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«Così con le mie notizie false ho fatto vincere Trump»

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In questi primi dieci giorni trascorsi dalla vittoria di Donald Trump alle Presidenziali USA in molti hanno cercato di capire come mai Trump è riuscito a sconfiggere Hillary Clinton e perché ben pochi analisti lo avevano previsto. Tutto questo analizzare, verificare, certificare si traduce nella ricerca di uno o più colpevoli e per il momento ne sono stati individuati due, entrambi decisamente molto consolatori per gli elettori del Partito Democratico. Da una parte c’è il solito discorso sull’ignoranza (e il razzismo) dell’elettore di Trump, dall’altra il dibattito sulle responsibilità dei social network (se non dell’intera Internet) nella diffusione di notizie false che sono state utilizzate per alimentare il motore della campagna elettorale di Trump.
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Quell’irresistibile voglia di sentirsi migliori

In tutti e due i casi  grazie a queste due spiegazioni quelli che non hanno votato per il candidato repubblicano, o coloro che all’estero non si riconoscono nelle sue posizioni, possono tirare un sospiro di sollievo perché qualcuno (giornalisti, esperti di Internet e trolling) hanno certificato la loro superiorità morale (e intellettuale) rispetto agli elettori e simpatizzanti di Trump che non solo sono razzisti ma nemmeno sono in grado di riconoscere il vero dal falso. Inoltre il fatto che la responsabilità venga addossata ad quell’entità misteriosa che è l’Internet (o malvagia, come ad esempio è Facebook) contribuisce a farci sentire migliori  – perché l’uomo deve essere per forza superiore alla macchina – e impotenti al tempo stesso. Per la serie, che ne sarà di noi ora che grazie a Facebook possono essere elette persone come Donald Trump? Sembra sfuggire ai più – quelli che per spiegarci come funziona la macchina infernale propaganda parlano di “plebe” e citano direttamente Goebbels – che persone come Donald Trump sono state elette anche senza l’aiuto dei social network. Fra qualche tempo forse potremo guardare con più distacco questa elezione americana e accorgerci che Trump non aveva bisogno della Rete per mentire o per inventare storie fantasiose, lo faceva già benissimo da solo perché il suo obiettivo non era dire le cose come stanno o come avrebbero potuto essere ma intrattenere il pubblico. In tutto questo i social network non hanno fatto altro che amplificare a dismisura (nel senso che evidentemente non siamo stati in grado di coglierne la portata) il suo messaggio. Si è parlato molto dell’armata di troll (anche qui si ricorre ad un termine che evoca malvagità) che ha consentito a Trump di stabilire il suo dominio sull’Internet, e qualcuno si è spinto anche più in là nello spiegarci che hacker e altri oscuri soggetti del cyberspazio erano direttamente al soldo di Trump proprio con lo scopo di inventare, pubblicare e diffondere notizie false e contenuti virali. Se pensiamo che poco più di 15 anni fa George W. Bush è riuscito a farsi eleggere “solo” con l’aiuto di Fox News viene da sorridere.

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La Struttura dietro a Beatrice Di Maio

Anche in Italia a quanto pare esiste una centrale della propaganda del genere, almeno è quello che si evince dall’inchiesta giornalistica condotta da Jacopo Iacoboni per La Stampa che ha sostenuto di aver trovato nell’account Twitter di una certa Beatrice Di Maio la prova che la Struttura Delta della Casaleggio Associati utilizza degli account per fare propaganda su Twitter. È interessante notare che l’esistenza della Struttura Delta, una sorta di “staff dello Staff” è stata rivelata a Iacoboni da un ex Casaleggio, Marco Canestrari. Oggi su Repubblica Antonio Casilli docente di Digital Humanities al Paris Institute of Technology riduce notevolmente la portata delle “rivelazioni” di Iacoboni:

Non bisogna farsi suggestionare da tecnicismi. Al di là dei contenuti, qui vedo soltanto un gruppo di utenti che si aggrega attorno a un ‘hub’, che è semplicemente un nodo che ha più connessioni con altri nodi della rete. Può impressionare qualche profano, ma è così che funziona, sia nella vita normale che sui social network.

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Paul Horner, l’uomo che inventa notizie false e che “ha fatto eleggere Trump” (per sbaglio)

E la Struttura? La macchina da guerra della propaganda che usa account ghost per spacciare notizie false e umorismo da quinta elementare? Forse anche su quello ci sarebbe da indagare, magari come ha fatto il Washington Post che è andato ad intervistare Paul Horner, la persona che sta dietro molte delle fake news virali che hanno messo benzina nel motore della campagna elettorale di Trump. Horner, che da una vita si occupa di scrivere, pubblicare e diffondere notizie false non lavorava per il Comitato elettorale del Presidente anzi nell’intervista concessa al Washington Post rivela che il suo intento, nel pubblicare notizie come quella degli Amish che annunciano di voler votare per Trump e soprattutto quella dei manifestanti anti Trump pagati 3.500 dollari per andare a protestare fuori dai comizi del candidato repubblicano, era esattamente l’opposto. O meglio, lo scopo principale era quello di farci un sacco di soldi, perché Horner si è accorto che quel genere di notizie che strizzano l’occhio all’elettorato repubblicano gli consentiva di incassare parecchio denaro tramite Google Adsense. Una storia simile l’abbiamo avuta anche da noi con il sito anti immigrati Senzacensura.eu. Horner però è decisamente più metodico: ad esempio per la storia dei manifestanti pagati, che è stata ripresa anche dall’Huffington Post, ha pubblicato un finto annuncio su Craiglist per fornire la “prova” che la notizia era vera e poi l’ha pubblicata su un sito di sua proprietà la cui veste grafica rispecchia quella dell’ABC News per renderla più autorevole. Ma perché proprio quel genere di notizia? Paul Horner sostiene di aver semplicemente colto l’opportunità che si stava presentando: la voce che circolava tra i sostenitori di Trump era quella che i manifestanti anti-Trump fossero pagati, quindi il “terreno” per così dire era già fertile e pronto a credere in quella notizia. Quante volte in Italia abbiamo sentito la storia del partito o del sindacato che carica sulla corriera i manifestanti offrendo loro panini e da bere e pagando il viaggio in modo da portare più gente in piazza? Horner non è un politico, non è un agente disturbatore pagato dal Partito Repubblicano: è un uomo d’affari, un impresario delle notizie false del Web che agisce solo per il profitto. Ha visto l’esistenza di un mercato decisamente ampio, composto a suo dire da persone che non fanno “fact checking” e che condividono e cliccano qualsiasi notizia che confermi quello che già pensano o già sono disposti a credere, un fenomeno noto fin dagli Anni Sessanta con il nome di Confirmation Bias. Non servono raffinate ricerche per scoprirlo: è lo stesso metodo utilizzato da Donald Trump nei suoi comizi (diversi giornali si sono dedicati al fact checking delle sue affermazioni, smascherando le numerose menzogne). Funziona nel mondo “reale” e perché non dovrebbe funzionare anche in quello “virtuale”? Sono le persone, non le reti, a credere alle notizie false o alle bufale. La storia di Horner dimostra che le motivazioni che spingono i creatori di fake news  a pubblicarle solo in parte coincidono con gli interessi di gruppi politici o “Strutture” che magari semplicemente sfruttano quello che c’è già. Ad esempio la storia dei manifestanti pagati era stata condivisa anche da Corey Lewandowski che all’epoca era il manager della campagna di Trump. Sì ma c’è sempre il fact checking, diranno i più intelligenti. Non è proprio così, prendiamo il caso della notizia data dall’HP, Augusto Rubei si è accorto dell’errore (ovvero che il sito di ABC non era autentico) e ha editato il pezzo:

UPDATE 15-11-2016 16:24
Ci tengo a chiarire, nei confronti di chi legge, che il sito Abc news linkato nel post (malgrado sia praticamente un mirror dell’originale), non corrisponde al sito ufficiale dell’emittente Usa e, di conseguenza, la stessa agenzia AP riportata non risulta autentica. Gli annunci su Craigslist che reclutano manifestanti anti-Trump a pagamento sono invece autentici, così com’è lecito pensare che ci siano dei gruppi finanziari interessati a colpire il neo eletto presidente Usa Donald Trump. Lo conferma la stessa agenzia Ansa, che ieri parlava di una riunione tra George Soros ed altri potenti della Terra tesa proprio a questo fine. Ma questo è il solito gioco tra poteri forti, che negli States trova la sua massima espressione. Ciononostante, è dovere di ogni giornalista ammettere i propri errori, soprattutto quando questi, nell’ambito della nostra professione, rischiano di influenzare la pubblica opinione e anche se questi, in ogni caso, non invalidano il contenuto della propria riflessione. Ringraziando gli utenti che hanno segnalato il caso, colgo l’occasione per annunciare che mi occuperò nei prossimi giorni anche dell’altra faccia della propaganda.

Però nell’edit sostiene che gli annunci su Craiglist sono “autentici”. In realtà l’autenticità significa solo che sono stati pubblicati, non che siano veri (ad esempio tempo fa una ragazza offriva i suoi servizi di Pokemon Trainer ma era solo un modo per raccogliere materiale per un articolo su Pokemon Go). Rubei non ha modo di controllare se quegli annunci sono genuini o meno (ad esempio se sono stati messi online da emuli di Horner o da Horner stesso), il suo fact checking si ferma lì. Il suo edit è falso? No, perché per quanto era possibile dire gli annunci erano “veri”. Forse si sarebbe potuto indicare il dubbio sulla genuinità degli annunci, ma fino alla pubblicazione del pezzo sul Washington Post chi avrebbe potuto pensare che per creare una notizia falsa si sarebbe creata una realtà di supporto così precisa. E se un giornalista, con i mezzi e il tempo a sua disposizione, non riesce a distinguere il vero dal falso – che a volte è semplicemente indistinguibile – come possiamo pretendere che lo faccia l’elettore di Trump? Nella mia limitata esperienza ho visto che molti lettori (e commentatori addirittura) si limitano a leggere il titolo di un articolo. Il lettore che “fa il fact checking” delle notizie semplicemente non esiste (e spesso nemmeno il giornalista lo fa).