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Il M5S dice addio alla trasparenza sulle spese dei parlamentari. Tirendiconto??

Cinque anni fa Luigi Di Maio e compagni entravano in Parlamento con la ferma intenzione di aprirlo come una scatoletta di tonno. Non è successo, anzi lo scandalo Rimborsopoli, tornato di recente alla ribalta delle cronache a causa della vicende riguardanti la deputata M5S (autosospesa) Giulia Sarti ha dimostrato che la trasparenza non esiste. In teoria la questione delle spese dei parlamentari del MoVimento dovrebbe essere l’esempio del funzionamento del panopticon pentastellato: i portavoce che dimostrano come utilizzano i soldi pubblici. Non è così. Non lo è stato durante la scorsa legislatura e non lo è nemmeno ora.

Così il M5S ha oscurato i dati sulle spese dei suoi parlamentari

Ieri Repubblica è incappata in un errore. Ha pubblicato un articolo dove per dimostrare le spese “folli” dei 5 Stelle venivano utilizzati i dati – presi dal sito Maquantospendi? – relativi alla scorsa legislatura e non a quella attuale. L’articolo è poi stato corretto, ma la storia di Paola Taverna che ha speso 17.000 euro di telefono in cinque anni era troppo ghiotta e così è finita in prima pagina sul Giornale. Mentre tutti guardavano al passato, ovvero agli ultimi cinque anni di spese, nessuno si è accorto che nel frattempo Tirendiconto, il sito ufficiale dei rendiconti a 5 Stelle è tornato online con il nuovo sistema di rendicontazione.

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Fonte: Il Giornale del 04/03/2019

La principale novità è, incredibile a dirsi, la pressoché totale assenza di trasparenza. Mentre durante la scorsa legislatura era possibile sapere come deputati e senatori del M5S spendevano i soldi della diaria (ad esempio quanto finiva per le spese dell’affitto o del telefono e quanto per pranzi e cene) ora la musica è cambiata. A giugno infatti il MoVimento ha emanato un nuovo regolamento per il calcolo di rimborsi e restituzioni che ha lo scopo di “offuscare” i dati dei famosi scontrini a favore di un meccanismo semplificato dove sappiamo quanto spendono i parlamentari pentastellati ma non per cosa spendono. Tra le poche eccezioni ci sono i contributi, obbligatori, per il mantenimento di quel colabrodo che è Rousseau e le spese per i portavoce degli eletti.

Tutti i buchi di TiRendiconto

In base al nuovo regolamento infatti i 5 Stelle potranno portarsi a casa uno stipendio di 3.250,00 euro netti mensili (i parlamentari prendono un’indennità pari a 4.800 euro netti). Al fondo per il microcredito e alle “restituzioni” da regolamento deputati e senatori dovranno versare un importo pari a duemila euro al mese. Per quanto riguarda le spese telefoniche, affitto, trasporti e quant’altro non è più necessaria una rendicontazione puntuale ma è sufficiente non superare la quota “forfettaria”. Che per i parlamentari residenti a Roma e provincia è pari a 2.000 euro al mese, per quelli da fuori Roma invece è pari a 3.000 euro al mese.

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Non è quindi più possibile sapere come vengono spesi quei soldi. E basta scorrere i dati delle rendicontazioni per scoprire come i parlamentari a 5 Stelle generalmente riescano a spendere tutta la quota forfettaria spettante. Altra novità: non è più possibile prendere visione delle distinte di versamento delle restituzioni, i famosi bonifici con le date cambiate, cancellate quando non fatti annullare successivamente alla stampata. Sappiamo solo a che mese si fermano le restituzioni. Per la quasi totalità dei deputati del M5S ad oggi (marzo 2019) le rendicontazioni sono ferme a settembre 2018. Mancano quindi cinque mesi (su dodici) di legislatura. E per il periodo da marzo a giugno del 2018 è presente solo la voce relativa all’ammontare della restituzione complessiva, senza una distinta per quanto riguarda spese, indennità e rimborsi. Di fatto ad oggi su Tirendiconto sono presenti solo tre mesi “rendicontati”.

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Se prendiamo ad esempio il Capo Politico (e vicepremier e bisministro) del MoVimento 5 Stelle leggiamo come Di Maio abbia incassato a settembre – tra indennità e rimborsi spese forfettarie – 6.171,21 euro. A questi vanno aggiunti anche gli oltre quattromila euro di spese “rendicontate” (di cui milletrecento euro per i collaboratori, che non sono uno stipendio eccezionale, ma Di Maio con gli incarichi governativi ha uno staff di tutto rispetto). In totale quindi a fronte di un totale ricevuto nel mese pari a dodicimila euro Di Maio ha trattenuto per sé (tra indennità e spese) poco più di diecimila e cinquecento euro. Se a questi togliamo anche i 300 euro di contributo obbligatorio per Rousseau restano circa milleduecento euro.

Che fine ha fatto la politica francescana del M5S?

Come fa quindi il vicepremier a restituire duemila euro? Lo fa grazie ad un trucchetto contabile. Il regolamento prevede infatti che una volta tolte dallo stipendio le spese e le indennità e “restituiti” i duemila euro quello che avanza finisca in un fondo accantonamenti (non si sa bene dove sia il fondo, se su un conto a parte o sul conto corrente del singolo parlamentare). In caso in un mese le spese superino la soglia che consente di arrivare ai fatidici duemila euro di restituzione il parlamentare potrà attingere agli accantonamenti per compensare ciò che manca. Ci sono alcuni parlamentari molto virtuosi – è il caso del Presidente della Camera Fico – ed altri che ogni mese sono costretti ad attingere agli accantonamenti. Al punto che il saldo accantonamenti va in negativo.

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Ad esempio è il caso della senatrice Marinella Pacifico, che a luglio 2018 non aveva alcun accantonamento, ad agosto aveva un saldo negativo negli accantonamenti di un centinaio di euro e a settembre di quasi cinquecento. Eppure è sempre riuscita a centrare l’obiettivo dei duemila euro di restituzioni. Anche quello delle spese forfettarie “ridotte” per i romani non impedisce certo di spendere cifre da capogiro.

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Probabilmente gli ottomila euro di indennità percepite sono un errore di calcolo del sistema TiRendiconto, un altro grande successo a 5 Stelle

I duemila euro di spese forfettarie per la senatrice Taverna infatti hanno come contraltare spese per oltre settemila euro (nel mese di settembre). In totale quindi tra indennità, rimborsi spese e spese forfettarie la senatrice del Quarticciolo ci costa dodicimila euro al mese.

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E non c’è nulla di illegale, immorale o sbagliato se si ritiene che la politica sia un lavoro e come tale debba essere pagato e svolto. Ma che non ci si venga a dire che il MoVimento 5 Stelle è il partito francescano della trasparenza che fa politica a costo zero. Perché non è affatto così, e il nuovo sistema “tirendiconto” lo dimostra. E sempre a proposito di trasparenza: sono scomparsi i dati relativi alla scorsa legislatura con tutte le rendicontazioni puntuali e i bonifici. Perché?

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