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Le trivelle fanno litigare Lega e M5S

I due partiti non riescono a trovare l’accordo sull’emendamento. E a rischio potrebbe essere l’intero DL Semplificazioni

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Il DL Semplificazioni si vota ieri, anzi domani. Oppure c’è il rischio che salti. Tutto per colpa delle trivelle che continuano a far litigare la Lega e il MoVimento 5 Stelle. Che non riescono ad accordarsi sull’emendamento che dopo lo spettacolare voltafaccia di Di Maio dovrebbe servire a ripianare i rapporti con i No Triv attraverso una moratoria triennale sulle trivellazioni. Che però non piace ai leghisti, i quali nel frattempo sono diventati gli alfieri delle imprese di trivellazione.

Le trivelle fanno litigare Lega e M5S

E così, fanno sapere fonti M5S all’Adn Kronos, c’è il rischio che l’intero DL salti mentre è in corso una riunione a Palazzo Madama tra il ministro dei Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro e i sottosegretari al MISE del M5S, Davide Crippa e Andrea Cioffi. Le Commissioni Affari Costituzionali e Lavori Pubblici del Senato si sono riunite solo per comunicare ufficialmente che ancora non è stata raggiunta l’intesa sulle proposte di modifica alla normativa sulle trivelle. Quella proposta di Di Maio, che vuole bloccare anche le esplorazioni nel Mar Jonio, è la plastica dimostrazione che il ministro mentiva quando sosteneva, per difendersi, che non avrebbe potuto fare nulla per fermare le ricerche autorizzate con il ministero dell’Ambiente.

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Il M5s dice di essere determinato a portare avanti lo stop a tutte le nuove trivellazioni, con aumento dei canoni e una deroga solo per le coltivazioni in corso. Ma per la Lega la proposta pentastellata è inaccettabile. A rischio, secondo i leghisti, ci sono centinaia di posti di lavoro, in siti come quello di Ravenna. Una delle proposte della Lega, respinta per ora dal M5s, sarebbe quella di presentare un emendamento che recepisca il testo del referendum del 2016 che vietava nuove trivellazioni entro 12 miglia dalla costa. Ma si starebbe lavorando a una mediazione che tuteli i posti di lavoro azzerando l’aumento dei canoni.

Il botta e risposta Costa-Garavaglia

Intanto il ministro Sergio Costa, in trance elettorale-propagandistica per le elezioni in Abruzzo, ha cominciato a minacciare le dimissioni: “Sono per il no alle trivelle, le trivelle passano per la valutazione di impatto ambientale, e io non le firmo. Mi sfiduciano come ministro? Torno a fare il generale dei Carabinieri, lo dico con franchezza”, ha affermato Costa, intervenendo a un evento a Pescara. A Costa ha replicato il sottosegretario leghista all’Economia, Massimo Garavaglia. “Bisogna distinguere il piano: c’è un piano politico e un piano tecnico. Se il Parlamento politicamente prende una decisione, quale che sia, il ministro non puo’ che prenderne atto”, ha scandito l’esponente del partito di Matteo Salvini. “Lo stallo” sulle trivelle, ha aggiunto Garavaglia, “va risolto politicamente: decidera’ il Parlamento. Noi l’attenzione che poniamo è a trovare una posizione equilibrata che eviti la chiusura di siti produttivi e quindi conseguentemente la perdita di posti di lavoro. L’importante e’ non fare danni”.

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Quando Salvini non adorava le trivelle

Intanto Ravenna chiama Salvini. Il sindaco Michele De Pascale ha chiesto al ministro dell’Interno di fermare lo stop alle trivellazioni perché è “un provvedimento demagogico che metterà in crisi uno dei settori economici più importanti del nostro Paese”. A stretto giro di posta arriva la risposta del presidente nazionale della Lega romagnola, Gianluca Pini: “La Lega non darà il via libera a nessuna norma che fermi la ricerca e lo sfruttamento di giacimenti di gas in mare”. Pini però faceva parte della corrente che ha candidato l’avversario di Salvini al congresso e non è stato ricandidato.

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