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Palazzo Chigi a Di Maio e i ministeri a Salvini?

bacio salvini di maio

Non una trattativa, nemmeno un inciucio per carità. Un libero scambio democratico che rispecchi il voto, piuttosto. Luigi Di Maio vuole proporre un patto a Matteo Salvini per arrivare a Palazzo Chigi, ovvero a quella poltrona da presidente del Consiglio a cui, per lo meno a parole, il segretario della Lega non è affezionato.

Palazzo Chigi a Di Maio e i ministeri più importanti a Salvini?

E il patto, scrive oggi Repubblica, prevede appunto che il candidato presidente del Consiglio del MoVimento 5 Stelle vada a Palazzo Chigi, anche se probabilmente l’uscita di Salvini di ieri serviva proprio a indurre Di Maio a più miti consigli. Non è andata così, a quanto pare: il grillino non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro, che sarebbe controproducente e difficilmente spiegabile al suo elettorato se Palazzo Chigi andasse comunque alla Lega all’interno della logica spartitoria che voleva far arrivare Giancarlo Giorgetti a Palazzo Chigi. E questo nonostante le evidenti aperture di Salvini sul reddito di cittadinanza: «Se è un modo per pagare gente per stare a casa dico di no, se è uno strumento per reintrodurre nel mondo del lavoro chi ne è uscito, allora sì», ha detto ieri il leader della Lega evidentemente accorgendosi soltanto ieri del dettaglio della proposta sul reddito di cittadinanza.

giancarlo giorgetti
Giancarlo Giorgetti

D’altro canto, spiega Carmelo Lopapa, che la distanza dei due programmi non sia il reale problema per un accordo è chiaro da giorni.

Stesso linguaggio ormai sul superamento della legge Fornero (andare in pensione comunque dopo 41 anni di servizio), perfino sulla flat tax l’economista della Lega Armando Siri adesso smorza sull’aliquota del 15. E sulla battaglia che i grillini avvieranno a Montecitorio sul taglio ai vitalizi i leghisti hanno fatto sapere che non si tireranno indietro. Sul Def, i due partiti si sono impegnati fin d’ora a non votare contro le rispettive risoluzioni.

Giorgetti, Siri, Claudio Borghi da una parte, Bonafede, Toninelli e Fraccaro dalla trincea grillina tengono aperto il dialogo. Ma non basta. Salvini cerca di allettare Di Maio ventilando anche l’ipotesi che una quarantina di parlamentari di Fi abbandoni Berlusconi per dar vita a un partito autonomo. Per ora anche questo amo non è andato a segno. Mentre i vescovi col presidente Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, sostiene di «non temere» l’eventualità di un governo M5S-Lega.

Il governo Lega-M5S

D’altro canto il tentativo, piuttosto scoperto, di staccare Salvini da Forza Italia da parte del M5S metterebbe il Capitano nelle condizioni di non essere più il leader di una coalizione che ha più parlamentari di quella di Di Maio, ma un socio di minoranza di un esecutivo a trazione grillina. Ma è difficile che Salvini ci caschi. E lui stesso ha detto ai parlamentari della Lega che alla fine il premier non sarà né lui né Di Maio. Spiega Ilario Lombardo sulla Stampa:

Per uscire dall’angolo in cui lo sta spingendo il possibile alleato, il leader del Movimento sta studiando una contromossa: «Facciamo come in Germania ragiona con il suo staff – Firmiamo un contratto sul programma. Il partito di maggioranza relativa nomina il premier, il partner di governo prende i ministeri più importanti».

luigi di maio matteo salvini
Vignetta di El Giva

Nel governo di larghe intese di Angela Merkel, i socialdemocratici hanno conquistato Finanze, Esteri, Lavoro, Ambiente e Famiglia. A Salvini, secondo i calcoli del M5S, farebbero gola Economia o Sviluppo economico, Interno (per la campagna sull’immigrazione), Difesa, Agricoltura e magari Trasporti, considerando l’importanza di molte infrastrutture traducibili in posti di lavoro e in consenso.

Un’idea affascinante, che non a caso Di Maio propone a Salvini e non al Partito Democratico, a cui nella lettera a Repubblica proponeva (senza nominarlo) di parlare di temi.

Il centrodestra a pezzi

Ma la soluzione presenta lo stesso una serie di incognite per il MoVimento 5 Stelle. Perché anche se venisse accettata così com’è, dovrebbe fare i conti con i ministri da lasciare indicare a Silvio Berlusconi. Che già sulla Casellati ha dato prova di avere una visione nettamente opposta a quella dei 5 Stelle e nell’intervista al Corriere di ieri ha spiegato di non avere alcuna intenzione di rinunciarvi. Per uscirne, il M5S deve riuscire a fare a pezzi il centrodestra, eventualmente salvando Fratelli d’Italia e rinunciando a Forza Italia. Uno schema che riprodurrebbe il Patto di Nenderthal e che assicurerebbe un buon margine di maggioranza parlamentare alla nuova coalizione.

roberto fico boldrino m5s presidente camera- 12
Fonte https://twitter.com/AlfioKrancic/status/977619504804122627

E che però sarebbe lo stesso molto difficile da spiegare agli elettori di entrambi gli schieramenti che non hanno gradito tantissimo l’elezione di Roberto “Lauro Boldrino” Fico alla presidenza della Camera. Di certo Lega e M5S possono contare su una larga fetta di approvazione da parte del loro elettorato all’accordo tra Salvini e Di Maio. E in ogni caso la crescita dei due partiti nei sondaggi fornisce la possibilità di poter anche usare a ciascuno dei due l’arma-fine-del-mondo delle elezioni per convincere l’altro o gli alleati riottosi. A quel punto per rilanciare a Salvini resterebbe solo la carta del premier “tecnico” con la rinuncia a Palazzo Chigi da parte della Lega. Che però così rimarrebbe a bocca asciutta dopo essersi presentata al tavolo come la leader della coalizione che ha vinto le elezioni. Un po’ poco.

Leggi sull’argomento: Il patto offerto da Salvini a Di Maio per il governo Lega-M5S