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Partito Democratico, arrivato al capolinea?

amministrative 2018 crollo pd 1

Con la chiusura delle urne delle elezioni amministrative e la scoppola clamorosa presa il Partito Democratico si avvia verso il congresso più difficile della sua storia, quello che è destinato a mettere in discussione la stessa esistenza del partito nato dalle ceneri di Margherita e Democratici di Sinistra. E finalmente, dopo i giochi di parole, per lo meno si comincia  a uscire allo scoperto.

Gli schieramenti nel Partito Democratico

«Convocherò l’assemblea il 7 luglio e lì decideremo», ha annunciato ieri mattina Matteo Orfini prima di inviare la lettera formale per dare appuntamento per quel sabato alle 10,30 all’hotel Ergife. Ma il presidente del partito non si è limitato all’annuncio formale: in un’intervista rilasciata al Manifesto (e rilanciata su Twitter e nelle agenzie di stampa) Orfini ha attaccato Gentiloni e Minniti sul tema dell’immigrazione sostenendo che la politica seguita dal governo succeduto a quello di Renzi si è allontanato dall’idea di gestione da sinistra del fenomeno: «Abbiamo sdoganato la lettura del fenomeno migratorio delle destre. Lo dico da tempo, da quando abbiamo cominciato a chiederci `quanti ne arrivano` anziché `perché partono`, una lettura che poi ci ha portato a dichiarazioni allucinanti, tipo che la democrazia è messa a rischio dagli sbarchi e non dalle mafie o dall’esclusione sociale».

matteo orfini

Una tematica sentita soprattutto dalla sinistra del partito, e che è stata utilizzata dal presidente e commissario del partito a Roma per chiudere le porte alla possibilità che sia Gentiloni a diventare il segretario del partito e guidarne il rinnovamento. La sua corrente – quelli che venivano chiamati Giovani Turchi – d’altro canto da anni ha stipulato un accordo con i renziani (lo stesso accordo che ha portato Orfini alla presidenza del partito): proprio per questo lo stesso Orfini ha attaccato anche Nicola Zingaretti, con il quale non andava d’amore e d’accordo già ai tempi della vigilia della campagna elettorale in Regione Lazio: memorabile l’intervista in cui chiedeva maggiore collegialità nelle scelte sulla giunta al presidente, alla quale lo stesso Zingaretti rispose negativamente accendendo una sfida interna – l’ennesima – tra i due schieramenti. Proseguita ieri quando Orfini ha sminuito la vittoria del governatore uscente alle elezioni, sostenendo che è arrivata a causa delle divisioni a destra e non per l’effetto salvifico della coalizione allargata a LeU che ha contraddistinto il suo schieramento.

Orfini contro Zingaretti, Calenda e Gentiloni

Orfini non è stato tenero nemmeno con Carlo Calenda e il Fronte Repubblicano immaginato dall’ex ministro dello Sviluppo, che oggi ha presentato sul Foglio il suo manifesto che sostiene la necessità di andare oltre il Partito Democratico “e aggreghi i mondi della rappresentanza economica, sociale, della cultura, del terzo settore, delle professioni, dell’impegno civile”.  Per Calenda ci vorrebbe un’alleanza tra tutte le forze non populiste, allargata persino a Forza Italia.

carlo calenda

Per il presidente del partito “la soluzione non sono le coalizioni larghe fatte a prescindere: le abbiamo fatte alle amministrative, non hanno vinto. Il problema è più profondo. No. E lo dico nel momento di massima debolezza del Pse. Non ci ridaremo un orizzonte europeo sommando tutto ciò che non è populismo xenofobo. Se si vuole rilanciare davvero il centrosinistra non serve una grande coalizione Ppe-Pse. Serve lavorare a un soggetto europeo che vada da Macron a Tsipras”. Una critica simile a quella di Luciano Nobili, renzianissimo plenipotenziario romano che a Calenda ha ricordato anche le assenze dalle riunioni del Circolo che aveva promesso, giusto per avvelenare un po’ il clima.

Orlando sceglie Zingaretti

Nel frattempo anche Zingaretti tesse la sua tela. Ieri il presidente della Regione Lazio ha convocato l’assemblea dell’Alleanza del Fare, composta dai sindaci del Lazio che hanno contribuito alla sua elezione a via della Pisana: una mossa che è impossibile non considerare come propedeutica alla sua candidatura a leader del partito. Andrea Orlando, il candidato della sinistra del partito contro Renzi alle ultime primarie (con risultati dimenticabili), ha benedetto a metà l’iniziativa in un’intervista a Repubblica: «Nicola è la candidatura più forte per esperienza e profilo al momento, ma vorrei capire su quale base politica, perché ci vuole un cambiamento radicale. Abbiamo pensato che la leadership fosse in grado di scogliere tutti i nodi politici, invece non è così».

luciano nobili

Goffredo De Marchis su Repubblica dice che Zingaretti parte con un consenso che coinvolge quasi tutti i dirigenti storici: “Paolo Gentiloni sarà il suo primo sostenitore, rompendo di fatto il sodalizio con Matteo Renzi che si è consumato ormai da tempo. Marco Minniti lo avrà dalla sua parte. Walter Veltroni sarà anche lui della partita. Eppoi Dario Franceschini, Piero Fassino, Maurizio Martina l’attuale reggente, Andrea Orlando, David Sassoli. Un appoggio largo, trasversale nello spirito della sua candidatura che parte dall’esperienza di amministratore locale mai conflitto con altre forze del centrosinistra”.

E Matteo Renzi?

Rimane da capire cosa farà Matteo Renzi. Lui cambia spesso idea sul da farsi e tra ieri e oggi non ha mai smentito la storia della sua conduzione di un programma sulla Firenze storica ideato da Lucio Presta. Un modo per tornare a distaccarsi dal destino del Partito Democratico mentre non è un mistero che tra i suoi ci sia chi spinge per l’abbandono del PD e la creazione di un nuovo soggetto politico sul modello di En Marche! ma i sondaggi brutalmente sconsigliano di seguire questa strada. D’altro canto Renzi non ha un suo candidato alternativo da portare al confronto con Zingaretti (la ventilata candidatura di Debora Serracchiani non rappresenterebbe i renziani visto che l’ex governatrice non ha più eccellenti rapporti con quel mondo, così come Franceschini del resto.

nicola zingaretti partito democratico

L’impressione è che la progressiva balcanizzazione del PD sia ormai giunta al punto di non ritorno a prescindere dalle intenzioni di Calenda. E se Zingaretti oggi è in pole position per assumere la guida del partito in assenza di altri candidati – ma da qui al 7 luglio tutto può cambiare – sembra impossibile che il PD possa resistere all’ennesima guerra interna senza soluzione di continuità. Che si arrivi a una rottura successiva all’eventuale elezione di un nuovo segretario torna ad essere alquanto probabile. Ma il punto è che le elezioni europee potrebbero sancire un’altra, rovinosa sconfitta in assenza di quel rinnovamento che può essere tale soltanto se i nuovi capi saranno estranei al passato. All’orizzonte però non si vede nessuno. E niente di buono.

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