Economia

Cos'è il lavoro di cittadinanza che propone Renzi

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A prima vista sembrerebbe una boutade che mira a rubare all’opposizione un tema elettoralmente valido. Ma basta grattare la superficie per scoprire… che è proprio così. Ieri Matteo Renzi in un’intervista al Messaggero ha lanciato il tema del lavoro di cittadinanza, che dovrebbe sostituire l’idea del reddito di cittadinanza cavallo di battaglia del MoVimento 5 Stelle. Ma Renzi ha usato parole molto vaghe per definire i contorni della sua proposta:  «Contesto la risposta grillina al problema. Garantire uno stipendio a tutti non risponde all’articolo 1 della nostra Costituzione che parla di lavoro non di stipendio. Il lavoro non è solo stipendio, ma anche dignità. II reddito di cittadinanza nega il primo articolo della nostra Costituzione». «Serve un lavoro di cittadinanza. In questo tempo di forti cambiamenti dobbiamo rivoluzionare il nostro welfare che negli Usa non c’è come da noi in Europa».

Cos’è il lavoro di cittadinanza che propone Matteo Renzi

Su Raitre, durante l’intervista con Fabio Fazio a Che tempo che fa, è tornato sul tema senza spiegare chiaramente cosa intendesse: «Il discrimine oggi non è la preoccupazione perché l’innovazione produca una crisi occupazionale ma come la politica risponde. Noi dobbiamo trovare un paracadute per chi non ce la fa, per i più deboli, ma non possiamo dire reddito cittadinanza, che vuol dire ‘tranquillo ci pensa papi’ che è lo Stato. L’Italia muore così. Io dico provaci, non ce la fai? Ti do una mano, ti faccio fare un corso di formazione». In entrambe le occasioni le parole di Renzi sono vaghe tanto da somigliare a quegli slogan che ha imputato spesso ai suoi oppositori. L’unico elemento in più che ha aggiunto l’ex premier è il “corso di formazione”, ovvero quello che il nostro disastrato welfare già offre.

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L’assegno di sostegno al reddito mensile in Europa (Il Fatto, 17 luglio 2016)

A parte i balbettii, va però detto che da tempo il Partito Democratico starebbe elaborando una proposta (affidandola all’ex sottosegretario Tommaso Nannicini) alternativa a quella del reddito di cittadinanza che da sempre è tra i punti centrali della proposta politica del MoVimento 5 Stelle. «Sono d’accordo che la politica debba dare una risposta al grido d’allarme dell’Alleanza contro la povertà, perché il costo dell’instabilità politica non sia pagato dai poveri. Ma ci sarebbe un modo semplice per farlo. La delega non è arenata, manca solo l’ultimo miglio: il Senato potrebbe approvare il testo della Camera così com’è e il governo impegnarsi a varare il decreto attuativo sul reddito d’inclusione in un mese», aveva detto il coordinatore del programma della segreteria del PD alla Stampa. Secondo Nannicini «ci sono a disposizione un miliardo e ottocento milioni di euro con i quali possiamo dare sostegno monetario all’85 per cento delle famiglie con redditi al di sotto dei tremila euro l’anno. Poi, con altri 300 milioni possiamo arrivare al 100 per cento di quelle 500 mila famiglie. Un passo fondamentale verso quella misura unica di contrasto alla povertà di cui si parlava da anni». Anche per decreto, se necessario. Ma c’è un problema: il reddito di inclusione di cui i ministri stanno parlando servirà, sì, ma soltanto a talune delle famiglie in povertà: «Si tratterà di un sostegno finanziario non assistenziale, che dovrà rispettare determinati criteri e che coinvolgerà nella prima fase famiglie con minori. – ha spiegato Martina – Per ampliare poi il bacino con l’aumento delle risorse. In questi anni la sperimentazione del Sia (Sostegno per l’inclusione attiva) è stato un passo importante in alcune città».

La differenza tra lavoro e reddito di cittadinanza

A dispetto del nome, invece, quello proposto dai 5 Stelle non è un “reddito di cittadinanza”, ma un reddito minimo garantito: che va a chi è sotto la soglia di povertà monetaria dell’Ue 2014 (9.360 euro annui). Funziona così: chi è a zero prende 780 euro al mese, se invece ha già un reddito riceve un’integrazione. Il sussidio, in realtà, non è individuale ma basato sul nucleo familiare, due esempi:780 euro se composto da un singolo individuo; 1.638 con due adulti e due minori a carico. L’integrazione non dovrebbe dissuadere dal lavorare, perché permette di migliorare la propria condizione superando le soglie base. Per fare un esempio: con un reddito di 250 euro mensili, un singolo avrebbe come integrazione 555 euro (superando i 780 di base), due adulti e due minori 1.443 (1.663). Le soglie oltre le quali non si ha più diritto al sussidio sono rispettivamente 750, 1.000 e 1.750 euro. Il sussidio è condizionato ad alcuni obblighi, per esempio non rifiutare più di tre offerte di lavoro, frequentare corsi di formazione e accettare impieghi socialmente utili. In questo modo i costi sono più contenuti. La stima fatta l’anno scorso dall’Istat è di 14,9 miliardi annui (per 2,79milioni di famiglie).

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Fonte: Il Messaggero del 21/02/2017

L’idea non è solo italiana: in Francia il candidato del Partito Socialista Benoit Hamon ha raccolto la maggior parte dei suoi consensi proprio grazie alla proposta di istituire un reddito di cittadinanza universale. Hamon ha proposto di arrivare, entro il 2022, alla creazione di una forma di reddito di cittadinanza estesa a tutti i cittadini francesi adulti che dovrebbe ammontare, quando la misura sarà a regime, a 750€ al mese. Ci sono delle fasi intermedie per raggiungere la meta del reddito universale: la prima è l’aumento del reddito minimo per i cittadini poveri che dovrebbe aumentare fino a 600€ al mese, in seconda battuta Hamon propone che il reddito minimo venga erogato a tutti i cittadini tra i 18 e i 25 anni e successivamente a tutti i cittadini francesi dal più povero al più ricco, finanziandolo a quanto pare (ma su questo Hamon è volutamente vago) con un aggravio del prelievo fiscale nei confronti dei più ricchi e con una tassa sul lavoro dei robot. Secondo calcolo realizzato dal think tank Institut Montaigne ripreso da Les Echos il costo della misura proposta da Hamon è di 349 miliardi di euro. Un conto decisamente salato per le tasche dei cittadini francesi. Anche un altro candidato, il centrista Emmanuel Macron ha proposto di modificare la Revenu de solidarité active (RSA) raddoppiandone l’importo (attualmente è in media di 470 euro), una misura meno costosa di quella proposta da Hamon ma che ammonta a circa 10-12 miliardi di euro, una cifra che aumenterebbe dello 0,5 il debito pubblico e che vale 0,7 punti di TVA (l’IVA francese). La differenza con il reddito universale proposto dal socialista è che la platea dei beneficiari della RSA è ristretta ad una porzione minore della popolazione.
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Il reddito di cittadinanza in Finlandia

La Finlandia ha da poco avviato un progetto sperimentale destinato a duemila disoccupati che riceveranno un sussidio mensile pari a 500 euro al mese ma l’idea è quella di arrivare ad un reddito universale intorno agli 800 euro al mese per tutti i finlandesi. Come riporta Finland Politics infatti questa fase di sperimentazione sarà sì estesa a tutta la Nazione ma a parteciparvi saranno solo alcuni cittadini, estratti a sorte con una specie di lotteria. Gli esperti della KELA hanno tempo fino a marzo 2016 per presentare le loro osservazioni al Parlamento Finlandese che dovrà approvare l’inizio della sperimentazione entro novembre in modo da far partire la fase di test del basic income ai primi di gennaio 2017. Viste queste premesse cosa comporta realmente il reddito minimo finlandese? In poche parole non la fine della povertà ma una trasformazione delle misure di protezione sociale. Secondo il direttore del dipartimento della KELA che sta studiando il caso, Olli Kangas, ogni cittadino finlandese riceverà un assegno mensile di 800 euro esentasse. Non è chiaro se la formula “ogni cittadino” comprenda anche i bambini (non sembra). Come è possibile farlo senza aumentare le tasse? Secondo la direttrice della KELA Liisa Hyssälä l’introduzione del basic income farà, al contrario, diminuire la spesa sociale, il che sembra effettivamente un controsenso, secondo Bloomberg che ha fatto i conti in tasca ai finnici uno stipendio di 800 euro mensili per ogni cittadino (si tratta di 5.4 milioni di persone) significa una spesa annua di 52,2 miliardi di euro all’anno. A fronte di introiti previsti per il 2016 pari a 49.1 miliardi. Il che ci mostra come il percorso per raggiungere il reddito di cittadinanza universale non sia tutto in discesa.