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Luigi Di Maio e la politica estera del M5S (non vi piacerà per niente)

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Ieri Luigi Di Maio era ospite al campus della Link University, ateneo privato fondato dall’ex ministro DC Vincenzo Scotti. Un appuntamento importante per la campagna elettorale perché il Capo Politico del MoVimento 5 Stelle ha potuto parlare di politica estera davanti a studenti e giornalisti ma soprattutto a rappresentanti del corpo diplomatico delle ambasciate straniere nel nostro Paese. Ma sarebbe riduttivo dire che l’incontro di ieri è stata solo la classica passerella elettorale. Dalla Link il M5S ha pescato tre candidati all’uninominale (Paola Giannettakis, Daniele Piva ed Elisabetta Trenta) senza dimenticare che l’attuale assessora a Roma semplice Flavia Marzano è docente e membro del consiglio di amministrazione del campus.

L’Europa come casa dell’Italia e del M5S

In un contesto così internazionale (e senza dubbio amichevole) Luigi Di Maio ha proseguito con decisione la strada della normalizzazione del MoVimento 5 Stelle, che da settembre è sempre meno movimentista e sempre più partito tradizionale. Obiettivo del giorno: fare chiarezza sulla politica estera del MoVimento; riposizionare il partito per tranquillizzare i partner stranieri. Se qualcuno avesse ancora qualche dubbio sul ruolo dell’Europa Di Maio lo spiega subito. Per lui l’Europa non è un argomento di politica estera. Perché l’Europa è «la nostra casa naturale, l’alveo naturale dentro il quale l’Italia deve continuare a sviluppare le sue relazioni economiche e politiche».

Che fine ha fatto il M5S che vedeva l’Unione Europea come un corpo estraneo e chiedeva maggiore sovranità? Spazzato via. Così come le velleità di tenere un referendum consultivo per l’uscita dall’euro. Ormai Di Maio ha smesso pure di parlarne come un’arma per poter contrattare. Semplicemente l’Italia non uscirà dall’euro. Una volta chiarito che l’Europa “è casa” il candidato premier pentastellato può alzare lo sguardo oltre i confini dell’Unione. Ovviamente senza accennare alla permanenza degli eurodeputati a 5 Stelle nel gruppo euroscettico EFD insieme all’Ukip di Nigel Farage.

Di Maio dice addio al principio di non ingerenza

In questi ultimi cinque anni il MoVimento 5 Stelle ha affidato la sua linea in politica estera a Manlio Di Stefano (e a volte ad Alessandro Di Battista in virtù della sua esperienza di scaricatore di maiali in Amazzonia). Qualcuno ricorderà di quando Di Battista sosteneva la necessità di trovare un dialogo con l’ISIS oppure ci spiegava che Assad non era un dittatore perché avrebbero dovuto essere i siriani a deciderlo. Perché – spiegava il Dibba – gli stati non hanno il diritto di intromettersi negli affari interni dei singoli paesi. È il principio di non ingerenza, ribadito anche nel programma esteri del MoVimento 5 Stelle votato dagli attivisti sulla piattaforma Rousseau. A dimostrazione che la musica è cambiata e che la democrazia diretta non ha alcun valore ieri sulla Siria Di Maio ha detto che l’Italia potrebbe essere un «attore credibile e autorevole per promuovere un tavolo di pacificazione». Addirittura il leader pentastellato ha proposto di risolvere la questione Libica con una conferenza di pace da tenersi a Roma anche in virtù dell’«interesse geostrategico rilevante» che deriva dalla presenza di Eni dal 1959. Di Maio ritiene che per difendere gli interessi nazionali sia giusto intromettersi nelle faccende libiche? A quanto pare la risposta è sì. Difendere l’interesse “geostrategico” e gli affari di Eni è una forma di neocolonialismo? La risposta è di nuovo sì.

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Ma del resto Di Maio lo dice chiaramente: «Il nostro obiettivo è garantire una guida politica che dia continuità alle politiche del passato che condividiamo». Una dichiarazione molto gattopardesca che sembra mettere definitivamente in soffitta l’ipotesi dell’arrivo di Di Stefano alla Farnesina. Anche perché Di Stefano è uno di quei parlamentari filo-palestinesi convinti che Hamas possa essere un interlocutore e qualche tempo fa aveva dichiarato che votando contro alla risoluzione UNESCO su Gerusalemme l’Italia “si fa complice dei danni che Israele sta provocando a monumenti antichi che l’UNESCO non riesce a tutelare per via dell’occupazione israeliana e si fa, infine, complice dell’occupazione stessa e del blocco di Gaza che l’UNESCO ha chiesto di eliminare”. Ieri Di Maio invece ha detto che «Israele deve avere il diritto di vivere in sicurezza, Hamas per noi è una seria minaccia terroristica». Chissà che ne pensa Di Battista che per spiegare lo scivolone sull’ISIS si è giustificato all’epoca dicendo che quando parlava di necessità di dialogare con l’ISIS “in quel momento non pensavo all’ISIS, pensavo ad Hamas”.

In fondo la NATO non è poi così male

C’è infine il discorso della NATO. Di Maio mantiene ferma la barra sul ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan ma ammorbidisce i toni sull’uscita dell’Italia dalla Nato come invece era stato ipotizzato da Manlio Di Stefano ed è possibilista sulla missione in Niger. «Sono fermamente convinto della necessità della presenza italiana nella NATO», ha detto ieri Di Maio, ribadendo che sarà necessario mettere in discussione la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali. Non è stato invece toccato l’argomento – pur presente nel programma – del “superamento” della NATO. Unica perplessità: la richiesta USA di impegnare il 2% del PIL nei finanziamenti alla spesa militare, per Di Maio non tiene conto di quello che è stato fatto in tutti questi anni.

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Il riposizionamento geopolitico del MoVimento 5 Stelle è compiuto. L’Italia non è più un “vaso di coccio” tra i due vasi di ferro russi e statunitensi. È saldamente all’interno della NATO. Certo vanno superate le “ambiguità”, ma sono dettagli perché Di Maio parla di “blocco occidentale” e non sembra voler dire che l’Italia non ne fa parte, anzi il suo obiettivo è rimanere all’interno del blocco occidentale pur mantenendo relazioni con la Russia (ovvero come accade tutt’ora). Ed infatti nel discorso del Capo Politico del M5S si parla di “nuovo indirizzo” dell’Alleanza Atlantica. Scomparsi infine del tutto anche i riferimenti e gli elogi al Venezuela di Hugo Chavez, evidentemente il programma di musica nelle scuole tanto ammirato dall’onorevole Ornella Bertorotta è stato cancellato. Rimane solo un interrogativo: chi sarà il ministro degli Esteri del governo Di Maio? Alcune indiscrezioni parlano di Elisabetta Belloni, segretaria generale della Farnesina, presente ieri in prima fila, ma lei a Repubblica nega: «Ho conosciuto Di Maio stamattina, non sarò il loro ministro, è una voce infondata». Di Maio ieri ha spiegato che «Come ministro degli Esteri proporremo una persona che conosce quel mondo e l’importanza della moderazione e della ponderazione delle parole». Il che sembra escludere non solo Manlio Di Stefano ma anche tutti i 5 Stelle.