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Luigi Di Maio e l’ipotesi di governo con Salvini

salvini di maio

«Gli italiani si aspettano responsabilità da chi ha fatto questa legge elettorale, ma assistiamo ai soliti giochi di potere sulla pelle dei cittadini»: Luigi Di Maio su Twitter ha un obiettivo ben preciso ed è sempre lo stesso. Il Rosatellum è stato votato da Forza Italia, Lega e Partito Democratico ma il suo obiettivo è sempre il PD che non si decide ad appoggiare la sua ipotesi di governo e a dare il via libera che i 5 Stelle hanno negato a Bersani nel 2013.

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Luigi Di Maio e l’ipotesi di governo con Salvini

E pazienza se per fare questo bisogna andare contro la logica e la verità, visto che non è vero che è stata la legge elettorale a non consentire la formazione della maggioranza: come hanno spiegato di recente l’Istituto Cattaneo e Youtrend, anche con sistemi elettorali precedentemente in voga (ancorché bollati di irricevibilità dal M5S, come l’Italicum e il Porcellum) o con i sistemi elettorali di altri paesi il risultato sarebbe stato lo stesso: «Il risultato di queste elezioni è uno stallo per un semplice motivo: i voti si sono distribuiti in modo tripolare. “Tripolare” non vuol dire che ci sono tre poli che hanno avuto lo stesso numero di voti: vuol dire che ci sono tre poli di grandezza rilevante. Nello specifico, il primo polo (il centrodestra) ha avuto il 37% dei voti, il secondo (il Movimento 5 Stelle) il 32%, il terzo (il centrosinistra) il 23%. E non è certo stato il Rosatellum a far votare gli italiani in questo modo: le intenzioni di voto segnalavano che esisteva un tripolarismo già molti mesi prima che la legge fosse concepita e approvata».

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Di Maio, che ha convocato oggi un incontro con i giornalisti nella sede della Stampa Estera a Roma, starebbe però a questo punto lavorando a un piano B che prevede l’appoggio a un governo istituzionale e un rapido ritorno alle urne dove combattere la battaglia decisiva confidando nell’indebolimento definitivo del PD, che del resto viene pronosticato da molti commentatori vicini ai grillini. L’obiettivo è di affrontare le scadenze urgenti nel calendario istituzionale e provare a fare una legge elettorale di compromesso fra le diverse istanze di Carroccio e M5S. E il partner con cui parlare deve per forza essere Matteo Salvini.

Il piano B di Luigi Di Maio

Ilario Lombardo sulla Stampa spiega che l’accelerazione di queste ore è legata alla direzione PD. Vedere una chiusura netta a qualunque ipotesi di un’alleanza con i grillini, ha stizzito il vertice del M5S. Le mosse sono state rapide, come le telefonate:

Gli emissari di Di Maio e di Matteo Salvini si sono sentiti e hanno firmato la prima intesa, anticamera al patto finale. Se tutto sarà confermato, la presidenza del Senato dovrebbe andare a Danilo Toninelli, e quella della Camera al leghista Giancarlo Giorgetti. Un capovolgimento dell’opzione iniziale che prevedeva Roberto Calderoli a Palazzo Madama e il grillino Emilio Carelli a Montecitorio.

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Le maggioranze possibili (La Repubblica, 6 marzo)

Ma da ambienti leghisti raccontano di una forte insistenza dei 5 Stelle per avere la camera alta. Il motivo? La convinzione che se si dovesse tentare un mandato esplorativo, sarà meglio farlo da protagonisti ma con la copertura istituzionale della seconda carica dello Stato, per evitare di bruciare, con un azzardo politico, Di Maio.

Un governo politico a tempo

Insomma, grillini e leghisti lavorano a «un governo politico a tempo per fare la legge elettorale e andare a votare», come pronosticato dal governatore del Veneto Luca Zaia ieri.

Il M5S ci starebbe ma a condizioni ben precise: il governo non dovrà essere «politico», nessun ministro del M5S dovrà farne parte, ma anche nessuno degli altri partiti; dovrà essere coinvolta anche la Lega, perché i grillini non vogliono dare un vantaggio competitivo all’avversario, e dovrà avere una data di scadenza che corrisponde all’approvazione della legge elettorale.

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Fonte: Il Sole 24 Ore del 06/03/2018

Di questo piano sono informati pochissimi oltre a Di Maio. Tra questi, almeno due ministri-ombra pesanti della squadra di governo presentata prima del voto. Entrambi confermano alla Stampa il patto con Salvini: «Sarebbe un esecutivo breve, a cui il M5S darebbe una sorta di appoggio esterno, che servirà a disinnescare le clausole di salvaguardia e a inserire un premio di maggioranza per chi prenderà il 40%». È l’unica formula che non risulterebbe indigesta a Di Maio, perché evita la contaminazione politica del M5S in un governo dove non sia lui il premier. E deve prevedere l’assoluta certezza che anche la Lega sarà pronta a levargli l’appoggio nel caso in cui il premier non si dimettesse, una volta raggiunti gli obiettivi di una manovra economica light e dei correttivi alla legge elettorale.

Ecco quindi che il piano si delinea ben preciso: la Lega avrebbe il tempo di fagocitare il centrodestra, il M5S avrebbe il tempo di fare la stessa cosa a sinistra. E un premio di maggioranza al 40% darebbe la certezza a Salvini e Di Maio di potersela giocare in una battaglia all’ultimo voto: vinca il migliore. Una prospettiva che però non fa i conti con l’umore cangiante di un elettorato che ha spostato tanti voti alle ultime urne e potrebbe tornare a farlo. Senza contare che la palla sarebbe adesso nel campo dei 5 Stelle e della Lega. Mentre il risultato del referendum ci ha spiegato che le chiamate a raccolta vengono di solito tradite dagli elettori, non esattamente ben disposti a dare tutto il potere all’uno o all’altro. Ah, poi ci sarebbe il piccolo problema del secondo mandato, espletato, da Di Maio che non potrebbe correre come candidato premier. Ma si sa, le regole con i nemici come Fucci si applicano, con gli amici si interpretano.

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