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Il complotto della Xylella fastidiosa finisce su Nature

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La rivista scientifica internazionale Nature sul suo sito dedica un articolo alla vicenda dei nove ricercatori sospettati di avere svolto un ruolo nella diffusione della Xylella, il batterio che ha gravemente danneggiato gli uliveti pugliesi. I ricercatori accusati in Puglia lavorano nell’università di Bari, nell’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari e nel Centro di Ricerca e sperimentazione in agricoltura ‘Basile Caramia’ di Locorotondo (Bari) e ieri avevamo parlato su neXt della vicenda. In una conferenza stampa del 18 dicembre scorso, citata anche da Nature, i magistrati li hanno indicati come i “protagonisti assoluti e incontrastati nella storia Xylella”. Nessuna dichiarazione da parte dei ricercatori. Uno degli accusati, il responsabile dell’unità di Bari dell’Istituto per la protezione sostenibile delle piante del Consiglio nazionale delle Ricerche (Cnr), Donato Boscia, ha detto all’ANSA di essere “certo che emergerà quanto prima la nostra completa estraneità”.
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Il complotto della Xylella fastidiosa finisce su Nature

«Siamo sotto choc, le accuse sono folli», ha dichiarato invece Donato Boscia nell’articolo di Nature. Lui è uno dei sospettati di aver diffuso il virus della Xylella, oltre che di aver presentato false informazioni riguardo la situazione. Secondo i PM di Lecce il batterio sarebbe arrivato in Puglia nel 2010 in occasione di un convegno europeo di aggiornamento sulla Xylella. I sospetti hanno iniziato a circolare tra il 2013 e il 2014. Mentre agricoltori e ambientalisti lottavano per impedire l’abbattimento degli ulivi, diverse persone hanno accusato i ricercatori di aver introdotto in Europa (specificatamente in Puglia) la Xylella Fastidisosa dopo aver partecipato ad un corso in California (in America, al contrario che nel Vecchio Continente la Xylella è endemica). Molte persone credono ancora oggi che dietro la diffusione del batterio ci sia la mano di qualcuno intenzionato a trarre profitto dalla distruzione degli uliveti pugliesi: il campionario dei complotti va dalla Monsanto ai vivai israeliani che avrebbero già pronta una varietà di ulivi resistenti al batterio. Logico quindi credere che ci siano degli “untori” che hanno contaminato le coltivazioni pugliesi. Gli esperti dell’Università di Bari hanno determinato che il vettore dell’infezione sono alcuni insetti (le cicale sputacchine) e che il ceppo batterico pugliese proviene dalla Costa Rica. Una varietà, quest’ultima, diversa da quella californiana utilizzata nel corso cui hanno preso parte gli scienziati italiani. Insomma la Xylella arriva dalla Costa Rica, ma come ci è arrivata? Secondo i ricercatori il batterio è arrivato tramite l’importazione di piante ornamentali dal paese centro-americano.  Sarebbe proprio quello portato dopo il corso in California, però c’è il particolare che il ceppo di quel batterio è diverso da quello che sta attualmente infestando le coltivazioni di ulivi pugliesi. Il sostituto procuratore di Lecce Elsa Valeria Mignone lo aveva detto già a inizio anno a Famiglia Cristiana quando aveva raccontato che i sospetti degli inquirenti erano concentrati su una serie di workshop sulla Xylella tenuti tra il 2010 e il 2013 dallo Iam. E sul fatto che sono stati proprio lo Iam e l’Università di Bari a suggerire una correlazione tra il disseccamento degli ulivi pugliesi e il terribile batterio. I PM sembrano suggerire che il batterio sia “scappato” dai laboratori e da alcune aree dove l’Università e lo Iam stavano conducendo “campi sperimentali di nuovi prodotti contro la ‘lebbra dell’olivo“.

Italia contro ricercatori: la sfida continua

Il 10 dicembre, racconta Nature, la Commissione Europea ha avviato una procedura di infrazione perché l’Italia non stava effettuando l’eradicazione con sufficiente velocità. I pubblici ministeri, che avevano sequestrato computer e documenti negli istituti scientifici a maggio, non hanno finora reso pubblico alcun dettaglio a supporto dell’accusa, ma confermano che secondo loro il ceppo di Xylella è stato importato dalla California per il famoso workshop. Nonostante le smentite dei partecipanti e l’ipotesi, più che probabile, che la malattia sia arrivata insieme a piante ornamentali importate dal Costa Rica e che ospitano lo stesso ceppo. Ma ormai è troppo tardi. Visto che il Centro di Ricerca Basile Caramia è tra quelli che stanno sperimentando una possibile cura che possa evitare l’abbattimento delle piante tramite l’utilizzo di nanoparticelle contenenti sostanze in grado di uccidere il parassita, probabilmente qualcuno che avrebbe gridato al complotto. Ed è quello che è successo, secondo gli inquirenti infatti ci sono degli “interessi economici” nella diffusione del batterio. Chi? Il centro Ricerca Basile ma non manca nemmeno il grande spauracchio globale: la Monsanto, sponsor di quel convegno del 2010, proprietaria di alcuni campi dove furono sperimentati – secondo gli inquirenti – gli effetti della Xylella e soprattutto produttrice di un diserbante, il famoso Roundup usato nei campi prova per pulire le erbacce infestanti. Non si capisce però come l’eventuale volontà di vendere un diserbante erbicida possa configurare l’ipotesi di dolo per la diffusione di un batterio che viene invece diffuso dagli insetti. Ma la Procura va oltre, perché ha scoperto, udite udite, quello che tutti i complottisti del Web sanno da mesi, ovvero che la Monsanto ha comprato l’azienda Brasiliana (quindi ancora un altro ceppo di Xylella) Allelyx che – come scrivono i PM – «è la parola specchio di xylella». Paura eh?? Quello che i PM di Lecce non hanno ancora scoperto è che l’azienda con il “nome sospetto” è semplicemente quella che ha sequenziato il DNA del batterio. Però la Monsanto non ha in commercio alcun prodotto per combattere il batterio, quindi non si capisce che senso abbia tirare fuori la terribbbbile multinazionale. E a dirla tutta, la Monsanto non vende nemmeno olivi OGM.

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