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Nauru e l’Australia: ecco cosa si nasconde dietro il “No Way” che piace a Salvini

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Il ministro dell’Interno Matteo Salvini sogna di importare in Italia il modello australiano di gestione dei flussi migratori. «Voi sapete che in Australia c’è il principio del ‘No way’: nessuno di coloro che vengono presi in mezzo al mare mette piede sul suolo australiano. A questo si dovrà arrivare». Così ha dichiarato il Segretario della Lega a Rtl 102.5 qualche giorno fa. Subito il Capo Politico del MoVimento 5 Stelle si è affrettato a precisare che il “No Way” non è nel contratto di governo (il che però non significa non possa rientrare in futuro tra gli obiettivi dell’esecutivo). Insomma il No Way è un obiettivo personale di Salvini, che ha deciso di ispirarsi ad un paese noto per la discriminazione razziale e gli abusi ai danni dei nativi. Ma la Lega non era quella dei manifesti sugli indiani finiti nelle riserve?

In cosa consiste il No Way australiano

La posizione di Salvini è del resto del tutto comprensibile. Non potendo – per ovvie ragioni geografiche – fare come l’amico Orbán, che ha fatto innalzare una barriera di filo spinato ai confini dell’Ungheria ritiene che impedire gli arrivi sia la soluzione più semplice da mettere in pratica. Del resto, se lo fanno in Australia cosa ci impedisce di farlo in Italia? Ad impedirlo ci sarebbero, ad esempio, le convenzioni e i trattati internazionali che impongono al nostro Paese di non effettuare respingimenti in mare nei confronti dei richiedenti asilo. Un altro problema è di ordine pratico: perché l’Italia dovrebbe stipulare degli accordi con nazioni straniere talmente disperate da poter essere utilizzate come campi di prigionia per i migranti fermati nell’atto di entrare illegalmente in Italia. Ma nemmeno la Libia, un paese che ben si presterebbe allo scopo, ha voglia di essere utilizzato come campo profughi dell’Italia.

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Salvini non ha detto in che modo implementerebbe la “No Way” all’italiana. Ci sono però sufficienti informazioni su come questa strategia anti migranti venga messa in pratica in Australia. Non stiamo parlando dello spot pubblicitario del governo australiano dove il generale Campbell, a capo della missione “Sovereing Borders” si limita ad avvertire i migranti che tutte le imbarcazioni illegali sorprese all’interno delle acque territoriali saranno “trasferite al di là dei confini austaliani”.

Nauru: la discarica dei migranti

Stiamo parlando del complesso sistema di campi di detenzione all’interno dei quali l’Australia deporta i migranti (tra cui molti richiedenti asilo) bloccati in mare. Questi centri non si trovano sul suolo australiano ma ben al di là dei confini nazionali. Due dei più famosi sono quelli dell’isola di Nauru, in Micronesia, e quello – ora chiuso – dell’isola di Manus in Papua Nuova Guinea. Nauru – pur essendo un’isola piuttosto piccola – un tempo era un paese ricco grazie alle sue miniere di fosfato. Oggi, dopo decenni di sfruttamento l’isola ha esaurito le sue risorse e dopo un tentativo di diventare un paradiso fiscale è diventata il centro per quello che viene chiamato “offshore processing” dei migranti e richiedenti asilo che cercano di entrare illegalmente in Australia.

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Una veduta aerea di Nauru [Fonte: Wikipedia.org]
Il governo dell’isola ha siglato (prima tra il 2001 e il 2007 e poi dal 2012) un accordo con l’Australia accettando di “ospitare” il centro di detenzione per migranti in cambio di aiuti economici. Di fatto Nauru  è un centro di prigionia per uomini, donne e bambini arrestati dall’esercito australiano e deportati a centinaia di chilometri di distanza per impedire qualsiasi nuovo tentativo. Nauru è di fatto la “discarica” di esseri umani dell’Australia. E poco importa che il 77% dei migranti confinati sull’isola abbiano dimostrato, dopo molti mesi di permanenza, abbiano dimostrato di aver diritto allo status di rifugiato. A quel punto però non possono più andare in Australia, e nemmeno possono rimanere a Nauru, che consente un visto della durata massima di cinque anni.

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Fonte

Ma Nauru non è solo un “centro di smistamento”. Anzi, non lo è proprio. Nauru è un centro di detenzione dove i migranti  e i richiedenti asilo subiscono torture, violenze e soprusi. Le condizioni di vita sono così intollerabili che alcuni di loro si sono suicidati, altri soffrono di depressione, di «sindrome da rassegnazione» o di altre malattie mentali. Dai “Nauru Files” pubblicati nel 2016 dal Guardian si evince chiaramente come Nauru sia un vero e proprio inferno dove a subire il trattamento peggiore (e le violenze) sono i bambini. Lo staff del centro di prigionia sistematicamente tenta di minimizzare o occultare le denunce presentate dai migranti. Una macchina della brutalità creata per “proteggere” l’Australia dall’invasione di meno di duemila persone (tanti sono quelli detenuti a Manus e Nauru). Chissà se il papà Salvini ha in mente anche le violenze sui bambini quando auspica che anche l’Italia segua la linea del No Way australiano.

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