Economia

Perché la Finlandia pensa al reddito di cittadinanza

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Qualche mese fa su NeXt vi avevamo raccontato del progetto finlandese di garantire a tutti i cittadini il “basic income”, ovvero il reddito di cittadinanza. Avevamo anche spiegato che l’idea che lo Stato finlandese potesse corrispondere uno stipendio mensile a tutti i suoi cittadini senza lavoro era sì nel programma elettorale del Primo Ministro finlandese Juha Sipilä, ma il riferimento era ad un “esperimento” da testare su base regionale, per valutarne la sostenibilità a livello nazionale. C’era inoltre il problema di trovare l’accordo con gli altri partiti della coalizione di Governo, non tutti dei quali erano d’accordo sull’idea di garantire un salario minimo “di stato”.
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Al momento si tratta solo di uno studio

Da quest’estate le cose sono cambiate, perché a novembre la KELA, l’Isitituto di Previdenza Sociale finlandese, ha dato maggiori informazioni circa le modalità con cui lo Stato pagherà i propri cittadini. Innanzitutto però è bene precisare che il basic income andrà a sostituire altri sussidi che i finlandesi già percepiscono, a quanto pare nella sua forma finale l’assegno dovrebbe essere intorno agli 800 euro mensili, ma nella prima fase pilota a livello nazionale sarà di “soli” 500 euro. Durante questa fase di sperimentazione i vari benefici acquisiti non verranno soppressi. È ancora presto però per dire che la Finlandia ha adottato il reddito di cittadinanza. Come riporta Finland Politics infatti questa fase di sperimentazione sarà sì estesa a tutta la Nazione ma a parteciparvi saranno solo alcuni cittadini, estratti a sorte con una specie di lotteria. Gli esperti della KELA hanno tempo fino a marzo 2016 per presentare le loro osservazioni al Parlamento Finlandese che dovrà approvare l’inizio della sperimentazione entro novembre in modo da far partire la fase di test del basic income ai primi di gennaio 2017. Viste queste premesse cosa comporta realmente il reddito minimo finlandese? In poche parole non la fine della povertà ma una trasformazione delle misure di protezione sociale. Secondo il direttore del dipartimento della KELA che sta studiando il caso, Olli Kangas, ogni cittadino finlandese riceverà un assegno mensile di 800 euro esentasse. Non è chiaro se la formula “ogni cittadino” comprenda anche i bambini (non sembra). Come è possibile farlo senza aumentare le tasse? Secondo la direttrice della KELA Liisa Hyssälä l’introduzione del basic income farà, al contrario, diminuire la spesa sociale, il che sembra effettivamente un controsenso, secondo Bloomberg che ha fatto i conti in tasca ai finnici uno stipendio di 800 euro mensili per ogni cittadino (si tratta di 5.4 milioni di persone) significa una spesa annua di 52,2 miliardi di euro all’anno. A fronte di introiti previsti per il 2016 pari a 49.1 miliardi. Il che ci mostra come il percorso per raggiungere il reddito di cittadinanza universale non sia tutto in discesa. Certo, per il momento i finlandesi sono molto favorevoli al progetto, e dal momento che pare che il basic income non verrà tolto se un cittadino lavora si può presumere che la maggior parte dei cittadini finlandesi continueranno a lavorare e a percepire il reddito di cittadinanza. C’è però da attendere la formalizzazione della proposta e la sua approvazione per vedere chi davvero ci guadagnerà. In particolare bisognerà far attenzione a quel “the basic income model’s full-fledged form would make some earnings-based benefits obsolete” che potrebbe far pensare che alcuni aspetti dell’assistenza sociale verranno sostituiti con il reddito di cittadinanza, come a dire, il costo dei servizi erogati potrà essere convertito in denaro da versare direttamente nelle tasche dei cittadini. Un’idea che va d’accordo con l’intenzione del Primo Ministro di alleggerire il peso del sistema del welfare sulle casse dello Stato.  In questo senso il basic income dovrebbe essere molto simile all’idea di imposta negativa formulata da Milton Friedman per eliminare i costi dell’assistenza sociale. Quello che è certo è che il basic income non eliminerà la povertà, secondo i calcoli dell’Helsinki Times servirebbe un assegno più consistente: 1.166 euro al mese, se il reddito di cittadinanza rimarrà al di sotto della soglia minima di sopravvivenza allora i cittadini che lo percepiscono saranno spinti ad accettare qualsiasi lavoro, anche quello pagato meno, per poter incrementare i loro guadagni e garantirsi un tenore di vita accettabile. Il che significa che potrebbero comparire nuove forme di retribuzione “integrative” e offerte lavorative magari più precarie, che senza dubbio non potrebbero sussistere in assenza del basic income ma che converrebbero molto ai datori di lavoro che potrebbero, teoricamente avere molta più facilità a trovare manodopera a basso costo. I diversi partiti politici però non sembrano essere, al momento, d’accordo nemmeno sull’entità dell’assegno, i verdi parlano di 440 euro al mese, mentre la Left Alliance ha proposto di arrivare a 660 euro.


 

La crisi finlandese legata alla crisi della Nokia

C’è inoltre un altro fattore decisivo da tenere in considerazione, il rapporto tra il Governo di Helsinki e le autorità dell’Unione Europea. In un pezzo di Andrea Tarquini pubblicato ieri su Repubblica la Finlandia viene definita la Grecia del Nord. Concetto espresso anche dal Guardian ad aprile, prima delle elezioni che hanno visto vittorioso il conservatore Juha Sipilä e il suo partito anti-europeista. Il paragone è ardito, e la Finlandia non è davvero la Grecia – anche se secondo Krugman ne condivide i problemi di fondo – , ma negli ultimi anni (anche a causa della crisi della Nokia, che era la più grande industria nazionale) ha iniziato ad essere una delle economie più deboli dell’eurozona, senza dubbio la meno florida tra quelle dei paesi dell’area scandinava (ma lo è sempre stata). Nel 2015 infatti la Finlandia è entrata nel quarto anno consecutivo di recessione con un livello di disoccupazione che è arrivato all’8,4% (ma che tocca il 17% a Oulu, un tempo la capitale dell’industria della telefonia). A pesare sulla situazione economica finlandese è soprattutto la perdita di competitività e l’aumento del costo del lavoro (ecco quindi dove potrebbe andare a parare la proposta del basic income). Infatti, come riferisce Tarquini, sul tavolo del negoziato tra Governo e Sindacati ci sono alcune misure per aumentare la competitività, ridurre il costo del lavoro e aumentare la flessibilità mentre nel frattempo l’Europa chiede a Helsinki di impegnarsi in una serie di riforme strutturali.
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