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Come Luigi Di Maio l'Amerikano cambia (di nuovo) la politica estera del M5S

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Il cittadino-portavoce-leader del M5S Luigi Di Maio va Washington a spiegare il MoVimento 5 Stelle agli americani. Il nuovo viaggio negli USA del Vicepresidente della Camera ha lo scopo di fare chiarezza su alcune “dicerie” nei confronti del M5S. Come ad esempio quella secondo la quale il MoVimento vorrebbe che l’Italia uscisse dalla NATO. Sono in molti a dirlo ma a quanto pare non è vero. Certo, il fatto che a inizio d’anno l’esperto di politica estera del M5S Manlio Di Stefano abbia scritto sul Blog di Grillo che la NATO “mette a rischio l’Europa” è evidentemente una diceria.

Quando il MoVimento 5 Stelle voleva uscire dalla NATO

Come lo è la proposta di Di Stefano di chiedere «che la partecipazione italiana all’Alleanza Atlantica sia ridiscussa nei termini e sottoposta al giudizio degli italiani» perché – spiegava – «il nostro territorio, le nostre basi, i nostri soldati e la salute dei nostri connazionali non possono essere ostaggio di giochi di potere e degli umori del presidente americano di turno». A leggere queste parole non ci sono molti dubbi, se l’Italia è oggi parte della NATO ridiscuterne la partecipazione significa uscirne, tanto più se si parla della concessione delle basi in territorio italiano e dell’invio di soldati italiani. Nel programma esteri del M5S si parla invece di “superamento della NATO“. Un’espressione che oltre al ritiro dei nostri soldati impegnati all’estero non si sa bene cosa voglia dire (e che fa pensare al superamento dei campi Rom della Raggi)

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Quando Trump diceva che la NATO era obsoleta e andava superata

Erano però altri tempi, all’epoca il 5 Stelle festeggiava l’elezione di Trump il quale a sua volta aveva duramente criticato l’utilità della NATO e sembrava essere sul punto di smantellarla. I 5 Stelle come sempre seguivano gli umori dell’uomo forte del momento. E se ora a Trump la NATO non sta poi così antipatica che ragioni hanno i pentastellati per non fare altrettanto? Nessuna. Ed ecco infatti che mentre Di Maio fa l’americano Di Stefano rassicura gli statunitensi spiegando che l’Italia non uscirà mai dalla NATO e che gli USA rimangono il principale partner strategico per il nostro Paese. Sarà da vedere come faranno i 5 Stelle a conciliare la presenza nell’Alleanza Atlantica con la volontà di non finanziare le spese militari?
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Trump sulla NATO dopo il vertice di Taormina

Dalla semplice analisi del mutamento di posizioni del M5S sulla NATO emerge una cosa interessante. Il partito di Beppe Grillo non è mai stato contro gli USA. Certo, gli elettori possono anche aver pensato che il M5S era contro le lobby, i grandi potentati economici e finanziari e l’imperialismo americano. Ma non è così. Molto più semplicemente il M5S si muove (in maniera post-ideologica direbbero loro) sulla scorta delle evoluzioni del Trump-pensiero, l’uomo antisistema che ha fatto «un VAFFANCULO generale» e «un VDay pazzesco» al momento della sua elezione e che poi si è circondato di uomini di JP Morgan.

Come hanno preso i grillini l’avvicinamento di Di Maio agli USA

Di Maio negli USA è andato per dire che il M5S «non mette in discussione la nostra permanenza nella Nato»  ma vuole «che la nostra voce venga ascoltata perché le cose che non ci vanno bene sono molte e si possono cambiare». Eppure una cosa è chiedere che la voce dell’Italia venga ascoltata all’interno degli organismi della NATO un’altra – e ben diversa – è voler presentare una proposta di legge al Parlamento italiano (e un referendum popolare) per ridiscutere i termini della partecipazione dell’Italia alla NATO. Ma la brillante strategia pentastellata sull’Alleanza Atlantica è simile a quella sull’Euro. Il MoVimento 5 Stelle è passato dal raccogliere le firme per un referendum per uscire dall’Euro a volerlo utilizzare come arma per “ridiscutere la posizione dell’Italia e i trattati europei”.
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Non sono i giornali e i media ad essersi inventati le capriole ideologiche del MoVimento 5 Stelle. Perché, soprattutto in politica estera, il M5S ce la fa benissimo anche da solo. Ad esempio nel recente passato il M5S, sotto l’abile guida di DI Stefano e Di Maio, è riuscito a raccontarci che i Carabinieri avrebbero rivelato che l’80% dei conflitti in Palestina sarebbe colpa dei coloni israeliani. Salvo poi essere smentito proprio dai Carabinieri. In Siria i 5 Stelle stanno dalla parte di Assad, nascondendosi dietro al “deve essere il popolo siriano a decidere se Assad è un dittatore” di Alessandro Di Battista. Quello stesso Di Battista ad una domanda sulle violazioni dei diritti umani in Russia ha risposto “non ci sono forse diritti violati nel quartiere Tamburi di Taranto?”.  Per Di Maio e DI Stefano però il M5S non è assolutamente filo-russo.

Nel dubbio sempre la colpa ai giornalisti

Ed è alla luce di questa continua girandola di posizioni – dove il M5S sostiene Chavez in Venezuela ed è contro le sanzioni alla Russia ma al tempo stesso non ha niente da dire quando Trump minaccia di imporre dazi punitivi sui prodotti europei – che si può comprendere come molti nella base pentastellata non abbiano gradito quella che viene vista come “un’operazione di accreditamento” di Di Maio negli USA.
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In fondo nei suoi spettacolo Grillo ha sempre parlato in modo molto critico degli States, soprattutto per quanto riguarda l’imperialismo statunitense ma anche del modello economico basato sull’indebitamento. Ai più smaliziati invece è chiaro che il fatto che Di Maio sia andato in America non significa che è disposto ad avallare tutte le scelte politiche di Trump.
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Il problema è che al MoVimento fino ad ora è mancata una visione davvero post-ideologica della politica estera. Ha cercato di essere equidistante da Russia e Stati Uniti (e pure dall’Unione Eurpea) senza comprendere che invece è necessario fare delle scelte. Non di campo (o con loro contro di loro) ma di realpolitik. Di Maio in America sta cercando di fare proprio questo, ed in fondo è quello che fanno tutti i politici italiani quando vanno in visita all’estero. Il problema è che i duri e puri del M5S sembrano non averlo capito. Ed allora ecco che c’è la necessità di spiegare che “è colpa della stampa” che ha travisato le posizioni del M5S. I fatti dimostrano che però non è così.