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Xylella, la Procura di Lecce smentisce sé stessa e l’inchiesta viene archiviata

Dopo quattro anni di indagini e dopo aver bloccato il piano di abbattimento che avrebbe consentito di delimitare la diffusione dell’epidemia la Procura di Lecce ammette che sulla diffusione della Xylella non ci fu alcun complotto. E il Gip accoglie la richiesta di archiviazione: non ci sono prove a carico degli indagati

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Con l’ordinanza del Gip di Lecce del 3 maggio scorso è finita la vicenda giudiziaria sulla Xylella. Era iniziata quattro anni fa, nel dicembre 2015, con l’ordinanza della procura di Lecce che traboccava di complotti e dove si accusavano i ricercatori pugliesi dell’Università di Bari, dell’Istituto agronomico del Mediterraneo (Iam) di Valenzano e del Centro di Ricerca, Sperimentazione e Formazione in Agricoltura Basile Caramia di aver introdotto in Puglia il batterio Xylella Fastidiosa, causa del Co.Di.R.O (Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo) la fitopatologia che ha flagellato le coltivazioni pugliesi.

Dopo quattro anni di indagini arriva l’archiviazione 

La procura all’epoca sosteneva che dietro la diffusione della Xylella ci fosse un vero e proprio disegno criminale, volto a favorire alcune multinazionali (ad esempio la Monsanto, oggi di proprietà di Bayer) che avrebbero potuto così vendere piante e metodi per il contenimento del batterio. C’era davvero tutto, la “società specchio di Xylella” (la Allelyx, acquisita da Monsanto) e l’Accademia dei Georgofili. Al tempo stesso nelle carte dell’indagine era scritto che la Xylella non era la causa del Co.Di.R.O, una contraddizione in termini eclatante.

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Elena Fattori in lotta contro la scienza

Risultati immediati di quell’inchiesta furono la caccia alle streghe scatenata contro gli scienziati – ne arrivò una eco pure sulla prestigiosa rivista Nature – e il sequestro del cosiddetto Piano Silletti, il piano di abbattimento degli ulivi infetti con lo scopo di contenere il propagarsi dell’infezione. Successivamente le forze politiche decisero di sposare in toto la tesi della Procura. Lo fecero tutte nessuna esclusa. Salvo poi lamentarsi – quando ormai i danni erano irreparabili – che si era perso troppo tempo. Lo hanno fatto tutti: Michele Emiliano e il MoVimento 5 Stelle. E ancora qualche tempo fa su certi giornaloni si poteva leggere che la causa della Xylella era la cementificazione del territorio. Lasciamo perdere quello che hanno detto le Iene sull’argomento.

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Nei giorni scorsi il Gip di Lecce Alcide Maritati – lo stesso che nel 2015 aveva convalidato il provvedimento di sequestro preventivo degli ulivi firmato dall’allora procuratore capo Cataldo Motta e dai sostituti Elsa Valeria Mignone e Roberta Licci – ha disposto l’archiviazione nei confronti dei dieci indagati coinvolti a vario titolo nell’inchiesta che vedeva come ipotesi di reato principale quella di diffusione di malattia delle piante. Lo ha fatto perché la stessa Procura di Lecce ha chiesto l’archiviazione. E così nel decreto emesso dal Gip si legge che le prove raccolte in questi quattro anni «non appaiono sufficienti e comunque idonei a dimostrare la sussistenza del nesso causale tra le condotte accertate e l’evento del delitto colposo di inquinamento ambientale». Insomma non ci sono prove a sostegno della tesi secondo la quale la Xylella sarebbe stata importata in Puglia dagli indagati.

 Lo strano caso della richiesta di archiviazione che continua ad accusare gli indagati

In questi quattro anni ne sono successe di cose. Ad esempio l’EFSA ha stabilito la sussistenza di un nesso causale tra l’infestazione da Xylella – propagata tramite la sputacchina media (Philaenus spumarius) – e il Co.Di.R.O;  era stato inoltre rilevato che il ceppo di Xylella Fastidiosa subspecie Pauca denominato ST53 (proveniente dalla Costa Rica) è direttamente connesso al complesso del disseccamento rapido dell’ulivoUno studio pubblicato sull’European Journal of Plant Pathologyconfermava come questo ceppo l’unico presente in Puglia (a dispetto della storia dei nove ceppi diversi raccontata dalla Procura nella famosa ordinanza).

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Nonostante ancora oggi ci siano persone che vanno in giro a dire che la Xylella è una truffa anche la magistratura è costretta ad ammettere che non ci sono prove a carico degli indagati. Lo fa a denti stretti però, perché nell’ordinanza di 44 pagine firmata dal Gip vengono riportate le tesi della Procura che continua a sostenere che esista una responsabilità dei dieci indagati nella diffusione dell’epidemia elencando una serie di prove.

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Fonte: La Repubblica del 07/05/2019

Qualcuno potrebbe chiedersi ad esempio come mai se la Procura di Lecce è ancora convinta di questo fatto allora abbia chiesto l’archiviazione. E si potrebbe chiedere come mai il Gip abbia archiviato. La risposta ovviamente è che le prove non erano sufficienti nemmeno per chiedere un rinvio a giudizio, figuriamoci per un’eventuale condanna. Ma secondo alcuni giornali – ad esempio Repubblica –  quelle 44 pagine «suonano come un atto d’accusa contro un sistema che avrebbe dovuto muoversi per tempo e non l’ha fatto». Peccato però che quell’atto d’accusa sia stato archiviato. E che gli scienziati si sono mossi per tempo (individuando la responsabilità della Xylella già nel 2013) e che sono stati i sequestri degli ulivi e lo stop al piano Silletti a rallentare le operazioni di contenimento dell’epidemia.

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Le pagine 40 e 41 dell’Ordinanza dei PM leccesi

Si arriva al punto che i Pm scrivono che «è priva di ogni plausibile giustificazione l’introduzione a scopi di ricerca e studio di tutte le sottospecie di Xylella fastidiosa conosciute ad eccezione della sola individuata nel Salento», smentendo quindi quanto scritto nella prima ordinanza dove sostenevano che fu proprio il batterio “fuggito” dai laboratori a dare il via all’epidemia e confermando che solo un ceppo (la già citata subspecie Pauca) risulta essere il responsabile. Inutile ricordare qui di uno dei grandi abbagli presi dagli inquirenti: la dichiarazione dell’eurodeputata M5S Rosa D’Amato che sosteneva che il massimo esperto di Xylella avesse detto che abbattere le piante era una misura completamente inutile per combattere il complesso del disseccamento rapido dell’ulivo. Affermazione che non solo Alexander Purcell non ha mai fatto (sarebbe stato sufficiente guardare il video del suo intervento) ma che ha addirittura smentito.

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