Economia

Il contratto M5S-Lega si rimangia le bombe sull’Europa

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Com’era prevedibile, il MoVimento 5 Stelle e la Lega ci ripensano sull’Europa e sull’euro e mollano la bomba del referendum e la proposta di cancellare il debito da parte della Banca Centrale Europea, cambiando prospettiva rispetto alla guerra a Bruxelles che soprattutto il Carroccio aveva promesso in campagna elettorale.

Il governo M5S-Lega si rimangia le bombe sull’Europa

Alle questioni aperte si dà una prima risposta nel paragrafo “Debito pubblico e deficit” del contratto Lega-M5S, nel quale in primo luogo si auspica la riduzione del debito pubblico attraverso la crescita e gli investimenti ad alto moltiplicatore:

L’azione di Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di ricette basate su tasse e austerità, politiche che si sono rivelate errate ad ottenere tale obiettivo, bensì per il tramite della crescita del PIL attraversa la ripartenza della domanda interna e con investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno al potere d’acquisto delle famiglie.

Al fine di consolidare la crescita e lo sviluppo del Paese riteniamo necessario scorporare la spesa per investimenti pubblici dal deficit corrente in bilancio, come annunciato più volte dalla Commissione europea e mai effettivamente e completamente applicato. Per quanto riguarda le politiche sul deficit si prevede una programmazione pluriennale volta ad assicurare il finanziamento delle proposte oggetto del presente contratto attraverso il recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato ricorso al deficit.

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Poi si spinge (giustamente) allo scorporo della spesa per investimenti pubblici dal deficit corrente in bilancio, una promessa mai mantenuta dalla Commissione. Sul debito da far annullare a Draghi, la proposta è cambiata:

Riteniamo opportuno, come evidenziato dalla Corte dei Conti, intervenire per avere la massima trasparenza sulle operazioni in derivati effettuate sia dallo Stato che dagli enti locali con l’obiettivo di valutare le possibilità di miglioramento della spesa legata a tali strumenti. Ci attiveremo in sede europea per proporre che i titoli di stato di tutti i Paesi dell’area euro già acquistati dalla banca centrale europea con l’operazione del quantitative easing siano esclusi pro quota dal calcolo del rapporto debito-PIL.

Lega e M5S si attiveranno per cambiare il calcolo del rapporto debito-PIL sull’orma di quello che fa il Regno Unito. Si tratta, come per quella di ieri, di una proposta che dovrà trovare il necessario consenso all’interno delle istituzioni europee. Finora ci hanno provato in tanti, tutti con scarsa fortuna.

La montagna ha partorito il toposorcio

Il Sole 24 Ore sul punto segnala che anche questa strada, comunque, appare parecchio complicata perché implicherebbe uno “sconto contabile” apparentemente generalizzato, ma nei fatti a vantaggio solo di pochi Paesi: e non avrebbe effetti finanziari perché i titoli vanno in ogni caso onorati alla scadenza per evitare un evento di default.

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Ammorbidita anche la parte sulla revisione dei rapporti con la UE, che dovrebbe però contemplare una ridiscussione del contributo italiano all’Unione, un ritorno all’ispirazione «pre-Maastricht» e un «superamento» della direttiva Bolkenstein nelle parti in cui ostacola «gli interessi nazionali»: un passaggio, quest’ultimo, che schiererebbe l’alleanza a fianco dei concessionari di stabilimenti balneari e del commercio ambulante. Nei rapporti con la Ue rientra anche la questione banche, su cui viene proposta una «revisione radicale» del bail-in per offrire tutele più forti ai piccoli risparmiatori. E infatti Claudio Borghi, onorevole leghista e specialista della questione europea, fa sapere che “se ci dicono di no” – come pronostica facilmente oggi Daniel Gros – prenderanno “le decisioni conseguenti”: ovvero quelle che oggi non sono nel contratto e che il M5S ha già dimostrato di non volere.

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Il reddito di cittadinanza e il Fondo Sociale Europeo 

Ma un’altra interessante “modifica” riguarda anche il reddito di cittadinanza: in primo luogo non partirà prima del 2019 e più probabilmente nel 2020. Tra i requisiti per ottenere l’assegno spunta anche un limite patrimoniale (ad esempio il possesso di immobili). Ma la parte più interessante è quella che riguarda il finanziamento.

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Andrà avviato un dialogo nelle sedi comunitarie al fine di applicare il provvedimento A80292/2017 approvato dal Parlamento europeo lo scorso 6 ottobre 2017, che garantirebbe l’utilizzo del 20% della dotazione complessiva del Fondo Sociale Europeo per istituire un reddito di cittadinanza anche in Italia (unico paese europeo oltre la Grecia a non prevedere tale misura) anche invitando la Commissione europea a monitorare specificamente l’utilizzo del FSE per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, nonché a valutare/esaminare, nella prossima revisione del regolamento recante disposizioni comuni sui Fondi strutturali (regolamento (UE) n. 1303/2013).

Scompaiono, infatti, tutte le idee sul fatto che il reddito di cittadinanza si finanzia da solo, di cui ha parlato nel marzo scorso a più riprese il professor Pasquale Tridico. In compenso compare l’ideona di usare i soldi del Fondo Sociale Europeo per finanziare il reddito di cittadinanza. Ma attenzione: l’Italia, ricorda il Sole 24 Ore, per i sette anni della programmazione 2014-2020 del FSE ha destinato 2,3 miliardi a questo capitolo su 10,2 della dote Fse. Quindi già oggi il FSE destina il 20%. E c’è un altro problema:

Dalla dote europea del Fse se ne possono prelevare poco meno di 330 (milioni, ndneXt) che diventano 500 con il cofinanziamento nazionale: meno del 3%, briciole. Se poi si considera che già a fine 2017 più di un terzo di queste risorse era impegnato in progetti già avviati e circa il 10% era già stato speso, è evidente che la copertura europea si è ulteriormente assottigliata e continuerà a ridursi ancora.

Ma l’ostacolo principale ad utilizzare i fondi europei per il reddito di cittadinanza non è solo nell’esiguità dell’importo disponibile: se anche tutta la dote Fse di sette anni fosse destinata allo scopo, non basterebbe a coprire i costi di un solo anno della misura. Il problema vero è che per dirottare qualsiasi importo del Fse al reddito di cittadinanza bisognerebbe rinegoziare uno per uno tutti i programmi operativi regionali (Por) e nazionali (Pon) definiti tra il 2013 e il 2014 tra regioni (o ministeri), governo nazionale e Commissione Ue, le basi su cui poggia ogni programma di spesa.

«Un lavoro di una complessità estrema, sia dal punto di vista politico che amministrativo» spiegano alla Dg Occupazione a cui compete la gestione del Fse. «E se anche con una bacchetta magica tutti i programmi operativi italiani fossero per incanto rinegoziati, la cifra ottenuta sarebbe tutt’altro che risolutiva».

Una soluzione però ci sarebbe: si potrebbe tentare di negoziare con la UE una quota più ampia del FSE per l’inclusione sociale. Ben sapendo che non basterebbe a coprire l’intero provvedimento, in ogni caso potrebbe aiutare. Ma solo se Bruxelles dice di sì. E solo se glielo si chiede con molta educazione.

Copertina da: Twitter

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