Economia

Dopo le cozze il piano B di Barbara Lezzi per Ilva: paghiamo noi

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«Taranto è una bella città di mare di cui si parla solo per l’ex-Ilva, ma ha, per esempio, una lunga tradizione nell’attività di mitilicoltura, che non può essere dimenticata», così qualche giorno fa l’ex ministra del Sud Barbara Lezzi a proposito del destino di Taranto. Alla senatrice Lezzi dobbiamo l’emendamento che ha tolto lo scudo penale ad Arcelor-Mittal fornendo una comoda scusa alla multinazionale franco-indiana per abbandonare l’acciaieria pugliese.

Barbara Lezzi e l’Ilva come il barista con gli sgabelli non a norma

Oggi ad Agorà la Lezzi ha spiegato che le cozze e la mitilicoltura sono solo uno degli aspetti sui quali si potrebbe investire per il futuro di una Taranto senza Ilva. Ma l’ex ministra, che ci ha in passato deliziato con teorie sull’aumento del PIL dovuto all’uso di condizionatori e spiegazioni del TAP con l’ausilio di asciugamani sul bagnasciuga è una che come è noto vuole fare informazione a 360 gradi. Secondo la Lezzi quell’emendamento che ha tolto lo scudo penale ha «ripristinato lo stato di diritto. A un barista si va a sindacare anche gli sgabelli se non sono a norma, e a Arcelor Mittal deve essere permesso di fare cose non a norma di legge?».

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La questione è appena più complessa di così: il barista non deve portare a termine un piano ambientale. E mentre l’operazione di “mettere a norma gli sgabelli” è pressoché immediata (si sostituiscono o si riparano rapidamente) per quanto riguarda Ilva questo non è possibile perché nel mentre che vengono portate avanti la operazioni di bonifica lo stabilimento continua ad inquinare. Il problema dello scudo penale non è quello di proteggere la proprietà dai disastri e dagli eventuali reati commessi in passato. Il problema – che la ministra Lezzi non sembra aver capito – è quello di consentire di portare avanti il piano ambientale con la garanzia che non si sarà indagati per i reati ambientali che lo stabilimento commette ogni giorno. «Lo scudo penale riguarda solo il perimetro dell’azione che si svolge per realizzare il piano ambientale», spiegava qualche giorno fa il Segretario FIM – CISL Marco Bentivogli.

Perché il M5S ha voluto tolto lo scudo penale?

Un conto poi – continua la Lezzi – è lo scudo penale per i commissari governativi che perseguivano un interesse pubblico, un altro è quello per un’azienda che invece persegue (legittimamente) il profitto. Ma non finisce qui, perché la Lezzi ha anche altre spiegazioni. Ma se si sapeva che lo scudo penale era solo una scusa allora perché si è scelto di fornire una scusa ad Arcelor Mittal? Secondo la senatrice Lezzi lo si è fatto per una ragione molto semplice «l’intenzione è quella di ripristinare lo stato di diritto nella città di Taranto», tuona la Lezzi. Che forse non si accorge che dicendo così afferma che anche con la gestione dei commissari governativi (quelli che lavoravano per il bene pubblico e usufruivano delle medesime esimenti) non si rispettava lo stato di diritto.

Ed in pratica l’idea era proprio quella di mandare via chi ha vinto una gara pubblica perché secondo la Lezzi non sta rispettando il contratto. «Se Arcelor Mittal si decide per andare nella battaglia legale è chiaro che la fabbrica rientra nella gestione commissariale e quindi ci serve un prestito ponte per andare avanti, per continuare le prescrizioni ambientali», continua l’ex ministra. Cosa significa? Significa che l’Ilva non chiuderà ma passerà in carico allo Stato, ovvero ai cittadini. Con la gestione commissariale lo Stato perdeva 30 milioni di euro al mese (mediamente 50 milioni al mese nei sei anni di commissariamento).E secondo la Lezzi non servirà chiedere soldi ai cittadini ma basterà il «famoso miliardo e tre dei Riva» (i soldi sequestrati alla vecchia proprietà). Solo che oltre la metà di quei soldi è già stata impegnata per il piano ambientale. La Lezzi non è l’unica a parlare di “prestito ponte”. Anche secondo  il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia due anni di gestione straordinaria potrebbero portare l’azienda sul mercato. A pagare saranno gli italiani, come negli ultimi sei anni.

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