Economia

La storia dei sovranisti che vogliono vendere il debito pubblico a Russia e Cina

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«Saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa». Così parlò il presidente del Consiglio Giuseppe Conte presentando il suo programma di governo al Senato. Qualche tempo dopo l’avvocato del popolo italiano, sostenuto da un partito che ha come motto “prima gli italiani”, come primo atto formale si era presentato al G7 per chiedere la revoca delle sanzioni, salvo poi confermarle.

I sovranisti che sperano che Cina e Russia salvino l’Italia

Il già di per sé curioso caso del governo sovranista e orgogliosamente populista che si prefigge di difendere gli interessi di uno stato straniero (raccontando la favoletta che le sanzioni danneggiano la società civile russa e l’export italiano) si arricchisce di un nuovo capitolo. Mentre il ministro dell’Economia Giuseppe Tria sta per andare in Cina a caccia di investimenti sperando che Pechino abbia intenzione di comprare parte del debito pubblico italiano oggi La Stampa racconta infatti che il ministro per gli Affari Europei Paolo Savona starebbe pensando alla possibilità di un aiuto da parte della Russia in caso di crisi dello spread in Italia e di mancato intervento da parte della Banca Centrale Europea. Durante l’intervento alla seduta congiunta delle commissioni di Camera e Senato del 10 luglio scorso Savona aveva detto che qualora la BCE non fosse intervenuta «evidentemente noi dovremmo trovare un’alternativa. Un’alternativa interna, se qualche Paese si associa con noi (e tanto meglio), o esterna, e questo sarebbe un fatto più delicato».

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Anche il ministro però sa che la Russia non è in grado di fare questo genere di operazioni (ovvero finanziare il debito pubblico italiano) perché non ha abbastanza denaro per farlo, questo perché le riserve della Russia in foreign exchange sono in tutto circa 350 miliardi di euro, una cifra che corrisponde alla quantità di denaro che il nostro Paese deve raccogliere ogni anno per finanziare il debito pubblico. Secondo Paolo Savona però i soldi non servono: basta che esista la garanzia.

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Il mercato, ha spiegato il ministro «deve credere che, se si muove, riceverà forti contraccolpi, quindi non è necessario». Ma per il titolare del dicastero degli Affari Europei si tratta di un’alternativa esterna all’eventuale mancato intervento della BCE sullo spread, il differenziale tra Btp e Bund. Non è chiaro però per quale motivo la Russia dovrebbe intervenire in soccorso dell’Italia accettando di partecipare ad una manovra finanziaria volta sostanzialmente a comprare titoli di stato con un rendimento basso (se lo spread sale il rendimento sale, se lo spread scende perché qualcuno interviene il rendimento scende). Senza dimenticare che vendere il debito pubblico significa vendere una parte del Paese.

Quando la Grecia cercava aiuti a Mosca e a Pechino

Per una volta non c’è nessun complotto di troll o bot russi. Si parla di cose ben più concrete e necessarie alla sopravvivenza del governo Conte: i soldi. La Cina li ha, però nessuno sa cosa vorrà in cambio (in Grecia si “accontentarono” del porto del Pireo), e l’affare potrebbe non essere poi così vantaggioso. La Russia invece quei soldi proprio non li ha, tant’è che si sta ancora riprendendo dalla crisi valutaria del 2015. Ciononostante non è la prima volta che Putin viene dipinto come colui che potrebbe salvare un paese della UE dalle grinfie dell’austerity.  Cosa ci guadagnerebbero Russia e Cina a difendere l’Italia sovranista dall’aggressione dei mercati, che hanno una potenza di fuoco di gran lunga maggiore?

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Nel 2015 la Grecia di Alexis Tsipras cercò di salvarsi proprio annunciando (e successivamente ritirando in fretta e furia) il proprio veto alle sanzioni economiche alla Russia. Sembrava proprio che Putin fosse intenzionato a salvare i greci, finanziando parte del mostruoso debito pubblico ellenico. In cambio ovviamente di alcune concessioni. I soldi russi però non arrivarono, anche se Atene firmò un accordo per consentire il passaggio della South European pipeline. Mosca avrebbe finanziato la costruzione del gasdotto, la Grecia avrebbe poi restituito i soldi.

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Manco a dirlo l’idea di Putin che salvava la Grecia piaceva soprattutto ai simpatizzanti di una certa parte politica

Dopo il referendum del 2015 sul piano di aiuti internazionale il viceministro russo dell’Economia, Alexei Likachev fece una dichiarazione a sostegno della grexit, ovvero dell’uscita di Atene dall’Unione Europea (cosa poi non avvenuta). Il motivo non era tanto aiutare i greci quanto indebolire la UE, intenzione che il Cremlino non ha certo mai nascosto. Se Savona e il governo vogliono davvero rafforzare il progetto politico europeo allora scegliere la via che passa per Mosca o Pechino potrebbe non essere proprio quella migliore. Al solito ci sarà chi parlando di teoria dei giochi spiegherà che si tratta di una strategia, quella di tenere la pistola sul tavolo per minacciare la BCE o la UE e ottenere concessioni. Una strategia che però fino ad ora non ha pagato per nulla, anzi è costata parecchio agli italiani. Ma la strategia dell’Americano a Roma – “E sennò vado ar Colosseo e me butto de sotto” – sembra avere molto successo dalle parti del governo. Sperando che non finisca come nel film.

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