Economia

La guerra preventiva di Mattarella al governo Lega-M5S

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Ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato una dichiarazione di guerra preventiva nei confronti del governo Lega-M5S: I nomi sotto osservazione, oltre la guida di Palazzo Chigi, sono quelli di Economia, Esteri, Interni: questi avranno un peso determinante e Mattarella non si limiterà a fare il notaio, firmando e basta. C’è da aspettarsi una serrata interlocuzione ma di questo i due leader sono già avvertiti.

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Vignetta di El Giva

Poi, per rendere ancora più chiaro il concetto, Mattarella ha sfruttato il suo discorso alla conferenza The State of the Union, elogiando l’Europa e l’euro a più riprese e scatenando la rabbia dei sovranisti su Twitter. Oggi il Sole 24 Ore rincara la dose ricordando che sulla questione della scelta dei ministri non è certo la prima volta che si registrano contrasti tra il Quirinale e Palazzo Chigi. E ritorna su un precedente, quello di Scalfaro con Berlusconi nel 1994. L’allora presidente della Repubblica esercitava, come i suoi predecessori, le prerogative dell’articolo 92 della Costituzione in materia di nomina dei ministri e lo fece scrivendo una lettera a Silvio che venne resa pubblica insieme alla risposta di Berlusconi.

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«Coloro ai quali ella riterrà di affidare responsabilità attinenti alla politica estera – scriveva Scalfaro – dovranno assicurare piena fedeltà alle alleanze, alla politica di unità europea, alla politica di pace». La casella della Farnesina era stata riempita con il nome di Antonio Martino, economista liberale allievo di Friedman, critico nei confronti del trattato di Maastricht e della moneta unica. Un’altra garanzia era richiesta sulla scelta del responsabile del ministero dell’Interno che «non dovrà assumere posizioni politiche in contrasto con i principi di libertà e di legalità, nonché con il principio dell’Italia una e indivisibile».

Parole nelle quali si leggevano in trasparenza i timori del Quirinale per un dicastero chiave destinato a una forza che si dichiarava secessionista come il Carroccio (al Viminale andò Roberto Maroni), nonché per la presenza tra i ministri di esponenti del Movimento sociale italiano, partito post-fascista che arrivava per la prima volta al governo. Berlusconi rispose con un’altra lettera: richiamò i poteri che la Carta gli assegnava come presidente del Consiglio e assicurò che nessuno delle persone da lui indicate per il governo esprimeva «orientamenti contrari ai principi cui ella ha voluto richiamare la mia attenzione».

Una situazione che potrebbe ripetersi a breve, anche se ci sono buone chances che invece i segnali del Quirinale vengano recepiti ben prima dell’approdo di Salvini e Di Maio con la lista dei ministri pronta. Per la Lega, ad esempio, l’uscita dall’euro non è una priorità.

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