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Tutte le volte che avete sbagliato a fidarvi di Grillo

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Cosa succede se una persona detiene la proprietà del simbolo di un partito e può decidere se concederlo e ritirarlo? La risposta è semplice: succede quello che è successo a Genova dove Beppe Grillo ha annullato il risultato delle votazioni online di qualche giorno fa durante le quali gli attivisti genovesi avevano scelto Marika Cassimatis come candidata sindaco alle amministrative. Certo, ora, senza che per altro sia stata fatta una riunione o un’assemblea pubblica per decidere il da farsi Grillo ha aperto un’altra votazione (questa volta però potranno votare tutti gli iscritti e non solo i genovesi) per decidere se candidare lo sconfitto Luca Pirondini o se non presentare una lista a Genova, certificando la crisi del M5S nel capoluogo ligure. «Vi chiedo di fidarvi di me», ha scritto Grillo nel post di oggi.
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Perché la nuova votazione su Genova è aperta agli attivisti di tutta Italia?

In un colpo solo Beppe Grillo ha sconfessato il “Metodo Genova” e fatto capire che le primarie online non hanno alcun valore. Aprendo il voto su Genova anche ad attivisti che non sono residenti nel Comune certifica ancora una volta che il motto dell’uno vale uno tanto caro ai pentastellati è una frase priva di significato. Non fornendo motivazioni riguardo all’esclusione della Cassimatis ci fa capire che la trasparenza non è un valore quando si tratta di vicende relative ai 5 Stelle. Lo può fare? Fintanto che è il Capo Politico e Garante non eletto del MoVimento lo potrà fare tutte le volte che vorrà ed anzi l’ha già fatto. Non è infatti la prima volta che Grillo chiede ai suoi di “fidarsi di lui” e di non contestare una sua decisione presa nell’esclusivo interesse del MoVimento. Di fatto non esiste nel M5S qualcuno che possa contestare questa decisione perché rischierebbe di fare la fine di tutti quelli che non hanno accettato di chinare il capo di fronte ai diktat del comico genovese. L’unica alternativa è fidarsi ciecamente di Grillo ma è una fiducia ben riposta? La risposta è no.

Quando la base si è fidata delle decisioni di Grillo sulle espulsioni di Napoli

Beppe Grillo non è un veggente, e nonostante si diletti nel fare profezie (spesso apocalittiche) non ci azzecca quasi mai. Perché allora la base del MoVimento dovrebbe fidarsi di lui? Sicuramente è stato Grillo a portare il MoVimento in Parlamento e a farlo diventare una delle principali forze politiche nel Paese, ma il suo ruolo si sarebbe dovuto esaurire con l’arrivo della prima pattuglia pentastellata alla Camera e al Senato. Lui in realtà ci ha provato a fare un passo di lato ma non ci è riuscito perché ha capito che così avrebbe perso il controllo totale del partito. E così è tornato sulla breccia: ha fatto espellere gli attivisti “ribelli” di Napoli Libera che guarda caso volevano proporre un altro candidato rispetto a quello individuato da Roberto Fico. Allo stesso modo a Genova la consigliera regionale Alice Salvatore aveva fortemente sostenuto Pirondini non a caso considerato il favorito della vigilia. Anche a Napoli la base pentastellata si è fidata di Grillo e le cose sono andate come sappiamo: il MoVimento non ha vinto le elezioni e in seguito a quelle espulsioni è stata intentata una causa che ha costretto Grillo a cambiare lo statuto e il regolamento del suo partito. Inoltre tutti gli espulsi che avevano fatto ricorso per chiedere di essere reintegrati sono stati riammessi dal Trinunale all’interno del M5S. È stato lo stesso Roberto Fico, giunto a Napoli nella giornata di ieri, a fare la proposta a quelli che fino a poco tempo prima venivano chiamati senza mezzi termini “traditori” o “feccia” ed erano stati ritenuti colpevoli di aver congiurato contro il M5S. Oggi come allora non ci fu nessun dibattito pubblico: lo staff di Grillo una volta ricevute informazioni riguardanti un presunto comportamento scorretto da parte degli attivisti fece partire le mail. Ieri Fico ha incontrato in tribunale i ricorrenti dicendo “siamo pronti a reintegrarvi” (in cambio ovviamente della rinuncia a continuare la causa sulla legittimità del regolamento). Il tutto dopo che ovviamente nei mesi scorsi Fico aveva dichiarato di aver vinto su tutta la linea.

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Il provvedimento del tribunale civile di Roma

Il reintegro degli espulsi di Roma

Una storia simile è successa a Roma, anzi le storie sono due. La prima riguarda le espulsioni di Paolo Palleschi, Roberto Motta e Antonio Caracciolo che nel febbraio 2016 avevano presentato ricorso contro le espulsioni e che ad aprile dello scorso anno hanno ottenuto dal Tribunale Civile di Roma di essere reintegrati all’interno del Movimento. La seconda invece riguarda Mario Canino. L’attivista aveva potuto correre alle Comunarie, ottenendo anche un buon numero di voti ma all’atto della composizione della lista a Cinque Stelle si erano visti chiudere la porta in faccia. Canino ha fatto ricorso in tribunale e ha ottenuto il reintegro nel M5S dopo che il Tribunale di Roma ha sospeso «l’efficacia del provvedimento di espulsione del signor Mario Canino dall’Associazione MoVimento 5 Stelle irrogato in data 21 marzo 2016». Tra le altre cose Canino ha anche chiesto un risarcimento danni al M5S, quantificandoli in 150 mila euro, ovvero la cifra della famosa penale che i pentastellati avrebbero dovuto pagare qualora avessero trasgredito alle norme di comportamento del M5S una volta eletti. A riguardo di penali da pagare non si hanno più notizie di quella da 250 mila euro che Grillo avrebbe voluto farsi dare dall’eurodeputato Marco Affronte, passato di recente con i Verdi. A quanto pare i legali di Grillo si sono accorti che una simile richiesta non avrebbe retto in tribunale.

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Il verbale dell’ultima assemblea dell’Associazione MoVimento 5 Stelle

Il punto è che Grillo chiede spesso “la fiducia” dei suoi attivisti, che gliela concedono di buon grado (vista l’alternativa) ma di fatto non è mai stata indetta una votazione per decidere se concedergliela o meno. Anche quando si è trattato di votare le travagliate modifiche allo statuto e al regolamento Grillo ha spiegato che si trattava di votare per proteggere lui. Ma al tempo stesso Grillo si è ben guardato dal chiarire i motivi dell’esistenza di due distinte – e omonime – associazioni MoVimento 5 Stelle una delle quali (quella di cui fanno parte solo Grillo, suo nipote Enrico e il commercialista Enrico Maria Nadasi) di fatto controlla tutta l’attività del partito M5S. Anzi a dirla tutta gli attivisti per molti anni hanno ignorato l’esistenza di questa associazione parallela che è venuta alla luce solo quando alcuni attivisti espulsi hanno fatto causa a Grillo. Ma intanto la base del M5S continua a fidarsi della capacità di Grillo di decidere, da solo e senza consultarsi online con nessuno, delle sorti e della linea politica del MoVimento. È già stato detto più volte: per essere un partito che si fonda sui principi della partecipazione e della democrazia diretta il M5S sembra dare troppo peso a decisioni prese “perché ci si fida” di chi le prende e non perché sono state discusse e vagliate da un’assemblea. In questo modo però il partito che voleva includere i cittadini nella vita politica del Paese rischia di perdere il contatto con la base. Le pulsioni dell’ala movimentista del 5 Stelle saranno qualcosa con cui i pentastellati dovranno fare i conti da qui alle elezioni politiche.