Opinioni

Come ha preso La Stampa la storia di Beatrice Di Maio e Titti Brunetta?

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Ieri quasi tutti i giornali italiani hanno ripreso la storia di Beatrice Di Maio e Titti Brunetta con l’autoaccusa della moglie di Renato, Tommasa Giovannoni Ottaviani, che ha rivelato di essere la proprietaria della account messo sotto la lente per un articolo di Jacopo Iacoboni. Tutti tranne uno: La Stampa diretta da Maurizio Molinari non aveva on line un articolo sulla vicenda. Come mai? Forse per imbarazzo, visto che il quotidiano torinese aveva già insignito l’autore del prestigioso premio interno Igor Man per un articolo che si era già sgonfiato il giorno della pubblicazione e che poi era stato fortemente ridimensionato dalla scoperta del Fatto riguardo i veri termini della denuncia di Luca Lotti.
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Oggi però in pagina, bontà sua, La Stampa ha sul cartaceo un articolo che racconta cosa è accaduto ieri. Si trova a pagina 9 senza richiamo in prima, a differenza dell’articolo di Iacoboni. Federico Capurso, autore dell’articolo, ha però deciso di concorrere per l’assegnazione del premio Igor Man, visto che nell’articolo sostiene ad esempio che:

Il quotidiano Libero, con un colpo di scena, svela l’identità dell’idolo dei social pentastellati, i cui tweet al vetriolo contro Mattarella, il governo e il Pd erano seguiti da migliaia di persone. Beatrice Di Maio sarebbe, in realtà, Titti Ottaviani, moglie del capogruppo forzista alla Camera Renato Brunetta, tenuto giura lei – all’oscuro di tutto. Nulla a che vedere con il Movimento, dunque, come invece avevano ipotizzato i parlamentari del Pd negli scorsi giorni.

Ora, chiunque abbia anche una minima conoscenza dei fatti non potrà non notare che l’ipotesi che la Di Maio avesse a che vedere con il MoVimento non è partita dai parlamentari PD, come afferma Capurso per coprire una merda pestata clamorosamente dalla Stampa. Scriveva infatti Iacoboni:

Perché rivolgere attenzione, anche giudiziaria, a quello che potrebbe essere un comune troll, o un militante anonimo? Perché Beatrice si muove dentro quella che è configurata come una struttura: a un’analisi matematica si presenta disegnata a tavolino secondo la teoria della reti, distribuita innanzitutto su Facebook (dove gravitano 22 milioni dei 29 milioni di italiani sui social), e – per le élite – su Twitter. Ha un andamento assai ingegnerizzato. Su Facebook, la rete è costituita da un numero limitato di account di generali (da Di Maio e Di Battista a Carlo Martelli, figura virale importante, in giù) e – tutto attorno – da una serie di account di mediatori top e, aspetto decisivo, da pagine e gruppi di discussione che fanno da camera di risonanza. In basso vi sono semplici attivisti o fake di complemento: gli operai. Immaginate una mappa geografica: gli snodi (hub) sono le città e i villaggi, fortemente clusterizzati (aggregati a grappoli); i mediatori e soprattutto i connettori sono le strade. Naturalmente, una rete così recluta anche tanti attivisti reali, che non possono vedere l’architettura, assorbiti dalla pura gravità dei nodi centrali: la struttura si mimetizza con l’attività spontanea come un albero in una foresta. Eventuali falsi e calunnie, ovunque generate, si viralizzano, venendo spostati dal centro alla periferia, anonimizzati, quindi meno denunciabili.

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E concludeva:

La condivisione esatta dell’andamento dei metadati, e la spartizione palese dei ruoli, non si configurano, algoritmicamente, come casuali. C’è una centrale che gestisce materialmente questi account? La Procura si trova ora a indagare anche su questo.

I più acuti di voi si saranno ad esempio accorti che La Stampa parla di una denuncia di “Palazzo Chigi”, dando falsamente a intendere che si sia mosso il governo. Invece, è un fatto, la denuncia per diffamazione è stata presentata (e non poteva essere altrimenti) dal privato cittadino Luca Lotti, che si è sentito diffamato: un giudice deciderà se è vero. In più, se si parla di una denuncia per diffamazione di Luca Lotti nei confronti di un account su Twitter, cosa c’entra la foto di Beppe Grillo e Davide Casaleggio abbracciati? E soprattutto: la procura NON si trova a indagare sulla famigerata Struttura di cui parla Iacoboni, ma soltanto per diffamazione, come confermato a Davide Vecchi del Fatto dall’avvocato di Lotti.
Ma non finisce qui. Perché la Stampa di Maurizio Molinari riesce anche a pubblicare questo trafiletto anonimo in cui sostiene che la notizia è quella della querela per diffamazione, che nell’articolo era immersa all’interno di una serie di…curiose discussioni su “analisi matematiche” di cui non sono mai state pubblicate le prove e in cui si dicevano cose come: «L’account si muove dentro una struttura di propaganda. Al vertice ci sono i mediatori top. In basso, invece, semplici attivisti grillini o profili fake che rilanciano post e tweet».  Strano, visto che nella motivazione del premio Igor Man rilasciata a Iacoboni si parlava della «cyberpropaganda M5S già finita nel mirino della procura».
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Dove è finito tutto questo? È evidente e lo spiega La Stampa vergognandosi di citarlo e difenderlo: nel dimenticatoio. Insieme a uno di quei sentimenti che di solito spingono l’uomo a migliorarsi: la vergogna.

Leggi sull’argomento: Beatrice Di Maio: come passare dalla Struttura della Casaleggio alla moglie di Brunetta