Politica

Quello che Lilli Gruber doveva dire a Giorgia Meloni

Ieri sera Giorgia Meloni ha dato spettacolo a Otto e Mezzo. Merito anche della conduttrice che sul più bello si è dimenticata di fare le domande “giuste” per replicare alle sciocchezze che la leader di Fratelli d’Italia stava dicendo sul debito pubblico italiano

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Ieri sera a Otto e Mezzo Lilli Gruber è sembrata non essere in grado di gestire l’intervista con Giorgia Meloni. Tant’è che questa mattina si legge quasi ovunque che la leader di Fratelli d’Italia avrebbe “asfaltato” la giornalista de La 7. Per la verità, al netto delle urla e degli scambi di accuse reciproche tra le due gli spettatori potrebbero non aver capito molto degli argomenti trattati. Questo perché dall’una e dall’altra parte sono stati affrontati con una buona dose di superficialità.

L’altra faccia del sovranismo: la questione Airbus/Boeing vista da Giorgia Meloni

E se è scontato che un politico per cosi dire smussi gli angoli per dimostrare di avere ragione non lo è altrettanto che un giornalista lo lasci fare. Ieri è successo. E non tanto perché Giorgia Meloni avesse davvero ragione su alcuni temi sul tappeto quanto perché Lilli Gruber non ha saputo rispondere sul punto. Ad esempio: è vero che la questione dei dazi nasce dalla vicenda degli aiuti considerati illegittimi dal WTO ad Airbus. Ma è anche vero che parallelamente alla causa su Airbus intentata dagli USA ce n’è una analoga sugli aiuti illegittimi degli Stati Uniti a favore di Boeing. Quando la Meloni dice che l’Italia (e l’Europa tutta) paga le conseguenze delle decisioni di Francia e Germania (ma del consorzio partecipano anche Regno Unito e Spagna) ha ragione. Ma nel difendere la ragione degli USA per poter attaccare Francia e Germania dimentica di ricordare che il WTO deciderà a breve riguardo eventuali dazi punitivi nei confronti degli Stati Uniti e che le cose potrebbero risolversi con un accordo.

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Detto questo alla Meloni andava ricordato che il suo alleato Matteo Salvini non solo è a favore dei dazi ma addirittura era convito che quelli USA non avrebbero colpito l’Italia. «Conto che le aziende italiane possano essere al riparo dai dazi. Se altre aziende di altri Pesi europei non avranno la stessa fortuna, non è un problema mio». E Lilli Gruber avrebbe potuto ricordare alla Meloni che anche l’Italia avrebbe potuto far parte di Airbus. Ma all’epoca in cui al governo c’era Craxi (non Salvini o la Meloni ma uno considerato a suo modo campione di un certo “sovranismo” ante litteram) ci rifiutammo di entrarne a far parte preferendo le aziende statunitensi a quelle europee. Oppure far notare che l’Italia non ne esce mai bene quando deve lottare contro i sovranismi degli altri e che quindi bisogna uscire al più presto (almeno a livello europeo) dalla logica degli opposti sovranismi. Ma per la Meloni è solo un pretesto per attaccare, come suo solito, la Francia su argomenti come il neocolonialismo e il franco CFA. Peccato che la Gruber non le abbia ricordato di quando aveva votato a favore per la guerra in Libia.

Le sciocchezze di Giorgia Meloni sul rapporto deficit/pil

Ma lo scontro più acceso è quello sul rapporto deficit pil. Inizialmente la Meloni giustamente dice che il problema della manovra gialloverde è stato quello di essere andati a chiedere di fare più deficit per poter fare misure come il Reddito di Cittadinanza – e, avrebbe dovuto aggiungere la Gruber, Quota 100 – invece che chiedere di usare il deficit per misure che realmente aiutassero la crescita. Insomma pure la Meloni si è accorta che c’è deficit e deficit, vale a dire che c’è modo e modo di spendere i soldi (che non si hanno). Poi però la leader di FdI ha detto che «l’Unione Europea quando c’è un governo che non gli va bene non autorizza il deficit e quando c’è uno che gli va bene autorizza il deficit». Che è esattamente la negazione dell’affermazione precedente, quella che puntava sul “cosa” ci si fa con quel deficit.

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Meloni parla ovviamente della questione del 2,4% diventato poi 2,04% con la manovra del Conte 1 e dice che i governi precedenti hanno fatto tutti più deficit. Ma in realtà non dice che il rapporto deficit-pil è andato calando dal 3% del 2014 fino al 2,1% del 2018 (per l’anno scorso il governo Gentiloni aveva previsto un rapporto deficit/pil al 2,0%). E non dice soprattutto che il rapporto deficit-pil essendo appunto un “rapporto” dipende anche dall’andamento del Pil, che quest’anno ha avuto una battuta d’arresto. Ma ormai la Meloni è un fiume in piena: «Le ricordo che l’unione europea costrinse il governo gialloverde a passare dall’2,4 all 2,04 e poi arrivò addirittura all’1,4 con la manovrina», ovvero la manovra annunciata a luglio da Tria (che però non c’è stata) per il 2020. Questo perché la Commissione prevedeva un rapporto deficit/pil al 3,5% per il 2020 (3,4% secondo Bankitalia). Ma la Meloni sbaglia, o meglio racconta sciocchezze.

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«È vero o non è vero quando c’era il Governo Conte 1 l’Unione Europea ha preteso che il deficit fosse  all’1,4%?» chiede la Meloni? La risposta che la Gruber avrebbe dovuto dare, ma non ha dato, è no, non è vero. Perché l’UE ha “preteso” che il rapporto deficit-pil fosse al 2,04% e non all’1,4%. Ed infatti lo stesso ex ministro Tria a dire a fine giugno che «per un’economia a crescita zero l’obiettivo di un deficit pubblico del 2,1% per l’anno corrente rappresenta una politica di bilancio più che prudente». E la Meloni non dice che al momento nessuno sa a quanto ammonterà il rapporto deficit/pil a consuntivo per il 2019. Stiamo infatti parlando ancora di previsioni e non di dati consolidati. Secondo le stime della Commissione Europea il rapporto deficit/pil per il 2019 potrebbe essere del 2,5%, molto di più di quanto fatto da Gentiloni, a livello di quello del 2016 ma con la differenza che – come dice Tria – l’economia è a crescita zero. Per il prossimo anno il Governo Conte 2 prevede un rapporto al 2,2%. Non è quindi vero che l’UE va “a simpatia” (e del resto la stessa Meloni lo ha detto, prima di contraddirsi) e non è vero che che è stato imposto un debito all’1,4%. E chissà perché, visto che la Meloni ce l’ha tanto con i governi, le manovre e le ricette che l’Europa ci impone ieri nessuno le ha ricordato di quando votò la fiducia al Governo Monti (il famigerato governo voluto dalla UE) e di quando la Meloni e i parlamentari che avrebbero dato vita a FdI votarono a favore dell’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione.

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