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La minoranza PD va a caccia dei troll contro l’alleanza con il M5S

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Mentre Paola Taverna spiega perché vuole l’alleanza con il PD, il partito torna a spaccarsi dopo l’intervista rilasciata da Luigi Di Maio a Repubblica con annesso appello alla responsabilità da parte del M5S, comunque ancora corteggiato da Matteo Salvini.

Il PD e la caccia ai troll contro l’alleanza con il M5S

L’unico ad aprire dopo l’uscita ieri è stato Dario Franceschini, anche se ancora senza il coraggio di dire apertamente quello che pensa ma trincerandosi dietro la richiesta di unità nel partito. Il ministro della Cultura, il cui desiderio di coinvolgere il partito nella formazione del governo è risaputo, ha scritto ieri un “tweet” in cui ha sottolineato la novità delle parole di Di Maio e ha invitato il PD a riflettere unito. In poco tempo è stato sommerso di risposte critiche nei suoi confronti. E, racconta Goffredo De Marchis su Repubblica, il tutto sarebbe dovuto a “una reazione organizzata a tavolino (troll e simili). Partono attacchi al ministro anche dalle pagine apocrife di tifosi renziani presenti su Facebook”.

Il tempo ha aiutato la maturazione di una linea meno rigida ma ha anche prodotto una frattura all’interno del partito, un clima di sospetti, rendendo molto complicata la gestione di una fase tanto scivolosa. «Esiste un metodo strutturale di delegittimazione dentro il PD. Un metodo che corre sui social e ricorda quello della Casaleggio associati», osserva un franceschiniano.

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In realtà basta dare un’occhiata agli account che hanno replicato a Franceschini per rendersi conto che non si tratta di fake o simili ma di utenti che da tempo usano Twitter per parlare di politica. Ma il clima interno al Partito Democratico è bollente. Andrea Orlando ieri ha accusato  la comunicazione del PD di organizzare rappresaglie contro di lui: “Cercherò di non parlare del Pd per far riposare i colleghi parlamentari, sollecitati dagli uffici stampa a fare dichiarazioni contro di me”, ha detto il ministro della Giustizia a margine del convegno Sinistra Anno Zero.

Il ritiro delle dimissioni di Renzi

Sempre Repubblica sostiene che la tentazione emersa nelle riunioni dei renziani e rimbalzata nelle loro chat sui telefonini ha sorpreso anche chi conosce meglio l’ex segretario: Renzi dovrebbe ritirare le dimissioni all’assemblea del 21 aprile. Tecnicamente la strada è far presentare un ordine del giorno che propone ai delegati di respingere le dimissioni del senatore di Scandicci. Suona come una provocazione, un sasso gettato nello stagno, ma svela il pensiero di Renzi. Intanto Lavinia Rivara sostiene che “secondo alcune analisi anche dietro l’hashtag #senzadime, il trending topic di chi è contro l’accordo M5S-PD, non ci sarebbe la protesta di tanti elettori, ma un ristretto gruppo di account iperattivi“. Analisi frettolose e per nulla realistiche, in realtà, ma ormai la teoria del complotto è avulsa dalla realtà.

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Per questo, scrive Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera, quello di Franceschini, secondo i renziani, è  solo un posizionamento interno. Nessuno, nemmeno Franceschini, crede che sia possibile dare vita a un governo con 5 stelle e il ministro lo ripete chiaramente a più di un collega di partito. Tutti, o quasi, in fondo sono d’accordo con quello che in queste ore Renzi va dicendo ai suoi: «Un governo con loro è impossibile tecnicamente perché non ci sono i numeri e politicamente perché non c’è l’accordo». «Senza contare il fatto — aggiungono —che magari pensa che se si apre una qualsiasi forma di dialogo anche più in là può provare lui a tesserlo ritagliandosi così un ruolo».

La resa dei conti del 21 aprile 

Insomma, anche la dialettica interna al PD è funzionale a una resa dei conti che dovrebbe andare in scena nell’assemblea del 21 aprile, come spiega oggi Claudio Tito su Repubblica:

Quel giorno si terrà l’Assemblea del Pd per stabilire se confermare il reggente Martina, se e quando convocare il Congresso, se celebrarlo con le primarie o senza. Fino a quel momento, i Democratici sono congelati. Il Nazareno è una specie di grande freezer che irrigidisce tutte le posizioni. Fino a quando, appunto, il loro orizzonte non assumerà un ritmo – almeno temporale – più chiaro.

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Le coalizioni possibili in Parlamento (La Repubblica, 5 aprile 2018)

Proprio su questo si organizzano le truppe per il futuro possibile, compreso quello che interessa di più i parlamentari appena eletti e quelli che vorrebbero esserlo:

La maggior parte dei sostenitori dell’ex segretario vorrebbe che fosse il congresso anticipato a novembre a decidere il nuovo leader perché diffida del reggente. In assemblea comunque i renziani sono 620 su mille. Ma il «capo» per ora li frena. E in tutto ciò quello a cui pensano in molti nel Pd (e che pochi ammettono) è che nel caso in cui si precipitasse alle elezioni, le liste verrebbero fatte da Martina, se fosse eletto segretario in Assemblea. Se invece si decidesse per il Congresso a guidare il partito (e a fare le liste) sarebbe Orfini, che di Renzi è il grande alleato.

Considerando che la questione delle liste aveva scatenato polemiche infinite tra la maggioranza e la minoranza del partito e che molte candidature volute da Renzi si sono rivelate alla fine un flop, la questione è ben più scottante dei troll immaginari e immaginati. Ma il punto è che non sarebbe nemmeno dirimente: il Partito Democratico ha bisogno di una palingenesi totale che oggi nessuno dei big sembra essere in grado di garantire. Soprattutto per una questione di credibilità.

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