Politica

La strepitosa strategia di Conte per l’immigrazione (non ha molto senso)

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Il presidente del Consiglio e avvocato del popolo italiano Giuseppe Conte ieri era a Bruxelles al vertice europeo sui migranti. Il suo primo impegno ufficiale in compagnia degli altri leader dell’Unione Europea. Nell’occasione il premier ha presentato l’European Multilevel Strategy for Migration. Ovvero la proposta del governo italiano per risolvere l’emergenza dei migranti. Dieci punti dieci dove l’Italia prova a dettare la linea sulla gestione delle migrazioni provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente.

Quando Conte e Salvini dicevano no alla proposta di superare Dublino

Giuseppe Conte ha dichiarato al termine del vertice informale che la proposta italiana mira a superare il regolamento di Dublino, proprio come scritto nel famoso contratto di governo di Lega e M5S. Non dice però che il punto centrale della strategia presentata dall’Italia era già contenuto nella proposta avanzata dall’Europarlamento e bocciata – tra gli altri – proprio dal nostro Paese.  Il Parlamento Europeo aveva proposto di mettere fine ad  uno dei più contestati principi dell’attuale trattato, quello secondo il quale lo stato membro di primo approdo (come spesso è il caso dell’Italia) è l’unico responsabile della gestione delle domande di asilo e dell’eventuale accoglienza dei rifugiati. Viene a cadere quindi il principio fondamentale (fino ad ora) del paese di “primo ingresso”. Il nuovo sistema bocciato da Lega e dal governo prevedeva inoltre il ricollocamento automatico di tutti i richiedenti asilo verso gli stati membri in base ad un sistema di quote calcolato sul PIL del paese di destinazione. Le quote dovevano essere permanenti, ovvero non ci sarebbe stato bisogno di una situazione di crisi (come quella degli scorsi anni) per avviare il programma di “redistribuzione” delle domande di accoglienza.

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Non è un caso che ieri Conte abbia detto che la sua proposta andava nella direzione di superare la “logica emergenziale” della gestione delle migrazioni. Al punto cinque si legge che l’Italia chiede di superare il criterio del Paese di primo arrivo. Eppure, come ricordava su Facebook l’eurodeputata italiana Elly Schlein «la Lega non ha MAI partecipato a nessuna delle 22 riunioni di negoziato che abbiamo svolto nel corso di due anni sulla riforma di Dublino» ed anzi si è astenuta proprio sul superamento del criterio del Paese di primo approdo; i 5 Stelle invece hanno votato contro. Al punto sette Conte propone invece di distribuire la presa in carico delle richieste d’asilo tra tutti i paesi europei; proprio come nella bozza di modifica approvata dall’Europarlamento. Che dire invece della proposta di considerare le frontiere italiane frontiere europee? La gestione delle frontiere è una delle poche materie sulla quale gli Stati membri sono ancora sovrani. Non sarà mica che il governo Conte-Salvini-Di Maio è più europeista di gente come Emma Bonino?

Il vice primo ministro di Tripoli dice che il Libia non si possono fare gli hotspot

Ci sono poi alcuni aspetti quantomeno controversi. Al primo punto il governo italiano propone di intensificare gli accordi con i paesi da cui provengono o transitano i migranti indicando la Libia come esempio di collaborazione grazie al quale sono state ridotte le partenze dell’80% nel 2018. Innanzitutto il governo Conte ammette ufficialmente – e del resto i dati del Viminale lo confermano da mesi – che l’emergenza migranti non c’è più. Poi però ribadisce che l’unico modo è affidarsi al metodo libico, che per chi non lo sapesse prevede la costruzione di campi di detenzione dove i migranti vengono seviziati, le donne stuprate, gli uomini venduti come schiavi e (da dove a volte si può uscire pagando una comoda tangente). Al tempo stesso al punto sette si scrive che l’Europa deve contrastare la tratta degli esseri umani.

Allora sarebbe opportuno smettere di accusare le Ong di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e concentrasi su figure come Abd al Rahman al-Milad, comandante regionale della guardia costiera libica di Zawiya, considerato dall’ONU  uno dei leader di un’organizzazione criminale dedita al traffico di esseri umani. Non ultimo Conte omette di ricordare che al momento non esiste uno stato libico unitario. Per quanto la creazione di hotspot in Libia la smentita arriva direttamente dal vice primo ministro di Tripoli Ahmed Maitig che in un’intervista a Repubblica ha detto che «Non è possibile l’identificazione da parte di autorità straniere in Libia perché è contro la nostra legge: per noi sono solo migranti illegali».

La storia del 7% dei migranti che sono rifiugiati

Conte, come già Salvini al Senato, scrive che «solo il 7% dei migranti sono rifugiati». Per Salvini questa era la dimostrazione che c’è «una maggioranza assoluta delle domande che viene respinta perché non ha fondamento». Su Twitter Tom Nuttal ha voluto mostrare che i dati forniti da Conte sono sbagliati perché la percentuale di rifugiati – stando ai dati di UNHCR – sarebbe maggiore. Ma non è a quei dati che si riferiva il nostro presidente del Consiglio.

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Conte si riferisce alle domande d’asilo che vengono accolte. Ed è vero che mediamente solo il 7% delle richieste d’asilo viene accolta. Ma è anche  vero che ad un altro 4% viene concesso lo status di protezione sussidiaria. Una persona che gode della protezione sussidiaria ha visto riconosciuto il pericolo di vita o di persecuzione qualora dovesse tornare al paese d’origine e ottiene un permesso di soggiorno rinnovabile della durata di 5 anni, l’accesso alle strutture sanitarie e all’istruzione scolastica, insomma diventa un immigrato regolare e può lavorare.

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Un altro 30% (circa) ottiene il riconoscimento della protezione umanitaria che viene concesso per «seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano», dura un massimo di due anni (rinnovabile) e dal momento che consente di poter lavorare nel nostro paese può essere anche convertito in permesso di soggiorno per lavoro. Nel complesso nei primi cinque mesi del 2018 sono state 15540 (su 40 mila) le persone che hanno ottenuto il riconoscimento di uno di questi tre status; il 38% del totale delle domande esaminate. Quindi non 7 su 100 come ha detto Salvini. Non bisogna poi dimenticare che nel computo non sono inseriti i casi che sono ancora in attesa di una decisione. Secondo l’European Asylum Support  Office (EASO) in tutta Europa ci sono circa 400 mila domande d’asilo ancora pendenti, naturalmente non tutte sono state presentate in Italia.

Perché anche la proposta di contrastare i movimenti secondari dei rifugiati non ha senso

Nel corso del 2017 a fronte di 81.527 domande esaminate il 42% delle richieste è stato accolto in varie forme. Vale la pena ricordare che contrariamente a quanto si possa pensare non è vero che tutti quelli che sbarcano in Italia chiedono automaticamente di poter accedere ai meccanismi di protezione; nel 2017 sono arrivati 119.369 migranti. Salvini ha detto che l’Italia è uno dei paesi più accoglienti, anche qui i dati lo smentiscono. Altra informazione interessante, non tutti quelli che fanno richiesta d’asilo devono per forza provenire da paesi come Siria o Iraq dove “c’è la guerra”. C’è anche chi viene dal Venezuela (un paese dove secondo il M5S va tutto bene) o dalla Georgia. Stando alla proposta del governo italiano chi, come i paesi “amici” del gruppo di Visegrad, non vuole accogliere la sua quota di rifugiati potrà continuare farlo facendosi carico di “adeguate contromisure finanziarie”. Insomma, basta pagare.

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Anche il punto nove, quello che vorrebbe contrastare i “movimenti secondari” dei rifugiati all’interno della UE è problematico. Chi ottiene lo status di rifugiato ha un permesso di soggiorno che gli consente – come tutti i permessi di soggiorno  consente di circolare liberamente all’interno dell’area Schengen. Intervenire su questo punto molto delicato significa dire che i rifugiati non hanno gli stessi diritti degli altri immigrati regolari, cosa che attualmente non è vera. Per i migranti economici invece Conte propone di ricorrere al sistema delle quote. In Italia il problema si chiama decreto flussi ed è quello stabilito dalla Legge Bossi-Fini. Giusto per dare un’idea delle cifre: per il 2018 il nostro Paese ha aperto le porte a 30.850 lavoratori non comunitari. Di questi  12.850 lavoratori autonomi e subordinati non stagionali e 18.000 lavoratori stagionali.