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Riapertura: le regole dopo il 3 maggio

Il calendario sarà stilato in base alle necessità dei cittadini e — se la curva scenderà — potrebbe prevedere alcune riaperture entro il 15 maggio. Alcune linee guida sono state comunque già decise e inserite nel decreto che entra in vigore martedì 14 aprile. E avranno valore quando altri imprenditori, commercianti e professionisti potranno ricominciare l’attività

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La riapertura dopo il 3 maggio annunciata da Conte dovrà seguire regole ben precise perché l’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19 non sarà finita per quella data. E mentre Ilaria Capua spiega sul Corriere della Sera che nulla sarà come prima, almeno fino alla cura e al vaccino, ci sono tre strutture che lavorano per la fase 2 con lo scopo di far ripartire le attività senza riavviare il contagio.

Riapertura: le regole dopo il 3 maggio

La riapertura potrebbe essere diversificata tra Regioni, che d’altro canto già vanno in ordine sparso su librerie e cartolerie. Il nuovo gruppo di lavoro che dovrà «individuare modelli organizzativi e relazionali» è già attivo, alcune linee guida sono state comunque già decise e inserite nel decreto che entra in vigore martedì 14 aprile. E avranno valore quando altri imprenditori, commercianti e professionisti potranno ricominciare l’attività. Sempre con la stessa raccomandazione: evitate baci e abbracci e mantenete la distanza tra le persone di almeno un metro. Spiega Fiorenza Sarzanini:

Uffici e negozi dovranno essere puliti due volte al giorno. Prima dell’apertura e in una pausa quotidiana si dovrà provvedere al lavaggio degli ambienti e alla sanificazione. Dovranno risultare puliti anche i sistemi di areazione dei locali. Gli erogatori del disinfettante per le mani dovranno essere sistemati all’ingresso dei locali. Per gli uffici si dovrà provvedere anche a sistemare gli erogatori «accanto a tastiere e schermi touch».

I negozi e gli uffici pubblici dovranno avere un erogatore accanto alle casse e per chi utilizza il sistema di pagamento con i Pos. Chi lavora a contatto con il pubblico dovrà indossare guanti e mascherine. Gli stessi dispositivi sono raccomandati negli uffici e obbligatori quando non è possibile garantire la distanza di sicurezza di almeno un metro. I guanti usa e getta dovranno essere indossati anche per chi acquista alimenti e bevande.

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Coronavirus: i numeri dell’11 aprile (Corriere della Sera, 12 aprile 2020)

Ci saranno orari più lunghi e ingressi scaglionati per negozi e uffici aperti al pubblico:

La misura di riferimento per i locali è 40 metri quadri. In questo caso potrà «accedere una persona alla volta, oltre a un massimo di due operatori». In caso di locali più piccoli dovrà essere garantito il rapporto di un lavoratore e un cliente mantenendo la distanza di almeno un metro. Per quelli «oltre 40 metri quadri l’accesso è regolamentato in funzione degli spazi disponibili, differenziando, ove possibile, i percorsi di entrata e di uscita». Il calendario sarà stilato in base alle necessità dei cittadini e — se la curva scenderà — potrebbe prevedere alcune riaperture entro il 15 maggio.

Questo non vale per parrucchieri e centri estetici e bar e ristoranti, che dovranno aspettare ancora.  Chi si occupa della cura delle persone potrà lavorare solo su appuntamento per garantire il rapporto di un lavoratore per un cliente. E dovrà sempre avere mascherine e guanti. Nei locali i tavoli saranno distanziati. Le corse dei trasporti pubblici dovranno essere aumentate perché si potrà salire solo se ci sono posti a sedere e non si potrà stare seduti uno di fianco o davanti all’altro.

Le riaperture dal 14 aprile e i pericoli sulle distanze

Intanto c’è polemica sulle riaperture del 14 aprile, ovvero quelle di librerie, cartolerie, negozi di prodotti per bambini e silvicultura. A poche ore dal via libera del governo il mondo del libro si spacca. C’è da dire che la misura di riapertura è facoltativa, ma al momento regna un caos di aperture e chiusure a macchia di leopardo che alimenta le incertezze. È di ieri l’ordinanza della regione Lombardia che ha deciso che librerie e cartolerie rimarranno chiuse fino al 3 maggio: i libri si potranno acquistare solo negli ipermercati e nei supermercati. Nel Lazio invece serrande alzate, se i librai vorranno. Spiega Repubblica:

La babele delle contro-ordinanze deflagrava proprio nelle ore in cui il ministro Dario Franceschini esprimeva in un post su Twitter la sua soddisfazione: «Non è un gesto simbolico ma il riconoscimento che anche il libro è un bene essenziale». Da parte sua il ministro al momento sembra tranquillo, dal Collegio Romano fanno sapere che la legge consente di mettere in campo misure più restrittive e che i librai sono liberi di scegliere se riaprire o meno. Negata ogni contrapposizione. Sarà anche un bene essenziale, in grado di nutrire e curare se non il corpo l’anima, ma evidentemente non basta a calmare le paure di molti librai che vanno ingrossando il fronte del No. Molti in queste ore stanno firmando una lettera per motivare il loro rifiuto alla riapertura (nata da una discussione all’interno del gruppo LED, Librai Editori Distribuzione in Rete).

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Tanti i dubbi: prima di tutto il fatto che i libri vengono toccati e sfogliati dai clienti, poi la paura che andare in libreria possa diventare una scusa per uscire di casa e infine il timore di perdere il diritto agli ammortizzatori sociali. Quest’ultimo sembra un punto dirimente. Tanto che le librerie del network Mondadori Store per sostenere i librai affiliati hanno permesso la rateizzazione automatica dei pagamenti in scadenza ad aprile, facilitando anche il servizio di consegna a domicilio con l’azzeramento delle spese di trasporto a carico delle librerie.

Zaia intanto spiega che dal nuovo Dpcm si deduce che il lockdown è finito. E del resto, sostiene, già il 60 per cento delle aziende venete sono aperte. E ora annuncia: «Stiamo scrivendo un’ordinanza con un cambio di strategia. Il mio problema non è la riapertura ma è la messa in sicurezza delle aziende. Noi dobbiamo ricalibrare la nostra ordinanza davanti a un finto lockdown». E intanto le aziende riaprono sfruttando i mancati controlli delle prefetture sul silenzio/assenso.

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