Economia

Il paradosso del salario minimo di Di Maio: toglie diritti ai lavoratori

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«Il salario minimo si farà, perché è nel contratto! E perché già esiste in molti Paesi europei!», così due giorni fa su Facebook Luigi Di Maio commentava l’intervista del  del vice presidente di Confindustria Maurizio Stirpe sul salario minimo. Al Corriere della Sera Stirpe aveva dichiarato che «il rischio è smontare il sistema dei contratti nazionali, che non regolano solo il salario ma anche tanti altri temi rilevanti, come ferie, malattia, straordinari». Per Di Maio la battaglia sul salario minimo orario (non più “europeo” come durante la campagna elettorale) serve per riconquistare terreno e consensi rispetto alla Lega.

Nove euro l’ora (lordi) posson bastare?

Il bisministro e vicepremier assicura che il provvedimento sarà varato entro il 2020 ma per ora la proposta incontra la contrarietà di imprenditori, sindacati e anche dell’OCSE. Secondo il presidente di Confindustria  Vincenzo Boccia «il Paese non cresce con il salario minimo, bisogna elevare i salari dei lavoratori italiani riducendo le tasse e i contributi, il famoso cuneo fiscale, detassando i premi di produzione». Di Maio promette che il governo interverrà anche sul costo del lavoro, ma che ora è importante tornare a parlare di dignità dei lavoratori.

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La proposta di legge M5S (a firma della senatrice Catalfo) prevede di fissare la soglia della retribuzione minima oraria a 9 euro l’ora “al lordo degli oneri contributivi e previdenziali”. Si tratta della cifra più alta tra quelli in vigore nei paesi OCSE che – hanno detto i rappresentati dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e dell’Istat durante un’audizione alla Camera – potrebbe comportare per le aziende «un aggravio di costo pari a circa 4,3 miliardi complessivi». È vero, come dice Di Maio, che il nostro Paese è uno dei pochi a non avere una legge sul salario minimo orario. Ma negli altri paesi la media oscilla tra i i 4 e i 6 euro l’ora. Fanno eccezione gli USA (dove il minimo è fissato a 7,8 dollari), la Germania, dove la retribuzione oraria lorda è pari a 9,3 euro. Più su ancora la Francia che lo ha fissato a 10,1 euro.

Il salario minimo rischia di svuotare il meccanismo della contrattazione collettiva

Ma se lo fanno i tedeschi e francesi perché non possiamo farlo noi? Questa potrebbe essere una delle obiezioni a chi dice che la proposta del M5S è troppo alta. E del resto sentirsi dire che quella cifra è troppo alta rischia di non far capire il punto della questione. Come scrive Francesco Seghezzi di ADAPT rischia di non far capire il punto della questione. Anzi: chi legge un commento del genere potrebbe avere l’impressione che Confindustria (e l’OCSE e i sindacati) vogliono continuare a tenere i lavoratori in uno stato di povertà. In realtà però il salario minimo rappresenta un rischio proprio per i lavoratori.

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Torniamo all’esempio della Germania. Lì è vero che il salario minimo è fissato ad un importo simile a quello della proposta avanzata dal M5S, ma la differenza sostanziale è che mediamente le retribuzioni tedesche sono più alte di quelle italiane. Alzare solo il salario minimo orario rischierebbe quindi di creare uno squilibrio nel mercato del lavoro. Poco male, potrebbe dire qualcuno, confidando in una sorta di shock positivo che porti a far alzare tutti i salari. Non è così. Innanzitutto non sono chiari gli ambiti di applicazione della legge: comprende solo lo stipendio o anche tredicesime e TFR? Il rischio è che il reddito minimo produca un aumento del costo del lavoro pari al 18,8% (secondo una simulazione del centro studi Lavoro& Welfare). Non è nemmeno da sottovalutare il costo per lo Stato. In audizione l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN) ha fatto notare come «alcuni servizi acquistati dalla Pubblica amministrazione presentano retribuzioni inferiori» al salario minimo. L’innalzamento potrebbe quindi tradursi in un sensibile aumento dei costi anche per la PA.

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Qual è la possibile conseguenza dell’aumento del costo del lavoro? Secondo l’ex ministro Cesare Damiano le aziende potrebbero decidere di non ricorrere più alla contrattazione e ai contratti collettivi nazionali ma di limitarsi alla nuova legge. Così però i lavoratori finirebbero per perdere molti diritti (quelli stabiliti dai CCNL) a favore di un aumento salariale che riguarderebbe una minoranza dei lavoratori dipendenti (2,9 milioni di persone, circa il 21% del totale dei lavoratori subordinati). Alcuni lavoratori avrebbero senz’altro una busta paga più “gonfia” ma al prezzo di dover magari rinunciare alle conquiste sindacali integrate nei contratti collettivi come il welfare aziendale, l’assicurazione sanitaria o la formazione. Secondo l’onorevole Antonio Misani (responsabile economico del PD) la soluzione ideale sarebbe quella di rafforzare lo strumento della contrattazione dando valore legale ai minimi tabellari (cioè lo stipendio minimo previsto dai vari contratti collettivi). «In Itali non c’è il Far West, visto che i quasi 900 accordi a livello di settore coprono pressoché la totalità» del lavoro salariato, ha ricordato l’economista dell’OCSE Andrea Garnero. Sarebbe quindi più giusto estendere a quelle categorie di lavoratori che ora ne sono escluse il meccanismo della contrattazione. In questo modo si estendono davvero i diritti e non solo il trattamento economico.

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