Fact checking

La lettera di Laura Castelli sui fantastici controlli “digitali” per il Reddito di Cittadinanza (che non funzionano)

Anche Laura Castelli, nel suo piccolo, ha una passione per le letterine. Questa volta però è lei a scriverne una dove spiega come “da millennial” sta cambiando la pubblica amministrazione. Un esempio? Il sistema digitale per i controlli sul Reddito di Cittadinanza, che però al momento non funziona

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«Caro Direttore, vorrei raccontarle cosa significa essere una millennial al Governo». Inizia così la lettera scritta dalla viceministra dell’Economia Laura Castelli pubblicata oggi su La Stampa. L’onorevole Castelli vuole forse dire che le numerose figure di palta che ha collezionato in un anno di governo (gran parte del quale trascorso da sottosegretario senza deleghe) sono merito del fatto che è una “millennial”? Vi piacerebbe.

Le magnifiche sorti e progressive con Laura Castelli al MEF

Laura Castelli ha invece in mente un altro genere di spiegazione. Perché – scrive – la sua «è una generazione è figlia della comunicazione istantanea, dell’apprendimento collettivo e delle comunità on-line». Significa forse che quando rispondeva questo lo dice lei all’ex ministro dell’Economia Padoan in realtà era in una fase di comunicazione istantanea non mediata da qualsivoglia tipo di connessione tra fatti ed opinioni? Oppure che quando raccontava che l’Unione Europa ci avrebbe fatto una procedura di infrazione se avessimo abbassato l’Iva sugli assorbenti lo diceva per colpa dell’apprendimento collettivo (tradotto: lo aveva letto magari su Wikipedia)? Difficile dirlo. L’apprendimento collettivo per ora sembra essere quello con la quale la Castelli ha messo a conoscenza l’assemblea dei Dottori Commercialisti di aver esercitato la professione senza averne alcun titolo.

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Il famoso post in cui la Castelli annunciava di aver completato un corso di E-Learning sul bilancio

La viceministro descrive il suo arrivo al MEF, un luogo che sembra uscito dal secolo scorso: «ho avuto l’impressione che i pc venissero usati come macchine da scrivere o armadi per archiviare». Chissà se quelle macchine da scrivere sono quelle che hanno redatto i bilanci dello Stato o il DEF del governo gialloverde. Curiosamente la Castelli non lo dice. Di sicuro era un post assai vetusto: «sembrava nessuno conoscesse le potenzialità che gli ipertesti, il web semantico, l’analisi dei big data e le tecnologie attuali potessero offrire». Cosa significa? Assolutamente nulla. E andrebbe benissimo se questo fosse il discorso di lancio di qualche start-up che deve circondarsi di buzz word. Ma a scrivere è il viceministro dell’Economia, una che appartiene ad un partito che chiama “sistema operativo” un banalissimo sito e che ritiene che la “democrazia diretta” siano procedure di voto online su quel “sistema” pieno di bug e di falle senza certificazione alcuna.

Dalla prima lettera di Laura Castelli a La Stampa

Ma cosa ci vuole dire Laura Castelli? Nulla. Semplicemente che – come ad ogni cambio di amministrazione – è in corso un’operazione di “svecchiamento” della macchina burocratica. Per quelli del partito del Blog (ma quelli di prima non fanno eccezione) si chiama “digitalizzazione”. La viceministro racconta che quando arrivò al MEF (senza deleghe..) «promisi a me stessa che ogni volta avrei scritto una norma, l’avrei fatto nel modo più avanzato possibile». Non è ben chiaro cosa significhi. Forse ha a che fare con gli annunci sui 5 o 6 milioni di tessere del RdC che erano in stampa in una stamperia non meglio precisata (poi di tessere ne sono state erogate poco più di un milione ma sono dettagli). Oppure sul ritardo con cui il Governo ha approvato il Decreto Crescita che contiene anche alcuni decreti attuativi per il Reddito di Cittadinanza? O forse la bocciatura da parte della Corte dei Conti del Reddito di Cittadinanza? Chissà.

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Qualcuno ha capito a cosa servirà nel concreto la Blockchain?

La viceministro Castelli spiega proprio che l’esempio principe di questo incredibile lavoro di innovazione e digitalizzazione «è  il “Reddito di cittadinanza”, il cui impianto è stato costruito in un percorso digitale che ci ha permesso di risolvere problemi contabili e di controllo in modo agile ed efficiente». Finalmente qualcosa di concreto dopo tante parole. Ma davvero il RdC è l’esempio principe della “lotta alla corruzione, alle inefficienze economiche e alle ingiustizie sociali”?

Che fine hanno fatto i controlli per il RdC?

Prendiamo ad esempio la questione dei controlli: ANPAL faceva sapere qualche settimana fa che gli obblighi e le sanzioni previste per il RdC non erano ancora stati validati dal ministero e dagli altri enti preposti. Alcuni giorni fa la Regione Lazio ha reso noto che ANPAL non ha ancora inviato la strumentazione necessaria per i controlli ma solo un elenco cartaceo con 6.000 nomi, utilizzabile se le persone si presentano spontaneamente. Non sembra proprio un grande sforzo tecnologico di digitalizzazione. Manca infatti la procedura informatica per la convocazione degli aventi diritto.

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Insomma pare che i computer si stanno usando ancora come delle macchine da scrivere nonostante i prodigiosi sforzi della Castelli. Ma lei di questo non parla, e prosegue parlando di «architetture sicure, scalabili, altamente affidabili» e di «sviluppare e semplificare l’interoperabilità dei dati tra Pa». Non un accenno alla riforma dei Centri per l’impiego che dovrebbe essere la spina dorsale del RdC. Benvenutio nel «mondo di un millennial, dove l’intelligenza collettiva non fa paura ma anzi è l’unica vera ricchezza». Con tutta questa intelligenza collettiva viene il dubbio che se le riforme del governo Conte non funzionano è proprio per colpa di chi ci governa.

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