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Tutte le volte che Di Maio ha attaccato Renzi e Boschi per le colpe dei padri

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Il giorno dopo il servizio delle Iene su Salvatore Pizzo, il dipendente della ditta del padre del ministro del Lavoro Luigi Di Maio assunto in nero  tra il 2009 e il 2010 in un cantiere della Ardima costruzioni, è quello delle polemiche, delle recriminazioni e delle prese di distanza. Il racconto di Pizzo è stato confermato a Repubblica da Giovanni Passaro, da più di un anno segretario generale della Fillea Cgil per l’area metropolitana di Napoli. Quello che è certo è che le responsabilità morali e le eventuali responsabilità penali riguardano solo la persona di Antonio Di Maio.

Quando Di Maio chiedeva le dimissioni di Renzi per l’inchiesta sul padre

Il vicepremier ha preso le distanze spiegando che in quel periodo non era né socio dell’azienda (lo sarebbe diventato nel 2012) né si è mai occupato delle questioni del padre (la cui integrità morale difendeva a spada tratta quando si trattava della vicenda degli abusi edilizi commessi prima che nascesse): «mio padre ha fatto degli errori nella sua vita, e da questo comportamento prendo le distanze, ma resta sempre mio padre» ribadendo anche di aver «avuto un rapporto difficile». Ad ogni modo le colpe dei padri non ricadono sui figli, né penalmente né politicamente. Eppure in questi ultimi anni proprio Di Maio e il M5S hanno sfruttato due vicende che riguardavano due genitori illustri per fare propaganda. I casi in questione sono ovviamente quelli di Tiziano Renzi e di Pier Luigi Boschi; rispettivamente padre dell’ex premier e dell’ex ministra delle Riforme.

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Mesi di attacchi personali su vicende giudiziarie che non riguardavano direttamente né Matteo Renzi né Maria Elena Boschi ma che il M5S e Di Maio hanno spesso utilizzato per dimostrare l’inadeguatezza della classe dirigente e l’esistenza di presunti conflitti d’interesse. Il tutto ovviamente senza alcun accenno di garantismo, quello è dovuto solo ai pentastellati. E così oggi il ministro del Lavoro deve affrontare la spinosa questione del padre che assumeva in nero e invitava a non denunciare gli infortuni all’Inail.

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Decine di post in cui Di Maio batte sul tasto delle indagini a carico di Renzi senior e di Boschi senior. Accuse a Renzi  di «aver mentito sugli affari di famiglia» quando in realtà erano solo di Tiziano Renzi, richieste di dimissioni nei confronti della Boschi perché per un periodo aveva posseduto alcune azioni di Banca Etruria (il cui valore peraltro si era azzerato con l’inchiesta) e così via. Ora è vero che sul padre di Di Maio non c’è nemmeno un’inchiesta aperta e che i reati contestati sono diversissimi ma la situazione è la stessa.

 

Ed in questa situazione ci sono due possibilità: comportarsi come fecero Di Maio e il MoVimento 5 Stelle e mettere in moto la macchina del fango per screditare l’operato di un avversario politico. Oppure riconoscere che Luigi Di Maio è una persona diversa da Antonio Di Maio. Questo anche se il ministro del Lavoro fino al momento dell’elezione alla Camera nel 2013 risulta abbia sempre vissuto nella stessa abitazione del padre e che per giunta ha “preso in mano” il 50% delle quote dell’azienda di famiglia diventata nel 2012 Ardima srl. Certo, è strano che Di Maio sapesse così tante cose sui padri di Renzi e della Boschi ma quasi nulla sul suo o sulla casa dove ha abitato per trent’anni.

La “pacata” reazione di Maria Elena Boschi e Matteo Renzi

Veniamo alle reazioni degli altri due interessati. Maria Elena Boschi in un video si augura che il padre Di Maio non debba patire la stessa sorte del suo. Ovvero che la vicenda non venga strumentalizzata per attaccare il figlio. Ma è una cosa che dipende in buona parte anche dai vertici del Partito Democratico che dovranno decidere come sfruttare la vicenda. La Boschi non parte benissimo visto che non perde l’occasione di definire Luigi Di Maio «ministro del lavoro nero». Segno evidente del fatto che nonostante i buoni propositi la vicenda è già stata strumentalizzata a fini politici.

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Matteo Renzi invece fa tutto un interessantissimo discorso sul concetto di onesta nel MoVimento 5 Stelle (anche se non risulta che il signor Di Maio sia iscritto al M5S e tanto meno è stato candidato) per arrivare alla questione che gli sta più a cuore, quella delle scuse pubbliche. L’ex premier scrive: «prima di fare post contriti su Facebook chiedano almeno perdono alla mia famiglia per tutta la violenza verbale di questi anni. Se Di Maio vuole essere credibile nelle sue spiegazioni prima di tutto si scusi con mio padre e con le persone che ha contribuito a rovinare. Troverà il coraggio di farlo?».

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Renzi spiega che «non dobbiamo ripagarli con la stessa moneta». Ed infatti poco fa Matteo Renzi News, la pagina ufficiale del renzismo più becero che fa? Pubblica un post in cui viene ricordato di quando Di Maio chiedeva a Renzi di “confessare” riguardo alle accuse del padre e invita gli utenti a fare altrettanto ovvero a fare le famose cinque domande a Di Maio suo padre. Eppure Renzi aveva scritto ieri sera che «Di Maio figlio sia il capo del partito che è il principale responsabile dello sdoganamento dell’odio» e che i pentastellati «hanno ucciso la civiltà del confronto. Hanno insegnato a odiare».

Quelli sconvolti perché Di Maio ha rinnegato il padre

Molti oggi sono indignati anche per il fatto che Luigi Di Maio abbia “rinnegato” il padre prendendo le distanze da quello che ha fatto. Non c’è nulla di sbagliato in quello che ha detto Di Maio, non solo perché non ha rinnegato il papà (anzi ha detto che rimane pur sempre suo padre) ma perché è la stessa cosa che ha fatto Renzi quando si è trovato al suo posto. L’ex premier quando venne il momento di farlo prese le distanze dall’operato del padre dicendo che se fosse stato colpevole avrebbe meritato una pena doppia (e in una famosa intercettazione pubblicata dal Fatto addirittura lo rimproverò).

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A stupire deve essere invece che Di Maio prende le distanze dalla vicenda rivelata dalle Iene  – addirittura sottolineando la sua disponibilità al confronto con la trasmissione – mentre per quanto riguarda quella rivelata da Repubblica relativa agli abusi edilizi commessi dal padre e poi condonato Di Maio diceva che il quotidiano si era inventato tutto e che  erano fake news. Eppure in quel caso c’erano delle carte che dimostravano la fondatezza della notizia, in questo “solo” la testimonianza di un ex dipendente. Forse l’elettorato pentastellato è più disposto a perdonare il lavoro nero dell’abusivismo?

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