Economia

Salvini è fatto così: prima fa male la flat tax per le partite iva e poi si lamenta se la cambiano

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«Vogliono togliere la flat tax al 15%, sarebbe demenziale complicare la vita a chi va a lavorare anche con 40 di febbre, perché lo stato non gli dà una lira»,  così Matteo Salvini, parlando questa mattina a Terni annunciava la battaglia sulla manovra economica «andiamo a Roma e facciamo battaglia sulla manovra economica». Di cosa sta parlando il capo della Lega? Di certo non della Flat Tax al 15% che ha promesso in lungo in largo per mesi.

Di quale Flat Tax sta parlando Salvini?

Perché quella flat tax non si è mai fatta. Non si è mai capito nemmeno quanto costasse né dove fossero le coperture. Ma questo per un motivo ben preciso: non c’erano. Ad un certo punto quella che doveva essere una tassa piatta con aliquota fissa al 15% è stata presentata con più aliquote. Insomma, per mesi Salvini ha parlato di flat tax, mostrato cartelli ai comizi e ripetuto nei talk show che lui la flat tax l’avrebbe fatta eccome, salvo poi defilarsi alla prima occasione utile.

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La flat tax come la intendeva Salvini non è mai esistita. E per questo motivo non si può togliere o fermare. Il nuovo governo non la farà per un altra ragione: costa troppo. E se la Lega ha un’idea di come poterla realizzare senza far saltare i conti pubblici ci si chiede come mai ha aspettato di uscire dalla maggioranza per poterne parlare. C’è il forte dubbio che i leghisti abbiano preso in giro tutti gli elettori: quelli che credevano che gli sbarchi si sarebbero azzerati con i porti chiusi e quelli che speravano che Salvini avrebbe abbassato le tasse ai più ricchi.

Perché nessuno vuole “togliere la flat tax” e perché è giusto mettere dei paletti

Appurato che Salvini non sta parlando della sua flat tax di cosa sta parlando? Forse, ma non è detto, del progetto dell’attuale esecutivo di rivedere quella per le partite Iva. Rivedere non significa togliere infatti a quanto pare lo scaglione fiscale tra 30 mila e 65 mila dovrebbe rimanere con l’aliquota al 15% per il regime forfettario come deciso nella scorsa legislatura. A venire ritoccata dovrebbe essere invece lo scaglione dai 65 mila ai 100 mila euro che con la legge di bilancio varata dal governo Lega-M5S avrebbe dovuto godere di un forfettario al 20% a partire dal prossimo anno.

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Proposta che oltre a non avere la copertura necessaria non ha ancora ottenuto il via libera di Bruxelles. Anche in questo caso dal momento che non è al 15% e non è ancora in vigore non si può certo dire che il nuovo governo vuole togliere la flat tax. Ma si sa che a Salvini piace molto semplificare. Secondo il governo lo stop all’estensione del regime agevolato servirà per mettere dei paletti in modo da frenare quei fenomeni distorsivi di cui parlava su Econopoly il professor Dario Stevanato qualche settimana fa. Secondo il docente di diritto tributario dell’Università di Trieste infatti «il regime forfettario, per come delineato dalle modifiche di fine 2018, presenta plurime distorsioni» come ad esempio la «distorsione concorrenziale provocata dal mancato assoggettamento ad Iva». Ma anche la penalizzazione che il libero professionista subisce quando esce dalla soglia del regime forfettario a causa di un superamento dei ricavi che per Stevanato costituirebbe un «fortissimo incentivo a restare al di sotto della soglia, rinunciando a un certo punto ad acquisire nuove commesse o incarichi, o prestandoli “in nero”». Di fatto quello che era il regime dei “minimi” ha finito così per coinvolgere una grande platea di professionisti che di “minimo” hanno ben poco. In quest’ottica una revisione del sistema in nome dell’equità è più che mai necessaria. Ma forse ai leghisti il concetto di equità dell’imposizione fiscale interessa poco.

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