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A Giorgia Meloni piace vincere facile da Barbara D’Urso: che politico è quello che sfugge al contraddittorio? 

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Qualche settimana fa è toccato a Matteo Salvini, ieri era il turno di Giorgia Meloni. Spiegare agli italiani il voto di fiducia al Governo Monti? No. Spiegare il 74.41% di assenze alle votazioni alla Camera? Nemmeno. Affrontare gli “sferati” di Barbara D’Urso? Esatto. Perché finalmente anche la leader di Fratelli d’Italia ha avuto la possibilità di confrontarsi con i “vip che la attaccano”. Nelle sfere della D’Urso ieri sera c’erano Alba Parietti, Giampiero Mughini, Katia Ricciarelli, Roberto Alessi e Aida Nizar (apparentemente una del Grande Fratello Vip).

La spettacolarizzazione della politica secondo Barbara D’Urso

Il giochino-trash è lo stesso già visto con l’ex ministro dell’Interno. I cinque vip in studio sono tra quelli che hanno “attaccato” o criticato Giorgia Meloni e che finalmente hanno l’occasione di passare dall’essere “leoni da tastiera” a inquisitori televisivi per dire in faccia alla deputata di FdI quello che pensano. L’altro lato della medaglia è che si riducono tutte le critiche che si possono fare a Giorgia Meloni a delle macchiette e, molto più semplicemente, ad insulti volgari e sessisti. Ed è vero che Giorgia Meloni è sta vittima di attacchi di questo genere. Ma ridurre tutta la questione al bodyshaming o agli insulti non rende giustizia alla complessità della realtà e soprattutto non centra minimamente il problema di Giorgia Meloni in quanti politica: il populismo e il qualunquismo.

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Ad esempio Giorgia Meloni può tranquillamente dire che ai suoi comizi e alle sue manifestazioni nessuno fa il saluto romano senza che nessuno le ricordi dei saluti romani fatti davanti a Montecitorio da alcuni partecipanti alla manifestazione contro il Conte bis indetta proprio da Fratelli d’Italia. È molto facile così avere ragione durante un confronto televisivo. Perché se vieni insultata chi ti critica passa automaticamente dalla parte del torto. Ed è esattamente quello che accade a Live – Non è la D’Urso quando l’atmosfera inizia a scaldarsi. Che razza di “critiche” sarebbero quelle di tal Aida Nizar che accusa la Meloni di usare troppo photoshop o di voler «lavorare accanto a Barbara D’Urso».

Barbara D’Urso e la politica come avanspettacolo

Un politico come Giorgia Meloni deve essere contestata sui fatti, sui numeri, sulla veridicità delle sue dichiarazioni. Quale critica viene fatta alla Meloni? Quella di aver “distrutto” il Ministero della Gioventù perché dopo il suo mandato quel dicastero è stato soppresso. Ma l’ex ministra non ha alcuna responsabilità su quello che è stato fatto dopo la fine del suo incarico di governo visto che è un dipartimento che fa capo alla Presidenza del Consiglio che decide in quali termini affidarlo ad un eventuale ministro senza portafoglio.

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La D’Urso mette in scena una gazzarra dove tutti si urlano addosso ma al di là dei grandi proclami sul “razzismo” genericamente inteso e sulla sovranità popolare non si capisce dove sta la verità. Giorgia Meloni che oggi strilla contro il governo non eletto dal popolo è la stessa che ha votato la fiducia al Governo Monti, che non passò certo per le urne ma fu un esecutivo che – come tutti i governi italiani – nacque in Parlamento. Di tutto questo non si parla, c’è giusto lo spazio per fare una battutina sul “grande piano” per invaderci con gli immigrati. Ma quello che succede è che gli ospiti si mettono a litigare tra loro e si parla dell’aspetto fisico di una deputata che al di là degli attacchi vergognosi non rileva minimamente dal punto di vista politico. Giorgia Meloni ha fatto benissimo a mettersi in gioco, perché sapeva che nessuna delle critiche che le sarebbero state mosse sarebbe stata in qualche modo incisiva.

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Barbara D’Urso invece al solito ha contribuito a banalizzare la discussione politica portandola ad un livello di completa inutilità. In fondo chi se ne frega se Meloni usa il photoshop o se Aida Nizar parla quattro lingue. Eppure è tutto quello che rimane dopo il confronto con gli “sferati”. E la ragione è una sola: non si è parlato di dati, di numeri, di proposte concrete ma al massimo di una generica difesa di tortellini e crocifissi.

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