Economia

Il piano del governo per i soldi ai poveri

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Un reddito di inclusione che dia soldi ai poveri. Il primo a parlarne è stato il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina in un’intervista a Repubblica: «Dobbiamo concretizzare in tempi rapidi il reddito di inclusione per svoltare con gli strumenti di contrasto alla povertà, in sostegno di famiglie e persone in grave difficoltà economiche. Un gran lavoro è stato fatto dal governo Renzi: con la legge di stabilità 2016 abbiamo definito un fondo da 1 miliardo 150 milioni. Adesso quel lavoro deve dare i suoi frutti».

Il piano del governo per i soldi ai poveri

Gli fa eco oggi sulla Stampa Tommaso Nannicini, che ha lasciato Palazzo Chigi per tornare all’Università Bocconi ma è coordinatore del programma della segreteria del Partito Democratico: «Sono d’accordo con Martina che la politica debba dare una risposta al grido d’allarme dell’Alleanza contro la povertà, perché il costo dell’instabilità politica non sia pagato dai poveri. Ma ci sarebbe un modo semplice per farlo. La delega non è arenata, manca solo l’ultimo miglio: il Senato potrebbe approvare il testo della Camera così com’è e il governo impegnarsi a varare il decreto attuativo sul reddito d’inclusione in un mese». Secondo Nannicini «ci sono a disposizione un miliardo e ottocento milioni di euro con i quali possiamo dare sostegno monetario all’85 per cento delle famiglie con redditi al di sotto dei tremila euro l’anno. Poi, con altri 300 milioni possiamo arrivare al 100 per cento di quelle 500 mila famiglie. Un passo fondamentale verso quella misura unica di contrasto alla povertà di cui si parlava da anni». Anche per decreto, se necessario. Favorevole anche Carlo Calenda. Ma c’è un problema: il reddito di inclusione di cui i ministri stanno parlando servirà, sì, ma soltanto a talune delle famiglie in povertà: «Si tratterà di un sostegno finanziario non assistenziale, che dovrà rispettare determinati criteri e che coinvolgerà nella prima fase famiglie con minori. – ha spiegato Martina – Per ampliare poi il bacino con l’aumento delle risorse. In questi anni la sperimentazione del Sia (Sostegno per l’inclusione attiva) è stato un passo importante in alcune città». Un provvedimento che un po’ puzza di mancetta elettorale, visto che ci si aspetta di andare al voto a breve. Ma in questi anni la povertà in Italia è cresciuta. Nel 2007 erano 1,8 milioni le persone sotto la soglia di indigenza assoluta calcolata dall’ISTAT, adesso siamo a 4 milioni e 598mila cittadini, il 7,6% della popolazione, pari a 1,8 milioni di famiglie. Qualche giorno fa Repubblica ha pubblicato questa infografica a corredo di un articolo di Filippo Santelli che visualizza l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie per classe di età del capofamiglia. L’istituto fissa la soglia della povertà assoluta calcolando il valore a prezzi correnti di un paniere di beni e servizi considerati essenziali per un nucleo familiare, valutando numero ed età dei componenti e capoluogo di residenza. Per una famiglia di due figli in una città del Nord è 1534 euro, al Sud scende a 1184 euro. Per un single la soglia è fissata a 787 euro.

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L’incidenza della povertà assoluta nelle famiglie secondo ISTAT (La Repubblica, 3 gennaio 2016)

Un reddito di inclusione per combattere la povertà

Insomma, lo stanziamento del governo va a toccare soltanto una piccola parte di chi ne avrebbe la necessità. Prima, la povertà toccava solo alcune parti della nostra società, ora le raggiunge tutte. Ha risparmiato solo i più anziani, i nuclei con capofamiglia sopra i 65 anni. Ma ha travolto le nuove generazioni: lì dove il capofamiglia ha meno di 44 anni è salita in otto anni dal 3,2 all’8,1%; dove ha meno di 34 anni si è impennata dall’1,9 al 10,2%. In quelle case vivono oltre un milione di minorenni per cui ogni mese è a rischio l’accesso ai beni di prima necessità. Il reddito di inclusione attiva che il governo vuole utilizzare per sostenere questi nuclei familiari non basterà:

Un assegno mensile del valore massimo di 400 euro per famiglia che cerca di uscire dalla logica dell’assistenzialismo, chiedendo ai beneficiari di impegnarsi nella formazione e nella ricerca un impiego, e di far rispettare ai figli gli obblighi di frequenza scolastica. Testato nel 2013 dal governo Letta in dodici grandi città, l’anno scorso la sperimentazione è stata estesa dal governo Renzi sotto l’etichetta di sostegno per l’inclusione attiva, con risorse per 750 milioni. L’esecutivo ora vuole rendere il reddito di inclusione strutturale dal 2017, accelerando l’iter della delega in Senato o agendo con un decreto. Lo stanziamento già nero su bianco di oltre un miliardo permetterà di allargare la platea dei beneficiari.
Nel 2016 l’assegno, 80 euro al mese per ogni componente della famiglia, doveva raggiungere circa 200 mila nuclei con reddito Isee inferiore ai 3mila euro l’anno, e almeno un figlio minorenne. Fanno poco più di 800 mila individui, di cui la metà under 18. Con le risorse extra quei numeri potrebbero salire della metà. Ma non basterà ancora per sostenere tutti i minori in povertà. E tanto meno permetterà di raggiungere l’intera platea delle famiglie in difficoltà. Secondo i calcoli dell’Alleanza contro la povertà, il gruppo di 35 associazioni che per primo ha proposto il reddito universale di inclusione, presente in quasi tutta Europa tranne Italia e Grecia, anche con 1 miliardo e mezzo si coprirebbe solo il 30% dei nuclei. Per renderlo strutturale ci vorrebbero circa 7 miliardi l’anno, lo 0,4% del Pil. Più o meno la distanza che oggi corre tra la spesa pubblica destinata alla lotta contro la povertà in Italia (lo 0,1% del Pil) e la media comunitaria (0,4%).

Insomma con il miliardo e ottocento milioni di Nannicini si arriverebbe a toccare il 35% dei nuclei che hanno necessità, mentre lo stanziamento necessario per aiutare tutti ammonta a sette miliardi. Se il governo conosce questi numeri, scoprirà facilmente la differenza tra la copertura di una necessità e l’ennesima mancetta elettorale.