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Perché sull'euro Di Maio e Di Battista dicono due cose diverse

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Ieri Luigi Di Maio a Porta a Porta. Qualche giorno fa però il M5S ha depositato un emendamento per escludere i programmi di infotainment, come quello di Bruno Vespa, dalla campagna elettorale. Alessandro Di Battista invece era da Giovanni Floris a Di Martedì. Entrambi hanno affrontato l’annosa questione (per il MoVimento) del referendum per l’uscita dall’euro. La posizione del partito di Grillo si può riassumere molto semplicemente con il “non lo so” detto da Laura Castelli a Lilli Gruber nella memorabile performance situazionista a Otto e Mezzo.

Per Luigi Di Maio si può rimanere nell’euro

La distanza tra i due leader del M5S si misura proprio nelle dichiarazioni fatte sulla moneta unica. A fine dicembre infatti Di Maio aveva mollato il referendum per l’uscita sull’euro. Ieri da Vespa ha ribadito la sua posizione, decisamente più cauta: «Non credo che sia più il momento per l’Italia di uscire dall’euro, perché l’asse franco-tedesco non è più così forte e spero di non arrivare al referendum sull’euro che comunque per me sarebbe una extrema ratio». Insomma il referendum è al tempo stesso sia “una pistola che resta sul tavolo” sia una cosa che non ha senso fare perché per Di Maio l’Italia non deve uscire dall’euro.

La situazione però è meno chiara di quello che potrebbe far intendere la dichiarazione di quello che è formalmente il Capo Politico del MoVimento 5 Stelle. In primo luogo perché sul sito di Grillo è ancora presente tutto il materiale informativo a 5 Stelle che spiega come andare fuori dall’euro e soprattutto perché è importante farlo per riprenderci al più presto la nostra sovranità monetaria. I più maliziosi potrebbero pensare che le dichiarazioni del Capo Politico non sortiscono alcun effetto nell’indirizzare la linea del MoVimento. Certo, è anche possibile che gli amministratori del Blog si siano dimenticati di oscurare quella pagina.

L’arma politica di Di Battista da usare in Europa si chiama uscita dall’euro

Per Di Maio il referendum (con tutte le sue difficoltà tecniche) rimane l’extrema ratio ma non è il caso di uscire. Qualche settimana fa Di Maio invece aveva detto che in caso si andasse a referendum lui voterebbe per uscire. L’obiettivo rimane in ogni caso quello di usare il referendum come arma per poter trattare con Francia e Germania che secondo i pentastellati sono ora “molto indebolite”. Il che è strano, perché con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea l’asse franco-tedesco non avrà più il contrappeso britannico. E anche se la Merkel non ha ancora dato vita ad un governo lo stesso non si può dire di Macron che in Francia è saldamente al comando.

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Di Battista durante la raccolta firme per uscire dall’euro

Di Maio ha dato la linea sull’euro nel pomeriggio (Porta a Porta viene registrato). La sera stessa Floris ha chiesto a Di Battista cosa ne pensa della moneta unica. Bisogna uscire o no? Il deputato pentastellato ha spiegato che si tratta di una strategia di azioni che viene messa in atto per far capire che« o si modificano certi parametri o tiriamo fuori il referendum sull’euro». Si tratta, per Di Battista, «di una normale strategia che un governo del MoVimento 5 Stelle intraprenderà». La recente storia europea ci fornisce un esempio di come questa strategia sia fallimentare. David Cameron ha usato il referendum sulla Brexit allo stesso modo: per ottenere qualcosa dall’Europa. Per poter essere credibile però non basta minacciare di usarlo. Finché un’arma rimane, scarica, in un cassetto non fa paura a nessuno. Va messa sul tavolo (come dice Di Maio) ovvero bisogna creare quantomeno le condizioni per dare l’impressione di voler fare sul serio.

Di Battista: «un paese è libero se ha la possibilità di gestire politiche fiscali, valutarie e monetarie»

In Italia questo significa in primo luogo approvare una legge costituzionale che dia la possibilità di indire un referendum consultivo. Senza questo primo step in Europa guarderanno la pistola di Di Maio e diranno che è una pistola giocattolo. Cameron ad esempio non si è limitato a minacciare di indire il referendum: lo ha indetto. Nella speranza poi di poterne condizionare l’esito una volta tornato da vincitore in patria con le concessioni dell’Unione. Sappiamo tutti come sono andate le cose: Cameron non è riuscito a far prevalere il remain, ha perso il posto e il Regno Unito sta uscendo dalla UE. Sarà in grado Di Maio di garantire alla UE la non uscita dall’euro qualora venisse indetto il referendum?

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Fonte: Fuori dall’Euro del M5S

Ed è forse per questo che mentre Di Maio faceva quello che un candidato premier deve fare, ovvero rassicurare i moderati ieri Di Battista giocava a fare il kamikaze. Se la minaccia deve essere credibile bisogna continuare ad agitare la pistola in aria (non importa che sia scarica). Ecco che Dibba ricorda che «Le firme le abbiamo raccolte, come lei sa un referendum sull’euro si può fare soltanto consultivo in questo paese, cioè si può chiedere un parere ai cittadini italiani rispetto alla moneta». A differenza del Capo Politico del M5S Di Battista sull’euro non ha mai cambiato idea. Non parla più di “nazismo nordeuropeo” predicando la necessità di “liberarsi al più presto dall’euro” ma il succo del discorso è sempre lo stesso. Di Battista ha ribadito che un paese non è libero se non ha la possibilità di «gestire politiche fiscali, valutarie e monetarie». Ora è evidente che la revisione di alcuni trattati come il fiscal compact potrà al limite dare più spazio di manovra all’Italia sulle politiche fiscali. Ma non c’è alcun margine per ottenere la gestione delle politiche valutarie e monetarie stando dentro all’euro.

Perché Di Battista gioca a fare il kamikaze sul referendum

Di Battista dovrebbe quindi chiarire se l’arma strategica del referendum serve per discutere l’allentamento di alcuni parametri europei oppure per mettere in discussione il funzionamento stesso dell’euro. Per quanto debole possa essere l’asse franco-tedesco (cosa che si scoprirà eventualmente in fase di trattativa) difficilmente si potrà forzare così tanto la mano con la semplice minaccia del referendum. Si dovrà passare ai fatti. Ma a quel punto potrebbe essere troppo tardi e a decidere il destino del Paese saranno i mercati (e la paura) e non il governo a 5 Stelle.

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Benda sugli occhi, pistola sul tavolo e siamo pronti per uscire dall’euro

Stupisce poi che Di Battista, nonostante tutti i giri di parole e le supercazzole dette ieri a Di Martedì, esponga un pensiero e una linea politica assai distante da quella del Capo Politico del M5S. Sul Corriere della Sera di oggi Maria Teresa Meli riferisce di un asse tra LEU e Alessandro Di Battista il quale, pur fuori dal Parlamento, preferirebbe un’alleanza con il partito di Grasso che con la Lega o il centrodestra. A quanto pare il vero motivo per cui Di Battista ha deciso di prendersi una pausa è che «nel Movimento cinque stelle si è consumato uno scontro di potere molto forte, per questomotivo Di Battista non si candida». Almeno così riferisce al Corriere Arturo Scotto, ex capogruppo di Sel alla Camera e tra i fondatori di LEU. Le dichiarazioni sulla sovranità monetaria sembrano essere un tentativo da parte di Di Battista di tenere le redini dell’ala movimentista del partito, quella che già inizia ad essere insofferente dei giochi di potere e dei numerosi cambi di posizione (sui vaccini, sugli ottanta euro, sullo ius soli) del nuovo MoVimento 5 Stelle.