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Solinas e i test sierologici per la vacanza in Sardegna

Il governatore torna a parlare di test sierologici per andare in vacanza in Sardegna dopo aver cambiato già un paio di volte idea sulla questione: “Se vuole venire in vacanza in Sardegna lei fa la prenotazione e poi c’è un elenco di laboratori già convenzionati al momento per fare un test sierologico. Lei lo può far certificare dal suo medico di famiglia ed arrivare serenamente”

Il governatore della Regione Sardegna Christian Solinas torna a parlare di test sierologici per andare in vacanza in Sardegna dopo aver cambiato già un paio di volte idea sulla questione, visto che fino a poco tempo fa parlava di autocertificazione. “Se vuole venire in vacanza in Sardegna lei fa la prenotazione e poi c’è un elenco di laboratori già convenzionati al momento per fare un test sierologico. Lei lo può far certificare dal suo medico di famiglia ed arrivare serenamente”. E ancora: “Se lei lo ha passato lei può venire, se non lo ha passato il medico di famiglia le farà fare un tampone”. Questo perché la Sardegna vuole essere una “terra ospitale e sicura dal punto di vista sanitario” e “con il governo stiamo cercando di trovare un punto di intesa per garantire questo equilibrio”. E quindi proporre un test sierologico per gli arrivi in Sardegna “non significa mettere barriere, né creare discriminazioni ma solo insieme adottare filtri che ci consentano la tutela della salute contemperata con la giusta esigenza di una riapertura”.

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Come abbiamo spiegato e come è facilmente intuibile, una persona può effettuare un test del tampone per il Coronavirus con risultato negativo e, successivamente (magari, ironia della sorte, proprio sul traghetto che lo porta in Sardegna), può venire contagiato da SARS-COV-2 ed essere malato di COVID-19. E quindi ecco che il primo patentino di immunità che garantisce Solinas già finisce nel bagno chimico della spiaggia più in dell’isola.

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Dove è possibile fare i test sierologici in Lombardia (Corriere della Sera, 19 maggio 2020)

In più, i prezzi annunciati da Solinas paiono essere fantasiosi visti quali sono quelli della Lombardia, ma questo è il minimo. E i test sierologici allora? Come abbiamo già spiegato,  forse a chi governa regioni e amministra ministeri non è chiaro che non si potrà fare un test con una goccia di sangue in cinque minuti, ricevere il proprio tesserino di sano come un pesce e finirla lì: «Il nuovo coronavirus prima di stimolare la risposta immunitaria ci mette qualche giorno. Nel caso di SARS-CoV-2 la prima risposta sulle IgM si ha dopo almeno 7-9 giorni. Questo significa che se mi infetto e faccio il test prima di quel tempo, il test è negativo. Se, invece, ho solo le IgM sono sicuramente ancora infettivo. Quindi la procedura minima dovrebbe essere quella di fare il test e poi ripeterlo dopo dieci giorni. Non solo: uno studio pubblicato su Nature ci dice che tutti gli infetti hanno una risposta immunitaria, quindi adesso sappiamo che tutti producono le IgG, che si formano dopo quindici giorni. Ma un test positivo non mi dice se il soggetto si è infettato 15 giorni fa o 60 giorni fa. Quindi dopo le IgG dovrei fare i tamponi di controllo. La risposta immunologica non ha niente a che vedere con la contagiosità. Mi meraviglio che nessuno di chi propone un “salvacondotto” immunologico abbia valutato questo aspetto», ci ha spieato Giuseppe Cardillo, chimico e con dottorato di ricerca in scienze biotecnologiche conseguito all’università Federico II di Napoli.

I pericoli dei falsi patentini di immunità dal Coronavirus

E non finisce qui: «Con questo stramaledetto virus, l’85% degli infetti è asintomatico, non sa nemmeno di avercelo. A complicare le cose, uno studio di Lancet ci avvisa che circa un quarto dei pazienti sviluppa le IgG prima delle IgM, probabilmente perché il sistema immunitario si “ricorda” di uno dei 4 coronavirus che normalmente ci provocano le sindromi para-influenzali. Poi c’è il problema della localizzazione: nella prima fase della malattia il virus si trova nel cavo orofaringeo, successivamente trasloca nei polmoni. Posso essere malato ed avere tampone negativo. Diversi malati in terapia intensiva sono rimasti negativi anche per 3 tamponi consecutivi perché il virus era annidato profondamente nei bronchi. Come faccio ad avere un golden standard? Una idea proposta è quella di utilizzare il tampone rettale, visto che la gente espelle il virus anche nei 40 giorni successivi alla guarigione».

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C’è poi una questione scientifica da non sottovalutare: «Solo il Padreterno non mente mai: i test di laboratorio hanno falsi negativi e falsi positivi. Può dipendere dal fatto che il test è stato costruito male, da un errore in fase pre-analitica, dalle caratteristiche della malattia, da caratteristiche intrinseche del paziente. La possibilità di errore c’è e va considerata». E quindi, rispetto a come è stata finora raccontata, la questione della patente di immunità è leggermente più complessa: «Si può dare una patente di immunità a patto che, se io trovo uno con le IgG, deve avere almeno tre tamponi negativi. Quello che ha le IgM positive è infettivo, ma quello che ha solo le IgG? Il paziente sieronegativo? Non ha mai visto il virus o lo sta ancora incubando? Ripeto il test tra 1 settimana e quante volte lo devo ripetere? Se decido di farne solo 2 e il paziente si è infettato 2 giorni prima della seconda ripetizione? Se io pretendo di dare una patente con un semplice test sierologico sto facendo una fesseria. Lo scopo dei test è solo quello di identificare la grande marea di soggetti asintomatici o pauci-sintomatici».

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