Economia

Marco Furfaro e le differenze tra reddito minimo e reddito di cittadinanza

reddito minimo marco furfaro

Reddito di cittadinanza, reddito minimo garantito o lavoro di cittadinanza? Da quando Renzi – di ritorno dalla California – ha proposto di istituire il “lavoro di cittadinanza” contrapponendolo alla proposta a Cinque Stelle il tema del reddito minimo (anche grazie alle polemiche sui costi del Jobs Act per il quale il Governo ha investito 18 miliardi di euro) è tornato di moda. In fondo se è un tema della campagna elettorale francese, addirittura il candidato socialista Benoit Hamon propone il reddito universale, perché non può esserlo anche in Italia?
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Cos’è il reddito minimo?

E così dopo la “storica” proposta dei Cinque Stelle e quella più recente di Renzi che vorrebbe invece “rivoluzionare il welfare” ampliando la platea dei beneficiare del Sia, il sostegno all’inclusione attiva. La proposta del PD non è ancora stata formalizzata quindi quella dell’ex Presidente del Consiglio per ora è una boutade ma appare evidente che Renzi preferirebbe che i soldi venissero dati per favorire l’inserimento attivo nel mondo del lavoro da cui consegue che lo Stato dovrebbe in qualche modo creare dei posti di lavoro o quanto meno farsi garante (come è sancito dalla Costituzione) della loro creazione. Posti di lavoro che a quel punto il beneficiario del “lavoro di cittadinanza” dovrà accettare e su questo punto si concentrano le critiche maggiori alla nebulosa proposta renziana. Marco Furfaro – ex l’Altra Europa con Tsipras e ora nell’orbita di Campo Progressista di Pisapia – ha invece avanzato una proposta di legge per la creazione del reddito minimo garantito. Il reddito minimo garantito – scrivono – “ha lo scopo di contrastare la marginalità, garantire la dignità della persona e favorire la cittadinanza, attraverso l’inclusione sociale  per gli inoccupati, i disoccupati e i lavoratori precariamente occupati” ed è rivolto quindi ai soggetti  che per tipologia di reddito sono maggiormente esposti al rischio di marginalità nella società e nel mercato del lavoro.

«reddito minimo garantito»: quell’insieme di forme reddituali dirette ed indirette che mirano ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa; le forme reddituali dirette consistono nell’erogazione di somme di denaro, quelle indirette nell’erogazione di beni e servizi in forma gratuita o agevolata da parte di Stato, Enti territoriali, enti pubblici e privati convenzionati;

reddito di cittadinanza quanto costa - 4

Il reddito minimo è un reddito “tra un lavoro e un altro”

Il reddito minimo non è quindi il salario minimo (che è la paga oraria o mensili minima che i datori di lavoro corrispondono ai propri dipendenti) ma è l’erogazione “di un beneficio individuale in denaro pari a 7.200 euro l’anno” ovvero un assegno da  600 euro mensili. Le due cose però secondo Furfaro vanno necessariamente di pari passo perché se il salario minimo orario non produce un reddito che sia superiore alla soglia al di sotto della quale scatta l’erogazione del reddito minimo garantito allora significa che l’importo del salario minimo va aumentato.
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Il reddito minimo è solo in parte sovrapponibile al sussidio di disoccupazione perché ed altri ammortizzatori sociali sono un diritto solo di alcune categorie di lavoratori (e sono subordinati al fatto ad esempio che il lavoratore abbia versato contributi) e ci sono invece molti lavoratori precari ed autonomi (per tacere dei voucheristi) che una volta perso il lavoro si trovano senza tutele e protezioni sociali. Di fatto per milioni di (ex) lavoratori che hanno perso il posto non esiste un’indennità di disoccupazione. Il reddito minimo come pensato da Furfaro (ci sono anche altri modi di intenderlo) interverrebbe proprio su questo punto ed infatti percepirlo tutti coloro che nell’anno precedente hanno dichiarato un reddito annuo inferiore agli 8.000 euro ed ha una durata pari a 12 mesi alla fine dei quali il richiedente dovrà ripresentare la domanda e dimostrare di averne ancora diritto e di avere i requisti per ottenerlo. Di conseguenza a meno che il beneficiario non sia stato nel frattempo non assunto con un contratto di lavoro subordinato o parasubordinato (oppure nel caso in cui svolga un’attività lavorativa di natura autonoma) se non percepisce un reddito imponibile superiore alla soglia avrà diritto all’assegno. In ogni caso il reddito minimo è legato al fatto che il beneficiario sia iscritto alle liste di collocamento e qualora rifiutasse una proposta di lavoro perderebbe di il diritto a percepire l’assegno statale. L’offerta di lavoro però deve essere congrua ovvero deve enere conto “della professionalità acquisita, della formazione ricevuta e del riconoscimento delle competenze formali e informali in suo possesso”. In parole povere non è un assegno di mantenimento a vita ma nemmeno un modo per costringere il beneficiario ad accettare qualsiasi offerta di lavoro in modo da squalificare le sue competenze e costringerlo, ad esempio, ad andare a lavorare nei call center se in virtù della sua formazione, può aspirare a qualcosa di meglio. L’idea alla base del reddito minimo è sostanzialmente quello di rendere “meno ricattabile” il disoccupato che non sarebbe costretto ad accettare lavori sottopagati solo per non morire di fame ma che avrebbe invece a disposizione un – piccolo – salvagente nell’attesa di trovare una nuova occupazione congrua.
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Sedici miliardi per il reddito di cittadinanza a 5 Stelle

La proposta di legge avanzata dai Cinque Stelle nel 2014 (che è l’unica concreta fin’ora nel nostro paese sul reddito di cittadinanza) fissava a 780 euro mensili (9.360 annui) il limite al di sotto del quale sarebbe stato erogato il reddito di cittadinanza che è rivolto a tutti i soggetti che hanno compiuto il diciottesimo anno di età, risiedono nel territorio nazionale e che siano cittadini italiani o comunitari. Secondo quanto scrive Oscar Giannino oggi sul Messaggero una misura del genere, che prevede l’erogazione di un assegno mensile fino a 800 euro al mese, potrebbe costare 16,6 miliardi di euro calcolando che i beneficiari non sono i cittadini al di sotto della soglia di povertà assoluta (sono 4,6 milioni gli italiani che prendono meno di 636 euro al mese) ma tutti quelli che non hanno un reddito abbastanza dignitoso (7,6 milioni di italiani). La proposta pentastellata però non è un reddito universale come quello di Hamon ma è condizionata al fatto che il beneficiario fornisca immediata disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego territorialmente competenti. Insomma chi dovesse percepire il reddito di cittadinanza dovrà rendersi disponibile ad un inserimento nel mondo del lavoro (nel caso ovviamente sia disoccupato).