Economia

Ma i 5 Stelle che volevano bloccare il MOSE sono gli stessi che hanno fretta di finirlo?

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C’è un risvolto molto interessante di tutta la storia dell’acqua alta a Venezia e delle polemiche sul MOSE. Addirittura più interessante di Luca Zaia che finge di non sapere perché la grande incompiuta della Laguna di Venezia non sia ancora stata ultimata. Si tratta della posizione del MoVimento 5 Stelle. Oggi tutti vogliono finire al più presto il sistema di dighe mobili che dovrebbe essere la garanzia della salvezza di Venezia. Ma non è sempre stato così.

Federico D’Incà e il MOSE da finire il prima possibile

Il giorno dopo l’alluvione di Venezia il Ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà era a Coffee Break su La 7 dove ha detto che «il Governo vuole terminare quest’opera il prima possibile, io l’ho visitata più volte, è un’opera fondamentale per salvare Venezia ed occorre togliere qualsiasi tipo di alibi sul funzionamento o meno». Secondo il ministro il governo «vuole dare un segnale velocissimo» sul MOSE per rispondere immediatamente alle necessità della città.

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D’Incà è veneto, di Belluno, e quando parla del MOSE sa quello che dice. Sorprende però che ora la posizione del MoVimento sia quella di finire l’opera. Perché D’Incà è stato tra coloro che negli anni scorsi ha combattuto contro il MOSE. Qualche traccia di quelle battaglie si trova ancora nei post su Facebook dove l’allora deputato del M5S parlava della «totale inutilità del MOSE». Ci sarebbero anche degli interventi sul suo sito ufficiale, ma forse una mano pietosa li ha rimossi dal sito ufficiale del Ministro.

Quando il M5S voleva fermare il MOSE perché inutile

Particolarmente illuminante quello – ancora leggibile grazie alla cache di Google – sul MOSE come pozzo senza fondo. Era il 2015 e il M5S chiedeva una revisione del progetto. A farlo erano i consiglieri regionali Baldin, Berti, Scarabel, Barelle e Brusco che in un’interrogazione alla Giunta regionale sollecitavano una revisione complessiva del progetto del MOSE «come suggerito dal deputato Federico D’Incà».

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Il deputato pentastellato qualche tempo prima aveva presentato un’interrogazione al Ministero dei Trasporti (all’epoca c’era Graziano Delrio) per chiedere di «sottoporre a revisione il progetto complessivo del MoSE sul piano prima funzionale e poi tecnico, prima di procedere ulteriormente con il completamento dell’opera, anche in modo da comprendere dove la corruzione è intervenuta per far avanzare le decisioni e i finanziamenti di un’opera che non ha mai avuto un progetto esecutivo unitario».

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All’epoca, quattro anni fa, l’opera era completa all’86% (oggi è al 93%) e la maggior parte delle paratie mobili era già stata posizionata. Ciononostante nella sua interrogazione D’Incà citava possibili alternative al MOSE.  Ad esempio «un sistema composto da due sbarramenti mobili che ruotando chiudono un canale collegato al mare» in funzione a Rotterdam oppure altri sistemi in funzione in Eurooa che «sono basati su degli elementi in gomma, gonfiati per arginare le alte maree; strutture che possono essere la soluzione giusta per Venezia, considerato che già operano e sono reversibili, senza la necessità d’invasive strutture subacquee». Che fine avrebbero fatto le opere già realizzate a Venezia non è chiaro e D’Incà non lo dice.

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Nel 2015 quindi il M5S continuava a proporre il sistema alternativo al MOSE e denunciava come il MOSE fosse «”un progetto tecnicamente e complessivamente sbagliato”, andato avanti senza confronti con altri modelli».

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Quattro anni fa per il M5S non c’era alcuna fretta di terminare l’opera, che era già completata all’86%. Ed anzi era ancora il momento adatto per proporre soluzioni alternative, da realizzare non si sa bene come né con quali soldi. Oggi che il M5S è al governo e D’Incà è ministro invece il MOSE va terminato al più presto possibile, poco importa che rischi di essere inutile. E non dà nemmeno scandalo il fatto che Zaia stesso abbia detto che con l’acqua alta della settimana scorsa San Marco sarebbe andata lo stesso sott’acqua anche con il MOSE. L’importante è finirlo il prima possibile. Non proprio quello che i consiglieri regionali del Veneto e lo stesso D’Incà sostenevano nel 2015.

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