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Salvini vuole Meloni nel governo Lega-M5S?

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Un governo M5S-Lega-Fratelli d’Italia sarebbe la certificazione del Patto di Neanderthal e il coronamento di un’affinità elettiva innegabile dei tre gruppi parlamentari. Ma quello che non è stato fatto all’epoca del varo dell’esecutivo Conte nonostante l’impegno dell’ex nemico dei grillini Guido Crosetto perché i numeri della maggioranza sembravano bastare potrebbe tornare improvvisamente d’attualità se la pattuglia grillina a Palazzo Madama dovesse assottigliarsi a causa dei ben noti problemi disciplinari.

Salvini vuole Meloni nel governo Lega-M5S?

Per questo Matteo Salvini starebbe lavorando all’entrata di Giorgia Meloni nella maggioranza e quindi nel governo Lega-M5S, spostandone così l’asse ancora più a destra. Un’avvisaglia del ritorno di fiamma tra i due era stata la proposta di candidarsi a sindaca di Roma arrivata un po’ sottotraccia in attesa del destino che attende Virginia Raggi con la sentenza del 10 novembre del tribunale di Roma sull’accusa di falso. Ora la Lega vuole fare un passo avanti, approfittando dei numeri ballerini del Decreto Sicurezza al Senato:  il Carroccio è disponibile a federare Fratelli d’Italia in un listone alle Europee, annettendo quel che resta della destra nel futuro partitone sovranista (anche se nel frattempo tanti fuoriusciti di FdI sono arrivati alla Lega). In cambio di un ingresso in maggioranza magari attraverso un rimpasto. Il retroscena di Tommaso Ciriaco su Repubblica però afferma che l’ex ministra di Berlusconi non sarebbe convintissima:

Meloni, in realtà, dubita che correre per il Campidoglio sia la scelta giusta. E assiste alla discussione sempre viva in FdI sull’opportunità di trattare con l’esecutivo gialloverde, anche se per il momento gli garantisce il voto sul decreto sicurezza. È evidente, però, che l’unico possibile allargamento dell’attuale perimetro di maggioranza è a destra. «I numeri sono numeri – confida Fabio Rampelli, braccio destro di Meloni – se al Senato dovesse esserci un problema è chiaro che chiederanno a noi, certo non a Forza Italia o al Pd».

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La foto pubblicata dal Messaggero della cena tra Salvini, Meloni e Le Pen

E ci sarebbe comunque una soluzione alternativa: il leader leghista frena da tempo la richiesta di adesione alla Lega di diversi parlamentari di Forza Italia, partito ormai in disfacimento. Se desse l’ok, i numeri per la maggioranza aumenterebbero al di là di ogni ago della bilancia della cosiddetta “sinistra interna” del M5S. E il problema sarebbe risolto a spese di Berlusconi, con il quale la mossa sancirebbe la chiusura definitiva dell’alleanza. Scatenando però così la guerra.

La Meloni, sovranista non invitata alla Festa delle Medie

D’altro canto dal punto di vista della Meloni non ci sono molte alternative, a prima vista.  Lei, scrive oggi il Giornale, teme di restare politicamente prigioniera di un’opposizione che rappresenta i vecchi partiti (Pd e Forza Italia), mentre il cosiddetto sovranismo è al governo del Paese. Insomma, lei è l’unica non invitata alla Festa delle Medie, come cantavano le Storie Tese. Di qui l’ipotesi di dire sì a un rimpasto che anestetizzerebbe la fronda del M5s vicina a Fico. Restando fuori FdI si trova in una prospettiva simile a quella dell’estrema destra italiana con Casapound e Forza Nuova: i movimenti funzionano solo se sono di rottura ma in questo momento la figura di Salvini fa sì che molti si sentano rappresentati da lui nel governo. E quindi nel segreto delle urne potrebbero scegliere la Lega a discapito dei piccoli partiti ragionando in termini di voto utile. E facendo così perdere voti a tutto quello che è a destra di Salvini.

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L’alternativa politica è rilanciare il messaggio della destra scavalcando la Lega (un esempio di questa prospettiva è chiedere i respingimenti in mare con blocco navale davanti alla Libia per “offrire di più” rispetto all’attacco di Salvini alle ONG). Ma per farlo ci vuole una classe dirigente unita e un messaggio fruibile dal punto di vista comunicativo: due caratteristiche il partito di Meloni ad oggi non sembra avere.

I destini incrociati di Meloni e Raggi

Un’altra chiave di lettura dell’ingresso di Meloni in maggioranza è legata al destino di Virginia Raggi in caso di condanna del tribunale per falso. A dispetto delle vocine che provengono da “alti esponenti del M5S” (e non è difficile immaginare quali…) e che vorrebbero la sindaca pronta a dimettersi in caso di sentenza negativa nei suoi confronti, Di Maio ha illustrato a Salvini una soluzione alternativa per sbrogliare la grana del Campidoglio:

Per il grillino, stando a quanto trapela, anche in caso di condanna Raggi va salvata e tenuta al suo posto. Probabilmente con una consultazione interna sulla piattaforma Rousseau. Pronti, sulla base dell’esito (scontato), a chiederle il «sacrificio» di restare, in barba alle regole dei Cinquestelle.

giorgia meloni virginia raggi

È uno scenario destinato ad alimentare la tensione interna con l’ala ortodossa del M5S che fa capo a Fico, che non gradirebbe l’ennesimo strappo. Ma l’alternativa sarebbe peggiore: abbandonare la guida della Capitale a pochi mesi dalle Europee e cederla alla destra e a Salvini. (La Repubblica, primo novembre 2018)

Inutile dire che rimangiarsi il codice etico del M5S costituirebbe l’ennesima violazione dei principi fondanti del grillismo. Così come lo sarebbe rimangiarsi la regola del doppio mandato, anche se alcuni ambiziosi senatori spingono inventando discussioni inesistenti sulla questione che evidentemente prima o poi finirà all’ordine del giorno dello stato maggiore grillino. E poi, fatto 30, cosa ci vuole a fare 31?

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