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Come ha preso Paola Taverna lo sfratto della madre dalla casa popolare

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La senatrice del MoVimento 5 Stelle e vicepresidente del Senato Paola Taverna ieri ha aspettato la serata per reagire minacciando: «Da Parlamentare m5s, dopo aver restituito più di 200.000 euro, sono così pulita che non trovano nulla su cui attaccarmi se non sui miei affetti. Querelerò tutti coloro che hanno già diffuso o diffonderanno notizie false e diffamatorie su mia madre». Il fatto che non abbia pronunciato né la parola “sfratto” né la parola “casa popolare” dimostra che la Taverna sia nervosetta, e anche che la vecchia tattica politica di evitare di far capire di cosa sia parla è perfettamente in auge anche dalle parti del Nuovo che è Avanzato (dal frigo).

Paola Taverna, la casa popolare e lo sfratto

Eppure lo sfratto di sua madre Graziella Bartolucci sancito ieri dal Tribunale Amministrativo Regionale a cui la signora 80enne aveva fatto ricorso non è una notizia falsa. Così come il fatto che la senatrice che usava prendersela (a ragione) con i privilegiati delle case popolari come in una mitica intervista rilasciata nel 2016 a Radio Cusano Campus («Noi già avevamo denunciato questa situazione più di un anno fa sono 30 anni che va avanti così. Si è cercato di mantenere questi privilegi perché potevano essere strumentali a raccogliere voti e consensi. Bisogna fare un censimento che chiarisca chi ha diritto e chi, invece, sta godendo del privilegio (…). Si facciano atti concreti, punendo le persone che ne hanno goduto e i politici che hanno permesso tutto questo») abbia nel frattempo perso la voce sulla tematica (e non è l’unica su cui adesso non parla più: si è azzittita – e meno male, visto le fregnacce che raccontava – anche sui vaccini).

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La sentenza sulla casa popolare della famiglia Taverna (La Repubblica, 11 gennaio 2019)

La signora Graziella Bartolucci viveva abusivamente almeno dal 2014 in una casa popolare nel quartiere Prenestino, con l’affitto calmierato intorno ai 200 euro al mese. Una determina dirigenziale del comune di Roma, dopo la verifica dei redditi, aveva infatti decretato a gennaio 2018 la decadenza del diritto. La Taverna tentò di buttarla in caciara, oggi Repubblica le risponde:

«Mi domando, qual era la notizia che voleva dare Repubblica? Forse voleva dire che la mia è una famiglia povera? Forse voleva rimarcare il fatto che io non mi sono arricchita con questo lavoro?».

No, la notizia era l’esatto contrario, e cioè che il nucleo famigliare della Taverna non era affatto povero, ma aveva e ha un reddito che eccede il tetto massimo per rientrare nelle graduatorie delle case popolari con affitto ribassato. Magari adesso, con la sentenza del Tribunale civile che rigetta il ricorso presentato contro Ater e Comune, risulterà più semplice da capire.

Le quattro case della famiglia Taverna

La famiglia Taverna, in sintesi, è proprietaria di quattro immobili: una casa di sei vani in Sardegna (località Serra e Mesu), e, a Roma, un fabbricato di 70 metri quadrati, un piccolo locale di 28 metri quadrati e una casa di quattro vani a Torre Maura. Quindi l’appartamento dove dal 1994 vive la signora Graziella deve essere liberato per essere lasciato a chi da anni è iscritto nelle graduatorie e attende un posto.

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Ora, attraverso il suo legale, la signora Bartolucci fa sapere di essere disponibile a restituire spontaneamente l’appartamento. Un modo, anche per evitare ulteriori imbarazzi alla figlia, visto che lo sgombero spetta alla polizia municipale che dipende dalla sindaca Raggi, compagna di Movimento della Taverna. In attesa delle querele che sicuramente arriveranno. Come la legge sui vaccini promessa a Sant’Arcangelo di Romagna.

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