Economia

Perché la richiesta delle dimissioni di Conte della Lega per il Mes è una pagliacciata

Da giorni Matteo Salvini parla del complotto, anzi dell’alto tradimento, da parte di Giuseppe Conte che avrebbe dato l’assenso alla riforma del MES, il Fondo Salva Stati, per potersi salvare la poltrona. La Lega ha sempre criticato il MES, ma il suo Segretario dimentica che quando il Conte 1 discuteva la proposta di modifica lui era ministro dell’Interno e Vicepremier, che il ministro dell’Economia Giuseppe Tria era stato indicato dalla Lega e che uno dei viceministri di via XX Settembre era il leghista Massimo Garavaglia. Difficile sostenere la tesi del complotto all’insaputa dei leghisti.

La solita storia delle due Leghe: quella di lotta e quella di Governo

Anche perché, ricordava ieri l’onorevole PD Lia Quartapelle su Twitter, un conto era la posizione espressa dalla Lega, un’altra quella del Governo. Nel suo intervento in Aula il 19 giugno (prima quindi della famosa seduta di luglio in cui Claudio Borghi della Lega denunciò il complotto sul MES) la deputata Dem disse al Presidente Conte: «non ci ha detto qual è la posizione che terremo. Forse lei non si è accorto che quella che sarà in discussione è l’idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano; allora, ci deve dire quale sarà quello che lei dirà, perché il capogruppo della Lega ha detto che la Lega è contraria, il suo Ministro dell’Economia all’Eurogruppo, invece, ha votato a favore di questo meccanismo che penalizzerebbe pesantemente il nostro Paese. A parole quindi la Lega (quel giorno l’onorevole Molinari aveva detto «la riforma prospettata è, dal nostro punto di vista pericolosa») era fortemente contraria ad una riforma del MES. Nei fatti però non aveva fatto nulla per bloccarla o modificare la posizione italiana.

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Anche ieri l’onorevole Claudio Borghi ha fatto la sua sceneggiata sul portare subito in Aula il Presidente del Consiglio “subito” altrimenti «lo porteremo in Tribunale» dopo aver “scoperto” che il trattato è inemendabile. Ma come ha ricordato l’onorevole PD Piero De Luca il MES «è stato negoziato per mesi interi a partire dal dicembre 2018». Perché sembra incredibile ma mentre erano in maggioranza e lottavano contro il MES i leghisti portavano avanti la trattativa sul MES, venendo aggiornati su quello che stava accadendo in sede europea e approvando le relazioni dei ministri che davano conto dell’avanzamento dei lavori di riforma. Riforma, non “abolizione” o “abrogazione”, che viste le posizioni della Lega sarebbero state le uniche opzioni percorribili. Ma forse i leghisti sono ostaggio della loro stessa propaganda, quella che parla di “riforma del trattato di Maastricht” in luogo di “uscita dall’euro”. Eppure sono due termini che hanno significati diversi.

Quando la Lega approvò la relazione di Paolo Savona sul MES

Ma non finisce certo qui, perché – come ricorda Valerio Valentini sul Foglio – le prove che il governo tutto fosse ben a conoscenza del progetto di riforma del MES, che lo condividesse e che avesse informato il Parlamento ci sono. Ad esempio nella Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea per l’anno 2019 presentata dall’allora ministro per gli Affari Europei Paolo Savona (quello del Piano B per uscire dall’euro, per intenderci) nel quale si legge che «quanto a MES, l’Italia sarà favorevole ad iniziative volte a migliorare l’efficacia degli strumenti esistenti, rendendone possibile l’utilizzo ed evitando l’attuale effetto “stigma”».

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E ancora, rispetto alle date: «si prevede che entro il 2018 verranno approvati i c.d. Terms of reference sulla base dei quali nel 2019 inizierà il negoziato relativo alle modifiche del Trattato MES» e spiegava che «raggiunta una convergenza politica sulla identificazione di ESM come backstop provider, sono ancora in discussione le procedure decisionali, la dimensione del meccanismo di supporto e se questo possa essere utilizzato per tutte le finalità per le quali il Fondo di risoluzione unico può essere attivato». Ma Savona scriveva anche qualcosa, che i leghisti hanno scoperto solo da quando non sono più al governo: «è stata raggiunta all’Eurosummit del giugno 2018 una convergenza fra gli Stati membri sul condizionare l’avvio del backstop in una data anteriore al 2024 a una valutazione dei progressi nella riduzione dei crediti deteriorati e nella costituzione del requisito di passività sottoponibili a bail-in (MREL)». Il 19 febbraio 2019 la III Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera approvava la suddetta relazione. Ma come, i leghisti non erano quelli completamente contro il MES, sia nella sua versione originale che nella sua versione “riformata”?

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Ma è in Commissione Bilancio alla Camera, quella presieduta proprio da Borghi, che le cose si fanno interessanti. La Relazione è stata discussa in due sedute della Commissione, il 26 febbraio e il 6 marzo di quest’anno. Nella seconda seduta il relatore della Commissione Alberto Ribolla (Lega) dopo aver rilevato che «un Fondo monetario europeo, strutturato sulla base del MES (il Meccanismo europeo di stabilità), potrebbe tuttavia avere un rilevante impatto sulla politica economica di ogni Stato membro» esprime parere favorevole alla Relazione, alla condizione che venissero sospese tutte le decisioni in vista delle elezioni europee (quelle che la Lega contava di vincere) e che non si venisse a creare la figura di un ministro europeo delle Finanze (che infatti non c’è). Ma come si concilia questa approvazione cone le posizioni fortemente critiche dei deputati leghisti espresse nella precedente seduta, si chiede il deputato Marattin. Per il viceministro Garavaglia non bisogna confondere gli interventi politici con quelli del relatore, leghista, che è favorevole. E favorevole alla Relazione alla fine è anche Claudio Borghi. Come è possibile che sia diventato un complotto? E come è possibile che una relazione, scritta da un ministro non certo alieno all’area leghista e approvata dalle Commissioni sia passata inosservata all’insaputa di Salvini?

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