Fact checking

Il "vero" problema delle fake news

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Se succede qualcosa di brutto la prima cosa da fare è trovare un capro espiatorio. Da quando esiste il cosiddetto “mondo virtuale” addossare la colpa all’Internet e ai computer in generale (pensiamo ai vari allarmi sui pericoli mortali dei videogame) è uno sport assai diffuso e praticato. Questo accade perché per parlare di cose del Web non servono una laurea o studi approfonditi ma è sufficiente una connessione ad Internet. Aspetto questo che accomuna gran parte di coloro che oggi ci spiegano il pericolo delle fake news con il classico utente che “ha studiato presso l’Università della Strada” e che ci spiega che ha letto su Internet che con limone e bicarbonato si cura l’AIDS (che, tra l’altro, non esiste).

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Claudio Cerasa, direttore del Foglio

La colpa è sempre di Internet

Fino a non troppo tempo fa la politica sembrava non interessarsi troppo al problema della disinformazione in Rete: che fossero le ridicole scie chimiche o pericolose teorie mediche (vaccini che causano autismo o pratiche terapeutiche dannose e inutili) l’argomento era sostanzialmente ai margini della discussione pubblica: erano bufale. Certo, c’erano già, e da diverso tempo le pagine Facebook e i siti che inventavano notizie a carattere razzista. Addirittura l’autore di uno di quelli di maggiore successo aveva dichiarato di farlo per profitto (proprio come ha detto uno di quelli ritenuti “responsabili” dell’elezione di Donald Trump). Come pure esistevano già numerose distorsioni delle notizie e delle informazioni utilizzate da molti politici per fare propaganda. A titolo di esempio mi limito a ricordare di come una dichiarazione inventata di sana pianta da un’eurodeputata del M5S e attribuita ad uno scienziato sia finita all’interno dell’inchiesta dei PM di Lecce sulla Xylella che ha portato alla sospensione del piano Silletti per il contenimento dell’epidemia. Dopo la vittoria di Trump negli USA (e la bocciatura delle riforme costituzionali in Italia) quasi improvvisamente tutti i giornali e i politici hanno iniziato a parlare di fake news. La particolarità delle fake news, stando all’autorevole parere di quanti ora ci spiegano quanto siano pericolose, è che sono l’arma finale dei populisti e soprattutto che non esistono in natura.Vale a dire che le fake news esistono sostanzialmente solo per colpa di Internet e dei social network e pertanto, come ha proposto ad esempio il Presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella è opportuno creare degli organismi indipendenti di controllo sulla produzione di notizie false in modo da impedire agli imprenditori delle bufale di speculare sulla disinformazione online. Sul Corriere della Sera oggi è ospitato un intervento di Pitruzzella dove il Presidente dell’Antitrust scrive che le fake news rappresentano un pericolo per la democrazia:

In ogni caso le bugie in Rete non sono un bene per la libertà di informazione, che ha sempre due volti. Da un lato, c’è il diritto di informare ma, dall’altro lato, c’è il diritto ad essere informati correttamente e a non essere ingannati. Né pare possibile sfuggire a quest’ultima osservazione, facendo valere il fatto che chi naviga in Rete può sempre confrontare un’informazione con un’altra per poi stabilire se una notizia sia vera o falsa, perché in
questo modo si pone sul singolo individuo un onere di approfondimento enorme, e perché, nel mondo dei motori di ricerca e dei social media, la notizia falsa può essere collocata ai primi posti tra le news che appaiono sullo schermo apparendo come l’unica informazione rilevante.

e che quindi è necessario agire per arginarle prima che sia troppo tardi. In che modo? Secondo Pitruzzella non è possibile lasciare a imprese private (come Google o Facebook) il compito di operare un controllo sulla produzione e diffusione di fake news, occorre inventare una sorta di organismo internazionale indipendente in grado di verificare se una notizia è falsa e soprattutto di intervenire per rimuoverla dall’Internet (nel caso vi vengano dei dubbi su come tecnicamente dovrebbe svolgersi un’operazione del genere non siete i soli):

potrebbero introdursi istituzioni specializzate, terze e indipendenti che, sulla base di principi predefiniti, intervengano successivamente, su richiesta di parte e in tempi rapidi, per rimuovere dalla Rete quei contenuti che sono palesemente falsi o illegali o lesivi della dignità umana (non dimentichiamo il caso recente della ragazza napoletana che si è uccisa dopo la diffusione virale sulla Rete di un suo video che doveva restare privato).

Cosa c’entra il caso di Tiziana Cantone con le fake news (notizie false in italiano, a quanto mi risulta)? Assolutamente nulla. Ma se dovete trovare un mostro da combattere tanto vale far credere al pubblico e ai lettori che sia davvero un essere disgustoso e abietto. Poco importa ad esempio che il video di Tiziana Cantone sia stato diffuso tramite altri canali (ad esempio WhatsApp inizialmente, ma il tormentone è stato ripreso anche da Radio DeeJay) che sono qualcosa di altro rispetto alle centrali di produzione di fake news su Internet. È vero che la Cantone ha avuto delle difficoltà a ottenere la rimozione dei video da Internet ma la storia è diversa e citarla in un discorso sul problema delle bufale in Rete è davvero qualcosa di scorretto dal punto di vista dell’informazione (perché non parlare allora di tutti i contenuti illegali che andrebbero rimossi, come ad esempio il materiale protetto da copyright?). A dirla tutta il paragone con il caso della Cantone è un esempio di fake news (o di fallacia retorica se volete essere più precisi) solo che “a sorpresa” lo leggiamo su un giornale di carta (il Corriere del 2 gennaio 2017).

Quando i giornali inventano notizie false cosa si fa?

Perché se davvero vogliamo parlare di fake news e davvero vogliamo affrontare il problema dobbiamo renderci conto che le notizie false sono anche sui giornali. Qualche tempo fa il Giornale e Libero hanno inventato di sana pianta l’allarme dei terroristi dell’ISIS addestrati a spacciarsi per vù cumprà per farsi esplodere sulle spiagge italiane. Sulla Stampa Jacopo Iacoboni ha inventato la storia dell’account di Beatrice Di Maio al soldo della Spectre del MoVimento 5 Stelle, peccato si sia poi scoperto che la Di Maio era la moglie di Brunetta e che Iacoboni non abbia mai messo a disposizione le “analisi matematiche” in base alle quali aveva dedotto l’esistenza di una struttura della propaganda che organizzava numerosi account Twitter asserviti allo scopo di gettare fango e fake news nei confronti del Governo. Anche la storia, comparsa su molti giornali, dei manifestanti anti-Trump pagati per scendere in piazza era falsa: l’annuncio su Craiglist era infatti stato pubblicato per dare credibilità ad una fake news. Oppure prendiamo la storia delle fake news che hanno sospinto Trump alla Presidenza: il Washington Post pubblica una lista per mettere a nudo tutti quei siti di fake news e propaganda che “hanno aiutato Trump” a conquistare la Casa Bianca. Peccato che in quella lista di proscrizione – stilata da un sito che non ha condotto un’analisi approfondita ma si è basato sul “comportamento degli utenti” siano finiti anche parecchi siti molto critici nei confronti di Trump e della Clinton ma non in maniera populista bensì entro i normali canoni della critica politica e della libertà d’espressione: ci sono siti come Wikileaks ma anche giornali di sinistra che criticavano la Clinton, e alcuni dei migliori siti indipendenti come Counterpunch, Truthdig, Naked Capitalism, Zero Hedge e Truth-out, insomma un calderone indistinto di posizioni ideologiche dove mancava semplicemente una cosa: la prova della connessione tra questi siti e i media “di regime” russi. Eppure il WaPo ha pubblicato l’articolo senza battere ciglio, anzi, qualche giorno fa ha scritto una storia a proposito degli hacker russi che erano riusciti a penetrare nel sistema di gestione della rete elettrica nazionale USA, una storia che però era falsa (e sui presunti crimini di Putin e degli hacker russi ai danni delle democrazie occidentali si potrebbero scrivere dei libri). Se un’eventuale ente terzo dovesse basarsi su analisi del genere non starebbe bonificando l’Internet dalle bufale, starebbe istituendo un  Ministero della Verità e istituzionalizzando la censura. Vogliamo parlare di notizie razziste? Parliamo allora di quello che molti giornali hanno scritto dopo l’omicidio di Emmanuel Namdi a Fermo. Nei primi giorni c’erano quotidiani che si facevano portavoce delle istanze della difesa di Amedeo Mancini (che alla fine ha patteggiato) e che spiegavano con dovizia di particolari come il Mancini fosse stato scagionato dalla testimonianza di alcuni supertestimoni e addirittura di come la moglie di Namdi si fosse “rimangiata quello che aveva detto” e avesse confessato di essersi inventata tutto. I titoli e gli articoli che si sono letti in quei giorni su quel fatto di cronaca rivaleggiavano a pieno titolo con i peggiori “lanci” dei vari siti razzisti di Fake News. Eppure il problema per la democrazia e per il diritto del lettore di essere informato rimane l’Internet e non, ad esempio, le decine di servizi mandati in onda dalle Iene per sostenere la bufala del protocollo Stamina, servizi per i quali Davide Parenti non ha abbozzato nemmeno una minima scusa dicendo che “stavano solo riportando i fatti”. Che dire infine della storia del nipote della giornalista di Repubblica Silvia Bizio intervistato come “passante” davanti alla casa di Carrie Fisher? Sicuramente non è stato gran giornalismo e senza dubbio non è stata una di quelle fake news “pericolose” per la democrazia ma è un episodio (tra tanti) che aiuta a far capire come la macchina della produzione delle notizie sia appunto più complessa della manichea divisione tra giornalisti buoni e autori di pagine Facebook cattivi. Eppure il problema da arginare è quello della diffusione su Facebook di notizie false, nessuno sembra preoccuparsi di come le stesse notizie false vengano create o diffuse da politici e giornalisti di professione. Certo, anche i cosiddetti debunker sbagliano e si macchiano delle stesse colpe di chi inventa fake news, lo ricordava ad esempio Virginia Della Sala sul Fatto Quotidiano del 31 dicembre raccontando come alcuni siti anti-bufala si fossero comportanti in modo intellettualmente disonesto nell’affibbiare il bollino di “notizia falsa” a coloro che riportavano un comunicato della Camera che in un primo momento era stato diffuso con un testo sbagliato e poi sostituito (senza lasciare traccia del primo). Istituire un organismo di controllo su Internet e sulle Fake News sui social non solo sarebbe un’inutile operazione di censura ma lascerebbe fuori anche parecchio materiale interessante soprattutto sul versante delle dichiarazioni dei politici, quelle sì in grado di orientare il voto degli elettori e danneggiare la democrazia in maniera precisa e puntuale.