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Come un pezzo del Partito Democratico vuole andare al governo con il M5S

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Le ipotesi in campo sono due: dare l’appoggio esterno oppure partecipare direttamente a un governo di coalizione. Con il MoVimento 5 Stelle, ovvero con il nemico pubblico numero uno a pari merito con Matteo Salvini. Un pezzo del Partito Democratico è determinato a ribaltare il risultato elettorale per fornire una stampella a Luigi Di Maio per il varo di un esecutivo. E pazienza se questo vorrebbe dire spezzare in due o in tre il partito e probabilmente sparire alle prossime elezioni.

Come un pezzo del Partito Democratico vuole andare al governo con il M5S

L’unico a uscire, finora, allo scoperto, è Michele Emiliano. In un’intervista al Fatto Quotidiano il governatore della Puglia torna ad attaccare Matteo Renzi ma dice anche che è «l’unica strada per ripartire. Dobbiamo dare l’appoggio esterno a un governo dei 5Stelle, che con questa vittoria hanno diritto di governare. E dobbiamo esercitare la funzione di controllo sul programma. Altrimenti si salderanno alle destre. Proposi la stessa cosa nel 2013. Ma ai tempi il M5S non era maturo». Per questo Emiliano «farà di tutto per fargli formare un governo», dice.

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Le maggioranze possibili (La Repubblica, 6 marzo)

In questo momento tutti guardano alla data chiave del 23 marzo, quando si riuniranno le nuove camere. L’offerta di Luigi Di Maio è chiara: «Siamo aperti al confronto con tutte le forze politiche a partire dalle figure di garanzia che vorremo individuare per le presidenze delle due camere», ha detto ieri il leader del M5S. Scrive Repubblica che la formula «figure di garanzia» nasconde il tentativo di un patto: rinunciare alla guida di Montecitorio o di Palazzo Madama, eleggere una persona di area Pd e in cambio ottenere il sostegno a un governo. E uno dei papabili sarebbe Marco Minniti, il ministro dell’Interno la cui azione ha trovato sponde anche nel M5S e che oggi potrebbe essere l’architrave di un patto di legislatura o di scopo. E torna in mente che ieri Renzi ha citato proprio Minniti per ricordare le incredibili sconfitte del PD in questa tornata elettorale.

Minniti, Franceschini, Orlando, Emiliano 

A fare un passo avanti ieri è stato anche l’assessore milanese Pierfrancesco Majorino, che ha invitato i parlamentari pd a un confronto sui temi con il M5S. «Personalmente credo che sui provvedimenti ci possano essere maggiori convergenze con il M5S piuttosto che con la Lega», ha invece dichiarato Francesco Boccia ieri, evidentemente perché non ha letto bene i programmi di PD e M5S. Ilario Lombardo sulla Stampa sostiene che il piano M5S resta quello di puntare sulla sinistra, la manciata di parlamentari di Leu e quel che resterà del Pd dopo la sua guerra intestina. Gli scenari però che stanno studiando i grillini sono due.

Il primo: un governo di minoranza, con un appoggio esterno del Pd. Scenario 2: un governo, magari anche a termine, con qualche ministero regalato ai dem (l’esempio che si fa è sempre quello di Marco Minniti all’Interno). Tra i due scenari i 5 Stelle preferiscono il primo e lavorano su quella possibilità, confortati da un precedente che in queste ore hanno preso ad analizzare. Il caso del governo Rajoy in Spagna.

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Le convergenze tra il programma M5S e quello di PD e LeU (Il Sole 24 Ore, 6 marzo 2018)

Quello che avvenne due anni fa a Madrid è molto simile a quello che si sta profilando in Italia. Il candidato dei popolari arrivò primo ma senza una maggioranza. I socialisti si misero di traverso e la Spagna fu costretta a tornare alle urne. Il risultato premiò ancora Rajoy ma di nuovo senza maggioranza.

Il leader del Psoe, Pedro Sanchez, si dimise dopo l’ammutinamento del suo partito. «No es no», disse prima che le pressioni dell’opinione pubblica, del partito, dei giornali e dell’establishment lo costringessero a lasciare. Fatto fuori Sanchez, i socialisti si astennero, permettendo al Ppe di far partire un governo. Una formula di desistenza che terrebbe il Pd in gioco ma senza essere fagocitato dal M5S.

Franza o Spagna, purché se magna

Che il MoVimento 5 Stelle speri che il Partito Democratico ci caschi nell’appoggiare un suo governo è pacifico, visto che per loro l’unica alternativa è un governo con la Lega che però sarebbe difficile da spiegare a chi nel Sud ha votato 5 Stelle. Anche se le convergenze di programma, analizzate oggi dal Sole 24 Ore, danno più vicini i grillini a Salvini che al PD (ed è perfettamente spiegabile). Ma anche se Renzi non si fa da parte – e ieri non ha dato certo l’impressione di averne voglia – i renziani non digeriranno certo una soluzione del genere senza colpo ferire: «Ai sostenitori dell’appoggio PD ad un governo guidato da Di Maio (esterno perché giustamente i grillini nel governo quelli del pd – mafiosi, ladri, corrotti – non ce li vogliono) ricordo sommessamente che il loro programma consiste sostanzialmente nel cancellare quello che abbiamo fatto noi. Autocritica va bene, ma eviterei l’autodistruzione, ecco», sostiene Anna Ascani che però è già passata da Letta a Renzi.

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Le convergenze tra il programma M5S e quello della Lega (Il Sole 24 Ore, 6 marzo 2018)

Il Partito Democratico però non è fatto solo di renziani: sono tante le correnti che hanno appoggiato Renzi o addirittura si sono sciolte per entrare in quella del segretario, ma che oggi potrebbero pensare tranquillamente di mollarlo. La guerra per la segreteria scoppiata ieri dopo le parole di Renzi testimonia che in ballo c’è ben altro: rientrare dalla finestra dopo essere stati accompagnati alla porta della guida del paese e farlo nel nome della responsabilità, qualunque cosa questo voglia dire.

La tentazione del Partito Democratico

Ora bisognerà vedere se la tentazione del Partito Democratico saprà resistere alla marea di renziani furiosi e chi sarà il primo big a uscire allo scoperto per resistere a un parlamento senza maggioranza nel paese che va a destra. Federico Geremicca sulla Stampa di oggi scrive chiaro e tondo che ci sarebbe un altro grande sponsor dietro l’operazione: «il capo dello Stato, alla luce dei risultati, non esclude la possibilità di un governo del Movimento Cinque Stelle. Ma come elemento di garanzia (verso i mercati, Bruxelles e i grandi investitori) vorrebbe che di quell’esecutivo facessero parte anche ministri del Pd». E la posizione del Quirinale non sarebbe certo isolata:

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Paolo Gentiloni e Dario Franceschini sono stati i primi a valutare legittime le preoccupazioni e le intenzioni del Capo dello Stato. Ma a loro si sono rapidamente accodate altre personalità di primo piano. Per esempio Del Rio e altri esponenti dell’ala cattolica del Pd che – al di là dell’opportunità di stare in un governo a trazione Cinque Stelle – non hanno apprezzato affatto toni e contenuti delle comunicazioni svolte ieri dal segretario.

Difficile non valutare in questa ottica anche l’iscrizione al Partito Democratico di Carlo Calenda, annunciata oggi su Twitter con tanto di ringraziamenti proprio di Paolo Gentiloni. Ma il sacrificio vorrebbe dire aprire una nuova stagione costituente del Partito Democratico. Che da partito maggioritario ambirebbe a diventare stampella dei prossimi che vincono le elezioni. In nome della “responsabilità”, certo. Ovvero di quella cosa che l’ha portato a perdere le elezioni.

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