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Manette per Tiziano Renzi e pacche sulle spalle a Siri: il doppio standard del M5S per la bancarotta

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Il MoVimento 5 Stelle, si sa, è postideologico. Non è né di destra né di sinistra ma sta dalla parte della giustizia e dell’onestà. Valori trasversali nei quali tutti si riconoscono. Ed è per questo che dopo aver salvato Salvini dal processo per sequestro di persona in relazione alla vicenda Diciotti il senatore – e membro della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari Mario Michele Giarrusso ha mimato il gesto delle manette all’indirizzo dei colleghi del Partito Democratico che manifestavano fuori della sede della Commissione a Sant’Ivo alla Sapienza.

Giarrusso e le manette per i genitori di Renzi

Oggi sul Corriere della Sera Giarrusso racconta di aver fatto quel gesto perché spaventato da Alessia Morani. Una scusa esilarante, che non tiene conto che la povera deputata Morani non ha certo la fisicità di un lottatore di sumo. E soprattutto non c’era, dal momento che come ha spiegato la deputata su Twitter, durante quella sceneggiata lei era alla Camera. Ma bisogna capire anche Giarrusso, in qualche modo doveva uscirne, e ha preferito farlo raccontando una balla. L’altra sera a Otto e Mezzo perfino il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede aveva criticato il suo gesto, e nessuno aveva avuto dubbi sul fatto che le manette fossero un chiaro riferimento agli arresti domiciliari disposti nei confronti di Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori del senatore Matteo Renzi.

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Ma Giarrusso non è stato certo l’unico parlamentare a 5 Stelle a “festeggiare” i domiciliari ai coniugi Renzi. Ad esempio il senatore Emanuele Dessì – un tempo nella famigerata lista degli impresentabili – ha pubblicato la sera stessa in cui è uscita la notizia un post con palloncini colorati con scritto «due genitori insieme è record». Non sfuggirà ai più attenti che la questione riguarda i genitori dell’ex premier e non Matteo Renzi. Allo stesso tempo la vicenda è simile a quella che ha visto coinvolti i genitori di Luigi Di Maio e di Alessandro Di Battista, con la sostanziale differenza che i due pentastellati sono soci delle ditte di famiglia e che per questo motivo possono essere chiamati in causa dai giornali.

Quando il M5S ha accettato la nomina di Siri al governo nessuno ha agitato le manette

Ma non è di questo che vogliamo parlare oggi, semmai del doppio standard a 5 Stelle rispetto al reato di cui sono accusati i genitori di Renzi: la bancarotta fraudolenta. Come ha fatto notare ieri la giornalista del Fatto Quotidiano Sandra Amurri nessuno nel MoVimento ha mimato il gesto delle manette in faccia ad Armando Siri. Anzi, il senatore Siri è stato addirittura nominato sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, quello di Danilo Toninelli. Il “problema” di Siri è che ha patteggiato poco più di quattro anni fa una pena di 1 anno e 8 mesi per bancarotta fraudolenta. Lo stesso reato di cui sono accusati Tiziano Renzi e Laura Bovoli, che avranno tanti difetti ma se non altro non fanno parte del governo Conte. Siri è anche il responsabile della scuola di formazione politica del Carroccio.

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Il sottosegretario Armando Siri con il presidente del Consiglio Conte ad un incontro della scuola di formazione politica della Lega [via Facebook.com]

Secondo i magistrati che hanno firmato la sentenza, prima del crack Siri e soci hanno svuotato l’azienda trasferendo il patrimonio a un’altra impresa la cui sede legale è stata poco dopo spostata nel Delaware, paradiso fiscale americano. Secondo il racconto della vicenda Mediaitalia, società che produceva contenuti editoriali per media e aziende (editava anche la rivista della Air One di Carlo Toto), aveva debiti per un milione di euro quando Siri e gli altri soci hanno trasferito il suo patrimonio alla Mafea Comunication, gratuitamente. I creditori non riceveranno un euro perché – raccontava il Fatto Quotidiano – viene nominata liquidatrice una cittadina dominicana che di lavoro fa la parrucchiera. La vicenda era stata rivelata da L’Espresso. Successivamente il Fatto Quotidiano aveva scoperto che Siri aveva accumulato 40mila euro di debiti nei confronti dell’INPGI (l’istituto di previdenza dei giornalisti) e quasi 150 mila euro di multe per affissioni abusive di manifesti comminate dal comune di Milano.

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Per rispondere alle accuse Siri pubblicò su Facebook  il certificato penale, pulito, a dimostrazione che non ha condanne. Ma bisogna far notare che quello che Siri ha pubblicato è l’estratto del casellario giudiziario ad uso amministrativo dove è prevista la “non menzione” per le pene inferiori ai due anni. Per completezza e trasparenza Siri avrebbe potuto pubblicare il certificato ad uso elettorale dove invece risultano tutte le condanne. All’epoca della nomina di Siri l’unico 5Stelle a lamentarsi fu il deputato Andrea Colletti che definì il compromesso con la Lega (Siri è uno dei fedelissimi di Salvini ed era in pole per diventare ministro dell’Economia in caso di vittoria del Centrodestra) una deriva molto pericolosa perché «va contro i nostri più basilari principi di trasparenza e contro lo spirito del nostro primo V-Day». Otto mesi dopo non solo il MoVimento 5 Stelle usa lo scudo dell’immunità per salvare Salvini, ma addirittura dimentica di avere un bancarottiere al governo e fa il gesto delle manette per l’arresto di due presunti bancarottieri. Aveva proprio ragione Colletti quando scriveva «I principi dovrebbero essere la stella polare delle nostre azioni. Perdendo questi perdiamo la bussola di ciò che facciamo».

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