt’altro che conclusiva (il pensiero che a trovarla sia stato quello che da alcuni è considerato l’enfant prodige dell’hacking italiano fa sorridere). Cercare una regia occulta, per quanto sia un’ipotesi interessante, rischia di finire come quando Jacopo Iacoboni sulla Stampa ci spiegava della rete di bot usati dalla Casaleggio su Twitter. Per la cronaca la vicenda si è conclusa con la scoperta delle insospettabili doti di trolling da parte di Titti Brunetta, la moglie di Renato Brunetta, che su Twitter aveva un fake – Beatrice Di Maio – che si spacciava per un’attivista pentastellata. Quella storia è molto interessante: ci ricorda che anche i giornali diffondono fake news e che una persona può – indipendentemente dal suo “credo politico” – abbracciare posizioni diverse.

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La Struttura dietro a Beatrice Di Maio

Visto che i codici AdSense sono il filo che lega i vari siti gestiti dal “webmaster di Salvini” è così assurdo pensare che il motivo sia quello del semplice guadagno? In fondo la maggior parte dei contenuti pubblicati rientrano nella categoria del clickbaiting. L’ipotesi non è così peregrina. Paul Horner l’uomo che con le sue bufale “ha fatto vincere Trump per sbaglio” ha dichiarato di aver diffuso notizie false solo per poter guadagnare soldi. Anche il webmaster di Senzacensura.eu, sito che diffondeva notizie razziste inventate di sana pianta, ha raccontato di aver fatto “soldi a palate” con le bufale razziste.

Le fake news del M5S esistono anche senza reti occulte di siti di propaganda

La battaglia sulle fake news condotta dal PD è quindi quanto di più aderente ci sia alla definizione del termine post truth che secondo l’Oxford Dictionary fa riferimento ad una situazione nella quale i fatti oggettivi hanno poca importanza per la formazione della pubblica opinione rispetto ad appelli alle emozioni o alle convinzioni personali. Gli elettori del PD sono convinti che il MoVimento 5 Stelle sia una macchina da clickbaiting e da fake news e quindi non c’è problema a credere che Salvini e Casaleggio siano dietro a quel network di siti. Non che Grillo in passato non abbia abusato di clickbaiting o diffuso vere e proprie bufale. Ma questo non c’entra con l’argomento di oggi: le fake news di quella particolare rete di siti che ufficialmente non hanno a che fare con il M5S.
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Si arriva così alla risposta del MoVimento 5 Stelle che ha buon gioco a dire che in questo caso non ha nulla a che fare con quelle inchieste (e che ieri aveva raccontato in modo “furbo” la vicenda). Il partito di Grillo rivendica come il M5S e i suoi portavoce abbiano milioni di follower e quindi non abbiano bisogno di siti da poche migliaia di like per la loro strategia di comunicazione. Ma dimentica di dire che in una vecchia inchiesta di BuzzFeed sotto accusa erano finiti due siti della Casaleggio –  Tze Tze e La Fucina – i cui contenuti venivano spesso rilanciati sulla pagina del Capo Politico del MoVimento. Non si può dimenticare che Beppe Grillo ha fondato gran parte del suo consenso condividendo notizie assurde, stupide e pericolose. E del resto i deputati e i senatori del M5S non hanno certo di una rete “segreta” di siti per diffondere fake news. Vi ricordate di quando Luigi Di Maio diceva di aver “chiamato l’ambasciata francese” e aver “ottenuto l’invio di tre canadair”?