Economia

Così il reddito di inserimento sostituirà il Sostegno d'inclusione attiva

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Mentre in Italia si discute delle boutade di Matteo Renzi sul lavoro di cittadinanza Davide Colombo sul Sole 24 Ore di oggi racconta che questa dovrebbe essere la settimana decisiva per l’approvazione finale del disegno di legge delega con cui il Governo punta a far decollare il Piano nazionale per la lotta alla povertà:

Il provvedimento è atteso nell’Aula del Senato domani o mercoledì. E dovrebbe essere approvato senza più modifiche, dopo un iter partito un anno fa e finito in surplace con l’avvicinarsi del referendum del 4 dicembre 2016. Ora si riparte a Costituzione invariata, quindi con gli enti locali titolari pieni delle politiche sociali. Ma con l’ambizione di far arrivare un reddito di inclusione – la nuova misura nazionale di aiuto – a una platea di almeno 400mila famiglie entro la fine dell’anno, vale a dire poco più di un quarto dei nuclei che vivono in condizioni di povertà assoluta (sono un milione e 528mila, secondo gli ultimi dati Istat, per un totale di 4,6 milioni di cittadini).

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Il reddito di inclusione (Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2017)

Abbiamo però già segnalato che lo stanziamento potrebbe non bastare:

La delega verrà resa operativa con un solo decreto legislativo, in larga parte già predisposto dai tecnici del ministero del Lavoro. Tre gli ambiti di intervento: il varo del reddito di inclusione (Rei), che prenderà il posto dell’attuale “sostegno per l’inclusione attiva” (Sia), uno strumento che verrà caratterizzato come livello essenziale di prestazione e che sarà dunque uniforme su tutto il territorio e soggetto a un monitoraggio stretto da parte di una “cabina di regia” nazionale. Con lo stesso decreto verranno poi razionalizzate altre prestazioni assistenziali come la vecchia carta sociale per minori e l’assegno di disoccupazione Asdi, in modo tale da “girare” le risorse a essi destinate al Rei, allargando ulteriormente la platea dei beneficiari. Verrà infine definita la governance di questo sistema di nuova assistenza sociale, con un coordinamento nazionale affidato a ministero del Lavoro e Inps, cui parteciperanno le Regioni e i Comuni (giovedì scorso è stato sottoscritto un primo accordo in Conferenza unificata).

Lo stanziamento del governo va a toccare soltanto una piccola parte di chi ne avrebbe la necessità. Prima, la povertà toccava solo alcune parti della nostra società, ora le raggiunge tutte. Ha risparmiato solo i più anziani, i nuclei con capofamiglia sopra i 65 anni. Ma ha travolto le nuove generazioni: lì dove il capofamiglia ha meno di 44 anni è salita in otto anni dal 3,2 all’8,1%; dove ha meno di 34 anni si è impennata dall’1,9 al 10,2%. In quelle case vivono oltre un milione di minorenni per cui ogni mese è a rischio l’accesso ai beni di prima necessità. Il reddito di inclusione attiva che il governo vuole utilizzare per sostenere questi nuclei familiari non basterà: “Secondo i calcoli dell’Alleanza contro la povertà, il gruppo di 35 associazioni che per primo ha proposto il reddito universale di inclusione, presente in quasi tutta Europa tranne Italia e Grecia, anche con 1 miliardo e mezzo si coprirebbe solo il 30% dei nuclei. Per renderlo strutturale ci vorrebbero circa 7 miliardi l’anno, lo 0,4% del Pil. Più o meno la distanza che oggi corre tra la spesa pubblica destinata alla lotta contro la povertà in Italia (lo 0,1% del Pil) e la media comunitaria (0,4%)”.

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