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Nadine Dorries: la viceministra britannica che dice che in Italia lasciano morire gli ultrasessantenni

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Nadine Dorries, viceministra della Salute nel governo di Boris Johnson, ha scritto in un tweet ieri sera che l’Italia ha smesso di intubare gli ultrasessantenni e che da noi ora si intubano soltanto i più gravi al di sotto dei sessanta anni.

Nadine Dorries: la viceministra britannica che dice che in Italia lasciano morire gli ultrasessantenni

La storia della scelta tra chi salvare e chi no è diventata popolare in Italia dopo che il Giornale ha pubblicato una sintesi di un documento della Siaarti, ovvero la società degli anestesisti, con  le linee guida in caso di scenario estremo di contagio. Le prescrizioni prevedono di favorire i pazienti con aspettativa di vita più alta e stilare una lista di «meritevoli» alle cure.

«Le previsioni stimano un aumento dei casi di insufficienza respiratoria acuta di tale entità da determinare un enorme squilibrio tra le necessità cliniche reali della popolazione e la disponibilità effettiva di risorse intensive» è la pungente premessa del documento che la società di Anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva Siaarti ha scritto per dare una guida etica ai primari che hanno da gestire un’emergenza più grande delle loro possibilità di cura. E per non lasciarli soli in una decisione così delicata e sollevarli da una parte della responsabilità nelle scelte.

Anche perché può essere che si debba decidere nel giro di pochi minuti e chissà in che condizioni. Il criterio base su cui lavorare è «privilegiare la maggior speranza di vita». Bisognerà quindi tenere in considerazione alcuni parametri: la gravità della malattia, la presenza di altre patologie, la compromissione di altri organi. E, ahimè, l’età. Che significherebbe sparigliare totalmente le carte del nostro sistema sanitario che – come nessun altro al modo – cura e opera anche i 90enni che hanno una possibilità di farcela.

giornale documento segreto coronavirus 1Il documento era effettivamente autentico, ma si riferiva a una situazione di estrema difficoltà nel momento dell’esaurimento dei posti in terapia intensiva. Anche la Regione Veneto ha inviato un documento in cui riprendeva le raccomandazioni della Siaarti in caso di scenario estremo. Ha fatto anche molto scalpore l’intervista rilasciata al Corriere della Sera da Christian Salaroli, anestesista dell’ospedale di Bergamo, che confermava quello scenario:

«Si decide per età, e per condizioni di salute. Come in tutte le situazioni di guerra. Non lo dico io, ma i manuali sui quali abbiamo studiato».

Allora è vero?
«Certo che lo è. In quei letti vengono ammessi solo donne e uomini con la polmonite da COVID-19, affetti da insufficienza respiratoria. Gli altri, a casa».

Poi cosa succede?
«Li mettiamo in ventilazione non invasiva, che si chiama NIV. Il primo passo è quello».

E gli altri passi?
«Vengo al più importante. Al mattino presto, con i curanti del Pronto soccorso, passa il rianimatore. Il suo parere è molto importante».

Perché conta così tanto?
«Oltre all’età e al quadro generale, il terzo elemento è la capacità del paziente di guarire da un intervento rianimatorio. Quella indotta dal COVID-19 è una polmonite interstiziale, una forma molto aggressiva che impatta tanto sull’ossigenazione del sangue. I pazienti più colpiti diventano ipossici, ovvero non hanno più quantità sufficienti di ossigeno nell’organismo».

Quando arriva il momento di scegliere?
«Subito dopo. Siamo obbligati a farlo. Nel giro di un paio di giorni, al massimo. La ventilazione non invasiva è solo una fase di passaggio. Siccome purtroppo c’è sproporzione tra le risorse ospedaliere, i posti letto in terapia intensiva, e gli ammalati critici, non tutti vengono intubati».

Ma è vero che in Italia viene intubato solo chi ha meno di sessant’anni?

Successivamente però la Regione Lombardia aveva negato l’esistenza di liste della morte per le terapie intensiva L’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera aveva detto che non è vero che negli ospedali della regione si faccia selezione su chi debba essere salvato e chi no, magari su parametri anagrafici. “Lo smentisco assolutamente”, affermava Gallera a Radio24. “Abbiamo molti ospedali che vivono una grandissima pressione, dopodiché abbiamo un sistema che sta reggendo e li sta aiutando”, diceva l’assessore, che spiegava come la Regione stesse ovviando all’intasamento di posti tramite trasferimenti intra e interregionali di pazienti in terapia intensiva e non necessariamente positivi al covid-19. Quindi “può essere che negli ospedali non ci siano posti a disposizione, ma lì interviene il sistema regionale”, assicura. Insomma, “non sono vere queste voci, anzi- conclude- a volte si fanno scelte del momento sulla persona da intubare prima e su quella per cui chiediamo un aiuto esterno e che magari viene intubata dopo qualche ora e in qualche altro ospedale”.

In realtà è il Regno Unito, per mano del suo primo ministro Boris Johnson, a parlare di teorie darwiniane per il Coronavirus, sostenendo che molte famiglie dovessero abituardi a perdere i loro cari. Il premier era affiancato dai massimi esperti scientifici e sanitari britannici, che hanno spiegato che bloccare il virus era impossibile e che l’unica strategia era quella di spalmarne la diffusione nel tempo, in modo da consentire al sistema sanitario di gestire la situazione. Addirittura, avevano sostenuto che non è desiderabile che nessuno venga contagiato, perché è preferibile che la popolazione sviluppi da sé anticorpi al virus. Un approccio che è stato criticato da più parti, sia a livello sanitario che politico: ma che oggi il governo ha continuato a difendere. Successivamente Johnson ha cambiato idea e chiuso la Gran Bretagna come aveva fatto l’Italia e come stavano facendo gli altri paesi. Dorries è invece positiva al Coronavirus, così come la madre: “Abbiamo avuto i risultati. E’ testata positiva, ma sta bene. E’ di una fibra forte”, ha scritto. Il giorno in cui annunciò di aver contratto il coronavirus, lo scorso martedì, la viceministra disse che era preoccupata per la madre che si trovava con lei in casa e che i sintomi si sono manifestati “con la tosse”.

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